Don Chisciotte

Carissimi Amici

Luglio e agosto sono stati mesi intensi per quanto riguarda lê persone che sono venute a conoscere l’associazione Amar e ad addentrarsi in questo mondo che é il Brasile, pieno di contraddizioni e di speranze, di dolore e voglia di celebrare la vita, di musica e sparatorie. Di corruzione e di movimenti sociali.

Per continuare la riflessione vi offro due testi.

Il primo é la relazione di Sebastiano al Fórum Sociale Mondiale, durante l’incontro che abbiamo realizzato sulla tematica dei bambini di strada.

Sebastiano è il responsabile del progetto di Abbordaggio ai ragazzi di strada della associazione Amar, dove mi trovo a Rio. Lui da una visone umana appassionata e critica di questa realtà.

Il secondo è invece una relazione di un evento Del Fórum Sociale Mondiale a cui volevo partecipare, ma sono rimasto fuori per la troppa gente che c’era.

Due grandi scrittori, tanto amati, Galeano e Saramago a parlare di Upopia e di don Chisciotte. Dopo molto cercare ho trovato la relazione di questo incontro sulla rivista Adista e ve la mando. Ci sono delle suggestioni molto belle.

Buona riflessione.

Um abbraccio. Mauro Furlan

Forum Sociale Mondiale
Gennaio 2005

Riflessione sulla situazione dei bambini di strada a Rio de Janeiro.

Relazione fatta da Sebastião Bernardino de Andrade responsabile del progetto “abbordagio ai bambini di strada” dell’asociazione Amar nell’incontro realizzato dalla Associazione Amar assieme a Macondo durante il Forum Sociale Mondiale.

Il fenomeno di bambini e bambine di strada non deve essere visto di forma isolata, una cosa a sé nella nostra società. Storicamente possiamo dire che sono “figli dell’esclusione”. Vengono da famiglie dove tutto è stato negato ai genitori quando erano ancora bambini o giovani o in età adulta. Sono figli dei “senza terra”, senza casa, senza scuola, senza professionalizzazione, senza impiego, lavoro o salario.

In questo contesto e realtà, bambini e adolescenti sono costretti a crescere e a maturare precocemente. Senza avere un’infanzia, sono obbligati a lavorare e ad essere responsabili per una gran parte del reddito familiare. Denaro che molte volte è usato impropriamente dagli adulti della famiglia per consumo di alcool e se i bambini non portano a casa il denaro, soffrono tutte le forme di violenza, psicologica e fisica, inclusa quella sessuale.

Vengono da famiglie dove l’80% delle donne sono mamme senza marito, dove l’uomo se ne è andato quando ha saputo della gravidanza o di fronte alla prima difficoltà o problema. Il 90% dei bambini/e hanno fatto tre anni di scuola, il che non significa essere arrivati alla terza elementare. 95% sono negri e di famiglie povere, provengono dalle favelas o dalla periferia, dove non ci sono segnali di presenza del potere pubblico e di politiche sociali, questa assenza favorisce la crescita del controllo sulle comunità da parte dei narcotrafficanti.

Più che sedotto dalla figura dell’idolo (bandito) che ostenta potere, denaro, donne e fama, bambini e adolescenti sono reclutati dal narcotraffico per essere: soldati (soldado), vedette (olheiro), messaggeri (aviaozinho), corrieri (vapor) e altre funzioni che il crimine organizzato offre. Le ragazze sono costrette a consegnarsi sessualmente ai “signori della favela”,diventando le loro donne, compagne e complici. Quando gli equilibri cambiano devono fuggire dalla favela o dalla comunità di periferia per non pagare con la vita.

Nella strada nonostante la falsa impressione di libertà, soffrono la fame, il freddo, pregiudizi, umiliazioni, sfruttamento e maltrattamenti.

