In pochi giorni

Ho deciso su due piedi, appena saputo: biglietto, aeroporto e via. Un paio di telefonate per sistemare le cose di casa, lavoro e tran-tran ed è subito controllo di frontiera, passaporto e sala d’imbarco. Un problema familiare mi ha smosso dalle abitudini della vita nel Pais Tropical che mi ha adottato, nei mari del sud, per trasportarmi in undici ore in quello dove sono nato. Un viaggio maluco, doido, pazzo, una sorpresa anche per me che ho deciso e risolto in un secondo.
Arrivo a Spqr, la città più bella del mondo. Lacrimuccia, groppo in gola. Qui ho vissuto tanti anni, ho conosciuto mia moglie, mi sono laureato, ci mangiai una pizza e una carbonara da leggenda. Tra colonne e piazze, cupole e fontane, passeggiano i miei occhi increduli di tanta bellezza.
La tentazione del paragone è enorme. Rifuggo: niente paragoni! Spqr è decisamente Rock!
A proposito, a dire così l’ho imparato in camera d’albergo. Lo diceva Abiliano Colombano alla Tv. Passava il tempo fisso come un chiodo, fisso sì, proprio lui che era conosciuto come il Bolleggiato, se ne restava impalato su un pulpito a dividere manicheisticamente il mondo in Lento e Rock. Tra sbadigli e surrealismi, ne ha detta una buona, una Rock: il trapianto di capelli è Lento, farsi il riporto è Rock. Ma il fatto incredibile non è lui, il Bolleggiato, il fatto degno di nota è che in tutti questi giorni, pochi a dir la verità, che sono rimasto, se ne è parlato dappertutto: pagine di giornali, commenti sull’autobus, intere trasmissioni televisive ad analizzare i contenuti dello sproloquio Lento-Rock. Una intera puntata di Porta in Faccia, condotta da Bruto Mosca, dedicata ai bolleggi demenziali Lento-Rock, tra politici di turno, psicologi e sessuologi, coscioni di attricette procaci dalla bocca in fiamme che, volgendo il labbro tumido al peccato sentenziavano che sì, la libertà è Rock.  Una non-notizia, diventata improvvisamente oggetto di analisi e profonde riflessioni. Fantastico, sono a casa, ho pensato. E tutto questo in poche ore.
Cambio canale: l’Isola dei Pallosi. Geniale, grandioso programma che mi ha trasformato per un’ora in un voyeur, un guardone insomma, desideroso di intravedere angoli inusitati e oscure anatomie di gente che non vedevo da secoli e che ora ritrovo invecchiata miseramente. Decisamente Lento.
Pochi giorni, arrivo ad Alma Mater, la mia città. Nebbia in Val Padana, sole addio, caldo addio, nuvole basse e umidità nelle ossa. "Ha visto cos’ha fatto il Cinese" mi chiedono subito. Ed anche qui la città divisa tra il Lento e il Rock. Togliere le baracche dal greto del fiume. Per i baraccati è Lento, quasi fermo direi, per il Cinese è Rock, scatenato. Oggi si vota al Comune: la mia piazza (mi hanno detto orgogliosi che è la più bella del mondo), la Plaza Major, con più poliziotti che piccioni. Si teme la bomba, arrivata veramente in un pacchetto, ieri; oggi ne può arrivare un’altra. Lento, decisamente Lento. La mia città di bombe se ne intende. Un secolo fa, io in stazione c’ero e li ho visti davvero i morti e pezzi di morti sparpagliati. In pochi giorni ascolto parole nuove, nuovi gerghi, nuovi slogan, uno tra tutti: "antagonismo". Là dove vivo, nessuno vuole essere antagonista, anzi si vuole "lavorare con" per diventare protagonisti. Niente paragoni, ho detto! Rossa e grassa, stupenda città porticata, groppo in gola e lacrimuccia anche per te, Alma Mater che mi hai visto baldo giovane e capellone a cavallo di una gloriosa moto rossa, sognare la California dei tropici. Ora che ai mari del sud ci vivo, ti penso sempre con allegria e compassione. L’allegria di ritrovarti rossa e grassa come sempre, la compassione di ritrovarti rossa e grassa come sempre.
Oggi ripeto un gesto automatico, una abitudine che mi ha accompagnato per tutta la vita, entrare nella libreria sotto la Torre dei Somarelli. Libri, libri e ancora libri come ai mari del sud non se ne vedono: tutto e il contrario di tutto a mia disposizione, sfoglio full immersion tra scrittori e filosofi, sfoggio ignoranza da turista giapponese e, da buon figlio di Dante, mi lascio cullare tra le pagine di una cultura umanistica unica al mondo. Sollucchero e goduria. Felicità, mi sento in casa e voglio dirlo a qualcuno, scambio due parole, abituato come sono, col mio vicino interessato al medesimo libro: mi guarda male, gira le spalle e se ne va. Per un attimo, in questa ninna nanna culturale, non mi sono ricordato che qui, nel paesello mio e le nebbie in Val Padana, tra estranei non ci si parla, mai o quasi mai, né men che meno, ci  si tocca. Be’ questo è veramente impossibile. Toccarsi. La stretta di mano tra estranei è tinca e tirata, come se chi ti sta di fronte ti facesse schifo o ne avessi paura. Allora gli stringi la mano e gli sorridi chumbado, piombato, fisso e stoccafisso come se tra i denti dicessi: piacere, lei non sa chi sono io, stia attento che le posso citare Petrarca, che ho visto tutti i film di Rossellini, che il ragù come fa la mia mamma con le carote tagliate in cubetti, non lo fa nessuno, stia attento lei che mi dà la mano. Lento, molto Lento stringersi la mano, lo sforzo che si fa per conoscere un estraneo, qui in val Padana è Lentissimo. Esco allora da questo riscaldamento acceso ai primi di novembre, e sulla piazzetta ritrovo il freddo della mia giovinezza, quel freddo che mi faceva sognare di avere quarant’anni e poter abitare ai tropici, nei mari del sud, ma che ogni tanto mi si risveglia dentro e se chiudo gli occhi lo ritrovo ancora in me.
Si chiude la porta di vetro della famosa libreria Poltronelli e con la coda dell’occhio noto la presenza di qualcosa familiare, lo riconosco subito, si avvicina imbacuccato fino agli occhi, indolente, dondolando mi abbraccia, si chiama Mustafà, vuole vendermi un elefante di avorio, ne ha un borsone pieno. Mustafà. Mi parla in un italiano stentato, gli rispondo in portoghese. Extracomunitario anch’io, nella mia città, abbracciato a Mustafà. Rock.
No, Mustafà, non posso, non ci sta in valigia, domani parto, grazie lo stesso. Se ne va bofonchiando, ma poi si gira e mi accenna col braccio: buon viaggio, dice.
Eccomi di nuovo nella sala d’imbarco. Ciao Spqr, ciao Alma Mater, ciao Lasagne-che-come-le-fanno-qui-non-le-trovi-da-nessuna-parte. Io che non ho mai pianto in vita mia, sarà l’età; lacrimuccia e groppo in gola, una volta Lente oggi, finalmente, Rock.