Grazie Mauro, in quattro movimenti

Non ci si incontra né la prolificità melodica di Mozart e neanche la drammatica affermazione dell’io di Beethoven. Sembra che ogni singola nota, per legarsi alla successiva, fatichi le pene dell’inferno e che quest’ultima faccia dimenticare la precedente a costo di dissonanze irrisolvibili. La tensione arriva al massimo con l’uso delle sincopi: mi contorco sulla poltrona del Teatro Municipale in serata di gala. Il biglietto me lo ha regalato una mia paziente. Una occasione unica per ascoltare Nelson Freire, pianista eccelso, tra i più grandi del mondo, interpretare il secondo terribile concerto di Brahms. Soffro in silenzio le delizie di una esecuzione memorabile. C’è chi invece non riesce a stare fermo e scartoccia una caramella; io desisto perfino dal respirare. Penso proprio che alla prossima sincope mi verrà… una sincope, appunto. Nelle poltrone davanti a me, una famiglia coreana. Nuovi colonizzatori rampanti della città, i coreani, arrivati in massa da una quindicina d’anni, stanno facendo fortuna con i negozi di abbigliamento. Viva la Corea. Ma che dico, viva Brahms. Musicista serio, serissimo, barba da patriarca, pancia cardinalizia, soffre tutta la vita l’amore non corrisposto per Clara Schumann. Non ho mai visto una sua foto in cui sorrida. Ateo, riesce nell’impresa erculea di scrivere un monumentale requiem, in tedesco, citando interi paragrafi della Bibbia dove non venga pronunciata la parola “Dio”. Un vero miracolo.

Mauro, amico mio, vorrei parlarti per ore del concerto, oppure parlarti di musica tout-court, la mia grande passione. Ma dopo quello che mi hai scritto devo tornare a noi, alla nostra terra, povera terra martoriata che adesso ci manchiamo pure noi a litigare su chi lavora meglio e su come si dovrebbe fare al posto di mettersi a litigare o a scioperare di fame od ancora a trasformarsi in simbolo di resistenza da essere seguiti coram populi. Mannaggia, che casino. E poi chi ti ha detto che io e te dobbiamo competere nello stile letterario? Siamo amici noi due e non competiamo su niente, anzi lavoriamo insieme, questo sì.

Grazie infinite per avermi spiegato la posizione dei movimenti sociali e di avermi dipinto chiaramente il quadro della situazione che ha portato il vescovo don Cappio, ad un gesto tanto controverso (questo ringraziamento è un ipocrita e bugiardo pro-forma, detto solo per far bella figura, infatti tutto quello che mi dicevi lo sapevo già. Ma saperlo da te è bello perchè, come dici – e come me, del resto – sei “di parte”, e a me le prese di posizione “di parte” piacciono molto, le considero un segno, un essere tosti, disposti alla discussione e quindi anche a ritornare sui propri passi, rivedere le posizioni e prendere parte all’ “altra parte”, insomma.). Comunque (mamma mia adesso comincia la lagna, dirai tu) tutta la mia invettiva (a proposito, lo sai che ha scatenato una tempesta? Amici e parenti mi hanno scritto dicendo peste e corna contro di me, dandomi dell’insensibile, enfatizzando la mia crudeltà, tacciandomi di settario, movimentista, ideologico, uccellaccio del malaugurio e via dicendo) non è mai stata contro i movimenti sociali e le loro ragioni. Posso solamente far loro una critica (costruttiva): penso che te ne sia accorto anche tu del fatto che tutti i movimenti, dall’MST a quelli di quartiere, concentrano le loro forze su progetti estremamente piccoli che riguardano nuclei ridotti e spesse volte impreparati per qualsiasi azione. L’agricoltura di sussistenza familiare, per esempio; la cisterna o il pozzo per la casupola del sertão; la costruzione di un centro comunitario in una favela… potrei continuare fino a domani. Mai ho sentito un proposta, dico mai, di un progetto politico alternativo di larga scala, che comprendesse le varie istanze sociali, la complessità di relazioni tra le metropoli e le campagne, lo sviluppo industriale indispensabile e lo sfruttamento delle risorse necessario alla vita del paese. Tutti argomenti che sembrano tabù intoccabili. I movimenti sociali si riducono a rivendicare questo o quel beneficio in favore di piccolezze locali a livello quasi familiare. Non che questo sia un male, per carità, ma una simile strategia politica di intervento viene subito sopraffatta da tutte le gerarchie di governo: federale, statale, municipale e di quartiere.

Mi sono dilungato, non volevo, non volevo proprio. Nelson Freire, attacca il secondo movimento, allegro appassionato, ad occhi chiusi, ma come fa? Non dirlo a nessuno, ma mi commuovo fino alle lacrime. Esagerato, mi dirai. No, no, è vero. Brahms, allegro appassionato, lo sento mio come non mai e con gli occhi pieni di lacrime tamburello sulle cosce le mie dita anchilosate di pianista frustrato, chissà forse se… penso, ascolto, sento.