Vivono in gruppo per necessità e per la sopravvivenza, perché “nella strada abita il pericolo”, dovendo “dormire con un occhio aperto”. Usano tutti i tipi di droga. Dove la colla da scarpe è stata sostituita da solventi per vernici. Si identificano con una delle fazioni criminali, come fare il tifo per una squadra di calcio.

Sviluppano una vita sessuale attiva e precoce, contraendo malattie sessualmente trasmesse oltre a gravidanze indesiderate e ad alto rischio per l’adolescente. Mendicare, pulire le scarpe, vendere caramelle e fare piccoli furti sono il loro modo di sopravvivere.

Sono sfruttati dagli adulti, dai più forti, dalla polizia. Raccontano sempre l’esperienza con l’adulto come negativa. Cercano di ricreare una forma familiare nella strada, con la figura di un padre e una madre: colui che li aiuta, protegge o li sfrutta. Nel gruppo di strada c’è la disputa per essere il leader o avere il potere conquistato spesso con la forza o la violenza. Sembra strano, ma tra di loro sono solidali, condividono il pane, i sogni e le speranze, la refurtiva e anche la droga. Hanno una religiosità innata e una apertura al trascendente. Non bestemmiano, non maledicono la vita, non incolpano nessuno per la loro situazione di abbandono e miseria.

Il loro atteggiamento di aggressività è una “scorza” usata come meccanismo di protezione e autodifesa. Sognano una professione, una casa, una famiglia, un futuro. Quando vengono raccolti a forza nelle retate di “pulizia” o di “tolleranza zero”, nei quartieri nobili della zona sud di Rio, promossi dagli organi pubblici del comune, dello Stato e dalla polizia militare, non sono portati direttamente alle case di accoglienza, ma passano per la “Delegacia” (che si chiama: Ufficio di protezione dei bambini e adolescenti), per vedere se hanno un mandato di cattura o di carcerazione da parte del Giudice dei minori, in caso positivo sono portati in carcere.

Nel Brasile la fascia di età con maggior numero di morti per omicidio è quella tra i 15 e i 24 anni. Nel 2002 il Brasile era al quinto posto nel mondo. 54,5 ogni 100 mila, in un totale di 61 milioni di giovani, il che significa più di 32 mila omicidi (dal giornale: Folha de Sao Paulo del 08/06/2004).

La polizia di Rio de Janeiro è quella che in Brasile uccide di più. I dati rivelano che solo nel 2003 ha ucciso 1.195 persone, che significa 3 persone al giorno. 65% delle vittime non avevano precedenti criminali e 61% dei morti avevano una pallottola in testa o alle spalle (cioè segni di una esecuzione) (giornale : Globo del 29/06/04).

Uno studio del tribunale dei minori di Rio de Janeiro ha dimostrato che meno del 10% dei ragazzi che vivono sulla strada hanno commesso delle infrazioni e tutte contro il patrimonio e non contro la persona.

Oggi più che in passato abbiamo una riduzione nell’offerta di servizi e progetti di ONG di aiuto ai bambini di strada dovuto alla scarsità di risorse economiche.

Viviamo in una società giorno per giorno sempre più chiusa, più intimorita, che vuole criminalizzare i bambini e la gente di strada.

Percepiamo che le autorità comunali, statali e federali, diminuiscono ogni anno le risorse finanziarie e i soldi disponibili per l’area sociale, adottando invece azioni repressive contro questa popolazione (retate, raccolta forzata con azioni di pulizia delle aree ricche della città).

Osserviamo che i media privilegiano le notizie sensazionali,cercano di presentare un’immagine negativa dei bambini di strada mostrandoli come persone nocive e pericolose per la società.

