GO, Johnny, GO

Mio caro Johnny,
posso contare i giorni di questo inutile e brevissimo mese. Potrei contarne le ore. Od anche i monosillabi con cui ti esprimi o quante volte hai alzato la testa per non guardarmi negli occhi.
Dentro di me lo sapevo, non volevo ammetterlo, ma lo sapevo.
Eppure di riunioni ne abbiamo fatte parecchie, prima, durante e dopo il tuo trasferimento dalla Febem. Ma nessuno se ne è mai occupato sul serio: tu sei uno dei tanti, sei uno in più, sei un problema, Johnny. Il Conselho Tutelar, l’organo pubblico per la difesa dell’infanzia, ce lo ha detto chiaramente: non sei un bravo ragazzo, hai un fascicolo di un chilo, pieno di note negative, non fai altro che peggiorare la situazione, sei un immenso e costante peso morto.
Te lo dico sinceramente, se fossi stato in te sarei scappato il primo giorno, quando tutti dormivano, sarebbe bastato saltare dalla finestra della tua camera, al pian terreno, e via, scomparire nel buio per la strada di terra. Una volta arrivato alla statale, ci avrei camminato ai bordi, costeggiando l’asfalto e quando arrivava una macchina mi sarei sdraiato nel fosso. Non ti avrebbero più ripreso. Invece te ne sei scappato tre volte, in pieno giorno, come un fesso. Lo sai che lì non hai alternativa, ti era stato detto chiaramente: se scappi la polizia ti riprende subito. Ma tu, Johnny, non hai iniziativa, sei incapace anche di pensare a te stesso, sei bislacco pure per fuggire. Appena arrivato in questo centro di riabilitazione per giovani tossico dipendenti, la prima cosa che hai fatto è stata quella di distribuire tra i tuoi compagni tutto quello che ti avevamo comprato nuovo, magliette, pantaloni, mutande, lenzuola, scarpe, sapone, spazzolino, dentifricio, pettine. Volevi comprartene l’amicizia, la complicità, volevi per lo meno essere lasciato in pace, che nessuno ti minacciasse di morte o di botte, che nessuno facesse la spia per qualche tua mancanza, che nessuno ce l’avesse con te per qualcosa. Sei stato furbo, ma anche ingenuo. Sapevi che questo non era permesso dalle regole della casa. Per un po’ ti è andata bene, infatti non se e erano accorti. Gli “educatori” non avevano notato fin quando non glielo abbiamo detto noi. Educatori… è strano, questa qualifica “educatore” si dovrebbe applicare a qualcuno che fosse specializzato per la funzione, così come si dice “medico” di qualcuno laureato in medicina, un dottore insomma, dovrebbe chiamarsi “educatore” chi a ciò fosse abilitato, un professore, un pedagogista… invece, sembra che per occuparsi di bambini, ragazzi e giovani, basta solamente un po’ di buona volontà, tanto entusiasmo e “muito amor no coração”, molto amore nel cuore, come dicono qui, rafforzando così l’idea che l’educazione è, tra tutte, la più marginale delle attività, anzi, che l’essere amatori, dilettanti, è una virtù perché al posto delle fredde teorie educative, si può applicare l’esperienza di vita, ripiena di affetto e di calore umano. Sarebbe l’equivalente a farsi operare da un guaritore al posto di un medico o a chiamare un disegnatore per calcolare la stabilità di un ponte. Educatori di merda, dico io. Lo ripeto, educatori di merda. Glielo abbiamo dovuto far notare noi che non avevi più una sola cosa tua. Glielo abbiamo dovuto ripetere (sempre gentili, sempre con un tono da quasi chiedere scusa e perdono per le informazioni che umilmente cercavamo di dare) cento volte la tua storia, la tua vita: la tua non-storia e la tua non-vita. Ma è chiaro che sei scappato subito. Anch’io non ci sarei rimasto neanche un minuto in quel posto. Certo, è bello fin che vuoi, in mezzo alla campagna, c’è pure la piscina… ma è un vero schifo. È risaputo che il concetto di “bellezza” varia molto nel tempo e nello spazio. Ma quel posto, Johnny, è realmente un vero schifo. Tutto vecchio, tutto rotto, tutto mezzo sporco. L’erba alta, le porte scrostate, il bagno che è un porcile, la cucina un letamaio, gli armadi sbilenchi, un’aria di precarietà, decadenza generale, mancanza di cura, mancanza di fondi, di soldi, di intelligenza… Intelligenza, sì. Quando devo accogliere