Luis, il tuo amico dell’associazione, ha definito il gesto del vescovo come una cretinata. Quello che penso io lo sai già ma lo ripeto: un ricatto bello e buono, un gesto in quello stile messianico tipico di questa terra che finchè avrà bisogno di martiri non avrà ancora capito la sua forza e si comporterà come uno stupido gigante grasso e ubriaco, come l’orso da fiera paesana legato alla catena per il collo a cui tutti gridano “balla orso, balla”. A proposito di grassi ubriachi, hai visto Lula a Roma, che bella foto in prima pagina tra Prodi, D’Alema e tutta l’intelighenzia italiota? Se lo contendevano uno con l’altro, sembravano dicessero “è più amico mio che tuo, perchè io sono più terzomondista di te, io ho aiutato il PT e tu no, io so ballare la samba e tu invece la confondi ancora con la rumba”. È questa la figura che ci facciamo, contesi come pezzo da esposizione, ancora piuttosto esotici ma anche abbastanza appetibili per palati abituati a prosciutti, salami e barbera. Lula non è riuscito ad incontrare Sua Santità. Chissà cosa si sarebbero detti. Uno dei nostri meninos, gli ha scritto, a Sua Santità, il giorno dopo l’elezione. Gli ha raccontato che un omaccione lo voleva accoltellare ma che poi è riuscito a divincolarsi e scappare lontano e dal nascondiglio ha visto uno “tio” litigare per sua causa con l’energumeno che quasi si pigliano a botte. La lettera l’hanno subito pubblicata in un sito internet, ma Sua Santità non gli ha ancora risposto. Dunque, veramente caro Mauro vorrei dire al tuo amico Luis, che la cretinata di don Cappio, non è una cretinata qualunque. No. Se fosse una cretinata Lula, e neanche il nunzio apostolico, si sarebbero scomodati, né io avrei scritto quell’invettiva, né tu mi avresti risposto, né decine di persone mi avrebbero scritto peste e corna ecc, ecc. Quel gesto ci ha toccato tutti da vicino. Domanda nº1: è mai possibile che abbiamo ancora bisogno di gesti eroici, non basta il lavoro quotidiano, silenzioso ma efficace? Domanda nº2: perché, come dici tu, solamente uno sparuto gruppetto di contadini si è unito al vescovo e invece non si è mobilizzata l’intera società civile, approfittando l’occasione per una critica dura a questo governo nato come messianico (pure lui) e ora ridotto ad antro di vergognosa corruzione? Domanda nº3: perchè, per citare ancora le tue parole, tutti gli incontri tenuti dal governo coi movimenti sociali, sono finiti in tumulto? Per assoluta ottusità del governo (eletto con il loro fondamentale appoggio) o per l’incapacità di questi ad articolare una opposizione organica e coerente al progetto in questione e allo stesso governo?

Sul libretto c’è scritto “andante”. È il terzo movimento, lento, lentissimo, quasi fermo, ogni nota suonata come se fosse l’unica nota. La famiglia coreana si mette le mani nei capelli quando il suono di un telefonino violenta il silenzio tra una nota e l’altra. Io, non faccio una piega, il cellulare può suonare anche fino a domani, non mi fa né caldo né freddo: la musica e le sue pause, Nelson Freire ad occhi chiusi, abitano ormai dentro di me. Sono invulnerabile. Sento che potrebbe succedere qualunque cosa e niente mi accadrebbe, cascasse il mondo, resterei qui ad occhi chiusi a soffrire le sincopi con Brahms e Nelson Freire. Come un pazzo. Allora è vero, “quando la ragione si spegne la pazzia è l’unica strada”! (perdonami, caro Mauro, la battuta bizzarra e malfatta di cui sopra, sono stanco e non sapevo come riagganciarmi al discorso) La pazzia ha molte facce e soprattutto fa paura. Nessuno vuole sedersi a ragionare con un pazzo. Al contrario, si chiama l’ambulanza e lo si porta via. Questo è il vero pericolo, la pazzia del gesto, il gesto da matto che da messianico si trasforma in folcloristico, da profetico diventa un “balla orso”, un “digiuna vescovo, digiuna” ad uso e consumo di programmi televisivi delle varie Raffaella Carrà locali.

È questo quello che realmente vogliamo? Ho ancora le pause tra le note a provocarmi singhiozzi che l’ultimo movimento, allegro grazioso, irrompe con la forza di un’orchestra di cento elementi. Non ce la faccio più. È troppo anche per me, innamorato di Brahms, della sua barba, della sua pancia, della sua musica. Accolgo lo zà-zà finale come una catarsi, mi alzo in piedi e mi spello le mani. Io di Parma, la famiglia di Seul, Nelson Freire di Belo Horizonte, Brahms, tedesco, un gigante della cultura occidentale. Io nato in val padana, tu, Mauro carissimo, ai piedi del Brenta, ad arrovellarci il cervello su un gesto di un vescovo in un posto irraggiungibile chiamato Cobrobò. Paolo Mauro Luis Nelson Brahms Seul Cobrobò, il mondo è diventato piccolo, ma è il nostro mondo. Ed è bello avere un amico come te, “di parte”, e che al mondo ci sta perchè tutti possano viverci meglio.

Grazie Mauro.