J’accuse

Non mi si venga a tacciare di radicalismo.
Non mi si venga a dire di mantenere la calma, di non prendere posizione e di fare attenzione a ciò che dico per evitare spiacevoli conseguenze, per cercare di salvare capra cavoli e culo. Non mi si venga a dire più niente: attenzione, posso reagire.
Ridono, macellai. Ciarlano e ridono. Mangiano, si ingozzano e ridono. Hanno la bocca piena, sghignazzano e sbavano, parlando sputano. Maledetti.
Il Circolo Italiano, uno dei posti più esclusivi ed eleganti della città: l’incontro settimanale del Rotary. Oggi è il Rotary, ma potrebbe essere qualunque altra associazione benemerita, civile o religiosa, poco importa. Ormai ho perso il conto a quante riunioni di questo genere ho partecipato. Oggi tocca al Rotary.
Visto il mio stato d’animo, mi si potrebbe obiettare sulle ragioni della mia presenza: l’ottimismo, la speranza, la coscienza morale e civica, il mio dovere, la consapevolezza della forza di un’idea, la mia convinzione. Purtroppo il feedback, forse troppo ingenuamente da me sperato, agognato e desiderato, raramente succede, quasi sempre si dimostra attraverso timidi elogi, incoraggiamenti pro forma e perfino qualche fraterna pacchetta sulle spalle come a dire: “….questo è un lavoro da santi…”.
Oggi, dicevo, tocca al Rotary, con tutta la pompa e circostanza che questa prestigiosa associazione e questo luogo, il Circolo Italiano, appunto, richiedono. In pieno centro, nel palazzo più alto, i notabili della vita cittadina, cominciano i discorsi ufficiali, si alternano al microfono in un autoincensarsi da far venir la nausea anche a quei santi di cui si diceva. Apre la conferenza l’ex presidente della confindustria, che, come fa da sempre, pontifica sui mali del Paese e sulle rispettive soluzioni se i governanti adottassero le misure che egli stesso, da sempre, non si stanca di blaterare ai quattro venti. Detto tra noi, mi piace ricordarlo, una quindicina d’anni fa, quando ammise di aver dato duecentomila dollari come “contributo” allo schema di corruzione montato dall’allora candidato, poi diventato Presidente della Repubblica, Fernado Collor. Ebbene, bastarono due anni per il medesimo Collor essere deposto dal parlamento, accusato di corruzione, concussione e peculato. Pagarono i corrotti ma non i corruttori. Lo stesso parlamento vietò le indagini sulla rete di tangenti: sapeva che molti degli illustri parlamentari e degli stessi giudici della corte costituzionale ne erano coinvolti. E tutto, tangenti corruzione e intrallazzi vari successe con la scusa di difendere il Paese dal pericolo rosso che avrebbe potuto rappresentare l’eventuale elezione di… Lula. Oggi, quindic’anni dopo, ritroviamo il nostro Lula a difendere la stessa politica economica liberal-globalizzante che ha ridotto il nostro Paese e la nostra gente a questa situazione di abbandono e di miseria.
Corsi e ricorsi della Storia.
Ma veniamo a ciò che interessa.
Le inutili e pallose ciarle di circostanza di ex corruttori, di imprenditori di successo, di giovani rampanti dell’industria locale. Gli argomenti: la “riqualificazione” del centro della città, il contributo della prestigiosa associazione, i propositi e le azioni del nuovo sindaco (eletto col loro fondamentale appoggio). “Riqualificazione”, secondo loro, significa ridare la dovuta altezzosa dignità al centro, purgandolo di tutto ciò che stona al bon ton: mendicanti, meninos de rua, venditori ambulanti e altra gentaglia di questa risma. Mi invitano a prendere la parola. Ho qualche minuto a disposizione, ma ormai di pratica oratoria ne ho a sufficienza per sapere concentrare in alcune frasi la mia metodologia di lavoro, gli obiettivi e le intenzioni future. Mi applaudono. Quale onore, che chic: gli applausi dei notabili!