ragazzi con problemi di droga e alcool, lo devo fare nel migliore dei modi, devo offrire il meglio, anche se sono un poveraccio, ma per lo meno che sia un poveraccio pulito e organizzato. Ma si sa come vanno le cose: i fondi per il finanziamento delle attività della casa sono scarsi e dipendono dalla volubilità politica dei soliti burocrati dell’amministrazione pubblica, le donazioni che praticamente mantengono la casa, scarseggiano e quando per miracolo arrivano, si capisce che sono state fatte con la tipica logica che tutti normalmente usano in questi casi: liberarsi del superfluo e donarlo a “chi ne ha bisogno”: praticamente puliscono la cantina, trovano un vecchio letto rotto e al posto di buttarlo via, lo donano a qualche entità filantropica. Non viene in mente a nessuno che quando si dona qualcosa bisogna sempre pensare a come noi stessi reagiremmo: ci piacerebbe ricevere in elemosina un paio di scarpe vecchie? C’è una frase di una persona importante che dice “il bene bisogna farlo bene”. Niente di più vero, Johnny. E nel tuo caso nessuno ha agito bene. Innanzi tutto, quando sei arrivato, ti hanno spiattellato in faccia mille regole, le regole del “non si può”, del “è proibito”. È tutta la vita che ti senti dire sul muso “No”, e adesso quando pensavi che potevi riacquistare una dignità, hanno cominciato col dirti quel “No” di cui fino ad oggi ti hanno riempito l’esistenza. Il giorno della visita, dopo mezz’ora non ne potevi più. Non ci guardavi in faccia, mugugnavi monosillabi verso i piedi, hai tentato di farcelo capire in tutti i modi che lì non stavi bene. Nessuno ti ha fatto del male, non è come la Febem, ma nessuno ti ha minimamente considerato. Non sono stati capaci di farti sentire in una casa. Sei scappato e ti hanno ripreso, e giù con la rampogna e le minacce: “tornerai alla Febem…” Stavolta ti ci riportano davvero alla Febem, ti sei allontanato senza permesso in compagnia di un altro ragazzino, e sei tornato indietro al pomeriggio con addosso un paio di occhiali da sole rubati a qualche malcapitato che hai incontrato sul tuo cammino. Cosa hai in testa, Johnny? Rispondo io: niente. Non hai niente, sei vuoto, sei una pagina in bianco, sei un inutile sgombero di un palazzo in rovina permanente, niente, un sacco appeso all’attaccapanni, a penzoloni, vuoto, aria, vento. Nessuno ti ha mai insegnato niente, Johnny, vivi per le strade da quando hai cinque anni, non sai niente di niente, non sai che hai un passato né un presente e neanche un futuro, per te il tempo è un bolla eterna, una stasi costante, un desiderio di soddisfazione istantanea dei bisogni primari: ho fame, mangio; ho sete, bevo; ho sonno, dormo. Gli anni vissuti in strada e questi ultimi due, rinchiuso alla Febem, ti hanno prosciugato di te stesso, hanno impedito il tuo sviluppo mentale, hanno danneggiato, forse per sempre, la tua capacità di comprensione del mondo. Vivi un eterno momento presente guardandoti intorno per proteggerti come puoi dalle mazzate che la vita ti dà ad ogni istante, è il solo modo che sai e l’unico che hai imparato per sopravvivere. Vivi il tuo carpe diem sul baratro della morte in vita che ti hanno imposto, tutti: tua madre che ti ha abbandonato, la strada, la Febem e le sue torture, tutti gli “educatori” di merda che hai incontrato ed anche questa casa, che ha fatto finta di accoglierti. Non c’è nessuna pasqua per te, nessuna resurrezione. La morte ti accompagna da quando sei nato, vivi la morte, ne senti il gusto e in lei ti ritrovi.
Adesso tornerai alla Febem.
Sai cosa ti aspetta, te lo hanno promesso, appena possono ti uccidono.
Nessuno ti vuole Johnny, nessuno.
E adesso non mi resta che augurarti di riuscire a non morire perchè ti voglio bene e voglio che resti vivo.
Allora scappa, rimani vivo, fuggi, vai, scappa più lontano che puoi, fai perdere le tue tracce, fatti travolgere dallo tsunami della vita, fatti portare via da lei per liberarti di questo mondo infame che non ti ha mai voluto.
Che nessuno ti cerchi, che nessuno ti trovi, mai.
Vai, Johnny. Vai e non tornare più.

São Paulo, venerdì santo, 2005