Sebastiao Bernardino De Andrade

Speciale Forum Social Mundial
Porto Alegre 2005

Fonte Adista
23 – 28 Gennaio 2005

Don Chisciotte, le possibilità dell’utopia

DOC-1592. PORTO ALEGRE-ADISTA. (dall’inviata) Nessuna migliore occasione per parlare dell’utopia dell’altro mondo possibile che il quarto centenario del Don Chisciotte, l’opera immortale di Cervantes. Se poi a parlarne sono intellettuali del calibro di Eduardo Galeano e José Saramago – in compagnia di Ignacio Ramonet, Federico Mayor Zaragoza, Luiz Dulci e Roberto Savio, in una tavola rotonda dal titolo :

“Don Chisciotte oggi: Utopia e Politica”,

l’evento diventa di quelli davvero imperdibili. Una folla enorme ha non a caso ascoltato, il 29 gennaio all’auditorio Araujo Viana, le diverse letture del capolavoro di Cervantes.

“Ci si chiede di essere realisti – ha dichiarato l’ex direttore dell’Unesco Zaragoza -, ma i realisti non trasformeranno mai la realtà, perché essi l’accettano, indifferenti alla passione e alla compassione. Si dice che la politica è l’arte del possibile, ma è esattamente il contrario: la politica è l’arte di rendere possibile domani quello che è impossibile oggi”. Tuttavia, secondo Ignacio Ramonet, che durante l’incontro ha presentato le proposte poi lanciate nel “manifesto dei 19”, Don Chisciotte non era un utopista in senso proprio: quello che egli voleva non era una società perfetta, ma solo migliorare le cose di questo mondo, raddrizzare torti, combattere le ingiustizie reali. Simile, in questo, ai don chisciotte del Forum Sociale Mondiale, anch’essi lontani dal voler imporre un progetto ideale, ma decisi a trasformare il mondo. “Solo che qui i torti sono talmente tanti che occorrono battaglioni di don Chisciotte”, uomini e donne convinti “che l’utopia non è che una verità prematura e la verità è che il mondo lo cambieremo”.

Un invito a non confondere l’utopia con la pratica politica quotidiana è venuto dal segretario di governo di Lula Luiz Dulci, per il quale l’utopia è come la linea dell’orizzonte: non può essere raggiunta, ma deve spingere la politica ad ampliare l’orizzonte del possibile, realizzando il massimo di trasformazione consentito in un dato contesto. Un intervento contestato, quello del rappresentante del governo: accusato, durante il dibattito con il pubblico, di manipolare l’incontro per sostenere le tesi governativa, Dulci si è lanciato, per tutta risposta, in una difesa vibrante della politica di Lula, scatenando le reazioni, a favore e contro, dell’assemblea.

A tutti ha replicato il Premio Nobel per la letteratura José Saramago, alla sua prima esperienza al Forum Sociale Mondiale, affermando di non amare il concetto di utopia: la nostra sola utopia – ha detto – è operare già ora le necessarie trasformazioni. Anzi, “per i cinque miliardi di persone che vivono nella povertà l’utopia non è niente”. Saramago non ha risparmiato l’ironia, durante il dibattito: “Attenzione prego, attenzione prego, perché sto per pronunciare una frase storica: ciò che ha trasformato il mondo non è stata l’utopia, è stata la necessità”. La polemica ha investito anche la politica: “le parole sono delle disgraziate, facciamo di esse quello che vogliamo. Guardiamo la politica, per esempio. Già ho detto che la politica è l’arte di non dire la verità, essa falsa, deturpa, condiziona e manipola”.

Gli ha risposto, in chiusura di dibattito, Eduardo Galeano: “mi sembrerebbe tristissimo un vocabolario che non avesse la voce utopia, così come una carta geografica senza un luogo invisibile. Si tratta di un diritto umano inalienabile, opposto al fatalismo di chi accetta il presente come inevitabile destino”.
Di seguito gli interventi di Galeano e di Saramago, tratti da registrazione e non rivisti dagli autori.