Ieri ho parlato più o meno sugli stessi argomenti in una favela a trenta chilometri da qui, in una baracca senza finestre, tra fogne a cielo aperto e bambini scalzi, ho parlato ad una platea di genitori interessatissimi: mille domande, dalle più ingenue alle più pertinenti, sui mille problemi dell’educazione, l’educazione in situazioni estreme, i bambini di strada, l’intervento del Conselho Tutelar (l’organo pubblico per la difesa dell’infanzia, eletto a suffragio universale, al quale aspiro) nelle scuole, nelle famiglie, presso le istituzioni e con i meninos de rua, a contatto diretto con la realtà della violenza e dell’abbandono. Ieri, alla favela, tra la feccia; oggi, tra la creme de la creme, fautrice delle differenze sociali e della distanza fisica e fisiologica tra lei stessa e la feccia di cui sopra. Favorire, coltivare e mantenere questa distanza è la finalità, ormai palesemente dichiarata in parole opere e omissioni, dell’esistenza di queste associazioni, di queste riunioni, di tutto quest’atteggiamento bonariamente paternalista di accudire i poveri, per continuare a trattarli, appunto, da poveri, da poveri cristi miserabili che non sono altro, da feccia puzzolente e senza denti che si riproduce come conigli in calore senza più ritegno, che manda i suoi figli immondi a insozzare i nostri prestigiosi ed eleganti marciapiedi del centro. Maledetti.
Lascio il microfono tra gli applausi di circostanza e mi siedo al posto assegnatomi tra i rampanti e benefattori della città.
Comincia il pranzo ufficiale: portate e salamelecchi, in punta di forchetta si mangiano caviale del volga e pernici in salmì. Si banchetta, si conversa, ci si ciarla addosso, uno con l’altro ci si tessono elogi.
Ieri in favela mi hanno offerto un caffè acquoso e un paio di fette biscottate. La feccia.
Tra una boccata e l’altra cerco sempre di mantenere buoni rapporti: in fin dei conti è gente importante, influente, e senz’altro tra loro esiste qualcuno di buone intenzioni… per lo meno continuo a sperare che sia così.
Come in un flash-back, tra me e me, riascolto le mie ultime parole: “la mia intenzione non è di togliere i bambini dalla strada ma è togliere la strada dalla testa del bambino…”: una specie di metafora per dire che l’attrattiva della strada, la libertà che essa offre al bambino è molto più forte, molto più insinuante e piacevole di qualsiasi attività educativa proposta dalle case di accoglienza. Togliere la strada dalla testa del bambino, significa fargli recuperare quella dignità perduta o che da sempre gli è stata negata. Il flasch-back della mia ultima frase mi soddisfa, sorrido. No, non sorrido più. Chi sorride è il mio vicino, uno della creme. Parla. Mi parla. Mi rivolge la parola, come a sfidarmi, a insultarmi. Cito: “L’unica soluzione per risolvere il problema dei bambini di strada è avvelenarli tutti. E avvelenare anche chi li ha messi al mondo così imparano e così la smettono di fare altri figli.” Parla sputacchiando tra un bicchiere di spumante e la pernice in salmì. Mi alzo. Non so se ho le lacrime agli occhi. Non so se rabbia, frustrazione, schifo, nausea, non so più niente.
Esco dalla sala. Esco dal grattacielo. Sul marciapiede, davanti alle bocche dell’aria condizionata di una grande banca, dormono sdraiati per terra una decine di figli della feccia. Vorrei gridare loro di scappare che li vogliono avvelenare. Vorrei dire loro di tornare nelle favelas da dove sono usciti per avvisare le loro madri del pericolo…
Mentre si abbuffava, sputacchiando a destra e a sinistra, quel maiale, grasso e porco, diceva che voleva avvelenare i bambini.
