Io, Frank Capra e James Stewart

È giorno di festa. Il gruppo si riunisce per l’ultima riunione dell’anno. Ci sono tutti, i fondatori, i collaboratori, qualche amico, i soliti bambini che appaiono improvvisamente sbucando da non so dove, i professori del movimento di alfabetizzazione. Qualcuno ha avuto l’idea di cercare un ramo secco per farne un albero di Natale. Più bello di così, impossibile. Enorme, alto fino al soffitto, addobbato con nastri rossi e verdi e alcune grandi palle dorate. Sembra il roveto ardente di Mosè. L’albero dei bambini è ancora più bello. Di cartone, ritagliato da loro e ornato da disegni che rappresentano il loro quotidiano. A turno ci illustrano il contenuto. Tra tutti, uno: la seggiola a rotelle vuota, una bambina in piedi al suo fianco la osserva con distacco. Spiega l’autore che la bambina dopo tanta fisioterapia ha cominciato a camminare.

Piccole cose, difficilissimo raccontarle, banali a leggerle, grandiose da vivere.

Immaginiamo la miseria di una favela e la sua gente a morire lentamente di stenti e abbandono, nell’attesa che qualche associazione filantropica passi di là e distribuisca le ceste alimentari. Immaginiamo gente disoccupata, analfabeta. Immaginiamo bambini senza registro all’anagrafe, senza scuola né vaccinazioni. Immaginiamo. Guardiamo ora cosa è successo in tutti questi anni.

Ascoltiamo Maria: Voglio ringraziare tutti, dice. Chi mi conosce sa come vivevo, come ho sempre vissuto. La miseria della mia famiglia, la favela, la paralisi che mi affligge dall’età di sette anni. La mia storia è uguale a decine di altre storie, con una differenza, quella di aver imparato la strada della conquista dei miei diritti individuali. E se non fosse per questo gruppo, vivrei ancora, alla mia età, a cinquant’anni, chiusa nella mia baracca senza neanche uscire di casa, per paura e per vergogna. Sì, vergogna di me stessa, della mia malattia, delle mie gambe storte, della mia povertà, vergogna della mia stessa paura di avere vergogna. Sapete tutti che a partire da gennaio comincerò a lavorare. Lavorare: guadagnarmi da vivere, sarò finalmente indipendente. Di questo siete tutti responsabili e per questo voglio ringraziarvi.

Anche i più duri cedono all’emozione. Oggi non importa il pragmatismo razionale di cui siamo impregnati, non importa neanche la quantificazione oggettiva dei famosi “risultati concreti”. Oggi siamo diversi e prendiamo le cose così come sono, senza capirle, senza analizzarle, le sentiamo e basta. Maria ha parlato a nome dei presenti, per Anselmo, Marta, Mara, Odina, Dercio, Adenita, Eunice, Nivia, Regina, per tutti gli amici incontrati, per quelli che non possono venire. Coi miei colleghi ci scambiamo sguardi lucidi, senza fissarci per non piangere troppo platealmente. Qualcuno ricorda il giorno della prima riunione, qualcun altro va ancora più indietro negli anni a ripescare addirittura le riunioni preparatorie per la prima riunione. Sì, perché per fare una riunione bisogna prima prepararla; così come per prendere appunti durante questa prima riunione, bisogna aver imparato a scrivere e per imparare a scrivere è necessario frequentare il corso di alfabetizzazione per adulti, e per far ciò è fondamentale aver capito che di tutto questo – prendere appunti, scrivere, leggere – se ne ha un bisogno urgente. Le teorie sociologiche, la politica, i grandi cambiamenti sociali promessi ad ogni istante da i vari politicanti di turno, oggi svaniscono, evaporano, si sbriciolano davanti alle parole di Maria e dei miei amici.

Torno a casa. So di aver fatto un buon lavoro. Vorrei essere capace di fare come James Stewart in quel film antologico di Frank Capra, La vita è una cosa meravigliosa, vorrei gridare come lui: Buon Natale, sole; Buon Natale, albero; Buon Natale, fiume; Buon Natale, amici: Buon Natale anche noi, che ce lo meritiamo.

Paolo D’Aprile

São Paulo, Brasil, Natale 2005