Eduardo Galeano: un altro mondo batte nel ventre di questo

Mondo paradossale, vita paradossale, personaggio paradossale don Chisciotte de la Mancha: un romanzo immortale che è un’avventura della libertà nata nel carcere di Siviglia, dove Cervantes era rinchiuso per debiti come lo siamo noi dei Paesi latinoamericani, prigionieri per i debiti. E, di paradosso in paradosso, il romanzo è diventato famoso soprattutto per una frase che don Chisciotte non ha mai pronunciato. La citano tutti o quasi tutti i politici, spessissimo: “Làtrano, Sancho, segno che dobbiamo cavalcare”, ma questa frase non compare nel romanzo di Cervantes, l’ho letto con cura, cercandola nei due tomi, ma non c’è. È paradossale che questo personaggio a cavallo di un ronzino, con la sua armatura di latta, che sembra destinato al perpetuo ridicolo e alla perpetua sconfitta, abbia potuto fare la strada che ha fatto lungo questi quattro secoli. Perché è ridicolo quello che gli capita, soprattutto nei suoi duelli impossibili. Profondamente ridicolo. Il bambino crede che una scopa è un cavallo finché dura il gioco, così finché dura la lettura, i lettori accompagnano e condividono le stravaganti peripezie di don Chisciotte, facendole proprie. Ridono di lui – ridiamo di lui – ma molto più spesso ridiamo con lui. “Non prendere sul serio nulla che non ti faccia ridere”, mi raccomandava, a ragione, un amico brasiliano alcuni anni fa. Nel linguaggio popolare i sogni di don Chisciotte vengono presi sul serio, ed è capita la dimensione eroica che la gente ha conferito all’antieroe. Un antieroe dalla dimensione eroica, come riconosce il vocabolario delle Reale Accademia della Lingua spagnola, che definisce la chisciottata come l’azione propria di un chisciotte, dove chisciotte è colui che antepone i suoi ideali al suo tornaconto e agisce disinteressatamente e con responsabilità in difesa di cause che considera giuste, senza riuscirci. Queste due ultime parole non mi convincono, perché spesso don Chisciotte ottiene quello che vuole: quel don Chisciotte che all’inizio sembra destinato alla sconfitta implacabile esce trionfante dai suoi duelli, moralmente trionfante. È per questo che, nel 1965, quando Che Guevara partì per il Congo e poi per la Bolivia e scrisse la sua ultima lettera ai genitori, per dire addio ai “cari vecchi”, non ha citato Carlo Marx, ma ha scritto: “ancora una volta sento sotto i talloni le costole di Ronzinante; mi rimetto in cammino col mio scudo al braccio”. Nelle sue peripezie don Chisciotte evocava l’età dell’oro, quella in cui tutto era in comune e non c’erano il tuo e il mio. Dopo, diceva lui, sono iniziati gli abusi e per questo è stato necessario che si mettessero in viaggio i cavalieri erranti per difendere le donzelle, proteggere le vedove, soccorrere gli orfani e i bisognosi.
Alcuni anni prima che Cervantes inventasse il suo febbrile giustiziere, Tommaso Moro aveva raccontato l’utopia per bocca di un marinaio venuto dall’America sulla nave Amerigo Vespucci e chissà se questa utopia ispirata alla vita comunitaria degli indigeni americani non abbia ispirato l’età dell’oro di cui don Chisciotte sente nostalgia. Nel libro di Tommaso Moro, che gli costò la testa, utopia significa “non luogo” (a-topos), ma chissà se questo non luogo, questo irragiungibile spazio del sogno della vita condivisa, possa avere luogo negli occhi che lo sanno presagire. Perché ogni persona contiene molte altre persone possibili e ogni mondo contiene il suo contro-mondo. La metà capace di vedere attraverso l’infamia ci rivela questa promessa nascosta: un altro mondo batte nel ventre di questo mondo. E questo mondo di cui abbiamo bisogno è tanto reale come quello che conosciamo e sopportiamo. Alcuni anni fa ho vissuto per un po’ in Venezuela e lì, sul lago di Maracaibo, ho conosciuto un pittore di grandissimo talento: si chiamava Vargas, era carpentiere, quasi analfabeta, sapeva appena scrivere il suo nome, ma era un artista prodigioso. Alcune gallerie di Caracas andavano a trovarlo nel suo villaggio e gli compravano per pochi spiccioli tele che poi rivendevano a un prezzo molto più alto e che, ora che lui è morto, sono ancora più quotate. Questi quadri avevano colori che umiliavano l’arcobaleno: i fiori, le piante, gli uccelli erano più grandiosi di quelli veri, per cui il pubblico, soprattutto straniero, celebrava l’opera di Vargas come un canto alla vita tropicale, un inno alla natura americana. E Vargas era nato, cresciuto, vissuto e aveva dipinto nel villaggio che aveva dato più petrolio alla civiltà occidentale e che il petrolio ha distrutto: non c’è più neanche una piantina verde, tutto è grigio o nero, le acque del lago sono torbide e i pesci sono morti. Persino l’arcobaleno, quando esce, è bianco e nero, gli urubù volano di fianco e gli avvoltoi di spalle! È in questo luogo spaventosamente fetido che quest’uomo ha creato una pittura prodigiosamente vivace, brillante. Vargas era, secondo me, un pittore realista, perché uno non è realista solo quando dipinge la realtà che consoce e sopporta, ma è realista anche quando dipinge la realtà di cui ha bisogno. Perché nel ventre di questo mondo c’è un altro mondo possibile.