In agosto dello scorso anno, uno squadrone della morte, un gruppo di sterminio, in una notte ha ucciso a bastonate sette persone che dormivano per strada. Le minacce e soprattutto il clima in cui esse nascono, si è instaurato ormai da molto tempo sia tra la gente comune, che tra chi dovrebbe salvaguardare le norme del vivere civile: istituzioni, polizia, sindaco, educatori, scuola. Dire che è tutto marcio, sembra una irresponsabile generalizzazione. Ma oggi lo dico. Leggo sul giornale che è cominciata la “operação limpeza” “operazione pulizia”. Le forze dell’ordine, di notte, nel momento di maggior vulnerabilità, danno la caccia ai bambini che si nascondo nei cespugli, negli anfratti, nei tombini di fogna. Li prendono e li portano via, secondo fonti ufficiali, li portano nelle case di accoglienza. È inutile dire che questo modo di agire è illegale, ferisce le disposizioni dello statuto dell’infanzia. Il nome stesso “operazione pulizia” la dice lunga sul modo di pensare delle nostre autorità: il bambino di strada è una sporcizia da mondare. Di notte, quando nessuno vede. Si è instaurata ufficialmente la sopressione della Giustizia, del Diritto.
La creme de la creme della mia città, mentre riempie la pancia in un ripugnate banchetto, ride, sbava, e vuole avvelenare i miei bambini.
E poi dicono che uno s’incazza.

E que ninguém venha me falar de radicalismo. Não venham me dizer de manter a calma, de não tomar posição e de prestar atenção àquilo que digo para evitar desagradáveis conseqüências, para procurar tirar o cu da reta. Não venham me dizer mais nada: atenção, posso reagir.
Riem, os açougueiros. Fofocam e continuam rindo. Comem, empanturram-se e riem. De boca cheia, gargalham e babam, falando cospem. Malditos.
O Circolo Italiano, um dos lugares mais exclusivos e elegantes da cidade: o encontro semanal do Rotary. Hoje é o Rotary, poderia ser qualquer outra associação benemérita, cível ou religiosa, pouco importa. Perdi a conta de quantas reuniões deste tipo já participei, hoje é a vez do Rotary.
Visto o meu estado de animo, poderiam me questionar sobre as razões da minha presença: o otimismo, a esperança, a consciência moral e cívica, o meu dever, o estar ciente da força de uma idéia, a minha convicção. Infelizmente o feedback, talvez esperado, agoniado e desejado ingenuamente por mim, raramente sucede, quase sempre se revela através de tímidos elogios, encorajamentos pró-forma e até com algum fraternal tapinha nas costas, como dizendo: “…este é um trabalho de santos…”.
Hoje, dizia, é a vez do Rotary, com toda a pompa e circunstância que esta prestigiosa associação e este lugar, o Circolo Italiano, pedem. Em pleno centro, no edifício mais alto, os maiorais da vida da cidade, começam os discursos oficiais, alternando-se ao microfone em um auto-elogio que daria náusea mesmo àqueles santos dos quais se falava antes. Abre a palestra o ex-presidente da Confederação das Indústrias, que, come desde sempre faz, pontifica sobre os males do País e sobre as devidas soluções se os governantes adotassem as medidas que ele mesmo, desde sempre, não se cansa de anunciar aos quatro ventos.
Aqui entre nos, gosto de lembrá-lo, uns quinze anos atrás, quando admitiu ter dado duzentos mil dólares, como “contribuição” ao esquema de corrupção montado pelo então candidato, e depois Presidente da República, Fernando Collor. Pois bem, bastaram dois anos para que o mesmo Collor fosse deposto pelo Congresso Nacional, acusado de corrupção, concussão e peculato. Pagaram os corruptos, não os corruptores. O próprio Congresso vetou os inquéritos sobre o esquema de propinas: sabia que muitos dos ilustres deputados e dos próprios juizes do Tribunal Superior, estavam envolvidos. E tudo isso, propinas, corrupção e negócios espúrios, aconteceu com a desculpa de defender o País do perigo vermelho que poderia representar a eventual eleição de… Lula. Hoje, quinze anos depois, reencontramos o nosso Lula defendendo a mesma política econômica liberal-globalizante que reduziu o nosso País e a nossa gente a esta situação de abandono e de miséria.
As idas e vindas da História.
Mas Vamos ao que interessa.