José Saramago: è domani la nostra sola utopia

Devo darvi un cattiva notizia: io non sono utopista. E una notizia ancora peggiore: considero il concetto di utopia inutile e negativo come l’idea che dopo la nostra morte andiamo in paradiso. La parola utopia nasce con Tommaso Moro, con il suo libro “Utopia”, pubblicato nel 1516, ma l’idea viene da lontano, potremmo dire da Platone. In fondo, l’utopia nasce senza nome e forse quello che qui ingarbuglia le cose è solo un nome, perché curiosamente tutto quello che è stato detto prima poteva esser detto con uguale rigore, con uguale proprietà, con uguale pertinenza senza l’introduzione della parola utopia. Tenterò di dimostrare più avanti che c’è una questione che è indissociabile dall’utopia, o dal pensiero utopico o dall’anelito dell’essere umano a migliorare la vita e non solo in un senso materiale, ma anche in una dimensione spirituale, etica, morale: la rivitalizzazione, la re-invenzione della democrazia. Prima di parlare di don Chisciotte, va detto che per i 5 miliardi di persone che vivono nella miseria la parola utopia non significa rigorosamente nulla. (…) Si è soliti dire, e lo stesso Cervantes lo dice, che don Chisciotte, a causa del tanto leggere e del tanto immaginare, impazzì. Un signore che, quando possedeva la ragione, si chiamava Alonso Quijano, dopo essere impazzito, non contento del suo nome, che era un nome comune, entrando ipoteticamente in un ordine di cavalleria di cui era l’unico rappresentante, scelse un altro nome: don Chisciotte. E così entrò nell’immortalità. Ho detto che impazzì. Ma ci sono forse anche altri modi di interpretare le cose. Mi dispiace molto che Cervantes non abbia parlato dell’uomo anteriore a don Chisciotte che si chiamava semplicemente Alonso Quijano. Immaginiamo che fosse, come a volte può dire ciascuno di noi, stanco della vita che conduceva. Conosciamo tutti il caso di persone che dicono di andare a comprare le sigarette e non tornano più. Persone stanche della propria vita e decise a seguire una via non molto leale, non molto degna: “compro le sigarette e non torno più”. Al tempo di Cervantes era difficile, se non impossibile, cambiare la vita in maniera tanto radicale come quella che ha portato Alonso Quijano a trasformarsi in don Chisciotte. Più facile dire di essere impazzito. Perché a partire dal momento in cui uno dice di essere pazzo o si comporta come tale, tutto gli è permesso, proprio perché è pazzo. Questo è il grande trucco di Alonso Quijano, che si dichiara pazzo senza esserlo. (…)