Os inúteis e maçantes falatórios de circunstância de ex-corruptores, empresários de sucesso, de jovens yuppies da indústria local. Os assuntos: A “re-qualificação” do centro da cidade, a contribuição da prestigiosa associação, os propósitos e as ações do novo prefeito (eleito com o fundamental apoio deles). “Re-qualificação”, segundo eles, significa devolver a devida soberba dignidade, o glamour e a higiêne ao centro, purgando-o de tudo aquilo que destoa do bom tom: mendigos, meninos de rua, vendedores ambulantes e outra gentalha desta laia. Convidam-me a discursar. Tenho alguns minutos à disposição, mas também suficiente prática oratória para conseguir concentrar em algumas frases a minha metodologia de trabalho, os objetivos e as intenções futuras. Aplaudem-me. Que honra, que chic: os aplausos dos maiorais!
Ontem falei mais ou menos do mesmo assunto numa favela a trinta quilômetros daqui, num barraco sem janelas, entre esgoto a céu aberto e crianças descalços, falei para uma platéia de pais interessadíssimos: mil perguntas, desde as mais ingênuas até as mais pertinentes, sobre os mil problemas da educação, a educação em situações extremas, os meninos de rua, a intervenção do Conselho Tutelar nas escolas, nas famílias, nas instituições e com os meninos de rua, em contato direto com a realidade da violência e do abandono. Ontem na favela, entre a ralé; hoje, entre a creme de la creme, fautora das diferenças sociais e da distância física e fisiológica entre ela mesma e a ralé da qual disse. Favorecer, cultivar e manter esta distancia é a finalidade, já abertamente declarada em palavras atos e omissões, da existência destas associações, destas reuniões, de toda esta atitude bondosamente paternalista de acudir aos pobres, para continuar a tratá-los como tais, como pobres cristos miseráveis, como ralé fedorenta e sem dentes que se reproduz feito coelhos no cio sem mais vergonha, que manda os seus filhos imundos sujar as nossas prestigiosas e elegantes calcadas do centro.
Malditos.
Deixo o microfone entre os aplausos de circunstância e sento no meu lugar entre os yuppies e os benfeitores da cidade.
Começa o almoço oficial: serviço impecável e beija-mão, com dedinho esticado comem-se caviar do Volga e manjar dos deuses. Come-se, fofoca-se. Cada um enaltece a si mesmo elogiando-se e espelhando-se no auto-elogio do outro.
Ontem na favela me ofereceram um café aguado e uns salgadinhos. A ralé.
Entre uma garfada e outra, procuro sempre manter bons relacionamentos: a final de contas é gente importante, influente, e sem duvida entre eles existe alguém de boas intenções… Pelo menos continuo a esperar que seja assim.
Como em um flash-back, entre eu e mim mesma, escuto as minhas últimas palavras: “a minha intenção não é tirar as crianças da rua mas sim tirar a rua da cabeça da criança…” uma espécie de metáfora para dizer que o atrativo da rua, a liberdade que ela oferece à criança é muito mais forte, muito mais insinuante e prazerosa de quaisquer atividade educativa propostas pelas casas de acolhida. Tirar a rua da cabeça da criança, significa resgatar aquela dignidade perdida ou que desde sempre foi a ela negada. O flash-back da minha última frase me satisfaz, sorrio. Não, não sorrio mais. Quem sorri é o meu vizinho, um cara da creme. Fala. Fala comigo. Direciona a palavra a mim, como um desafio, um insulto. Cito: “a única solução para resolver o problema das crianças de rua é envenenar todos. E envenenar também as mães que os puseram no mundo para aprender a não fazer mais filhos.” Fala cuspindo entre um copo de champagne e o manjar dos deuses. Levanto. Não sei se tenho os olhos lacrimejando. Não sei se raiva, frustração, nojo, náusea, não sei mais de nada.
Saio da sala. Saio do arranha céu. Na calcada, na frente da saída do ar condicionado de um grande banco, dormem deitados no chão um punhado de filhos da ralé. Queria gritar a eles de fugir que querem envenená-los. Queria dizer a eles de voltar nas favelas de onde saíram para avisar as suas mães do perigo…
Enquanto se empanturrava, cuspindo pra cá e pra lá, aquele porco gordo e sujo dizia que queria envenenar as crianças.
No mês de agosto do ano passado, um grupo de extermínio, um esquadrão da morte, numa noite matou a pancadas sete pessoas que dormiam na rua. As ameaças e principalmente o clima no qual estas nascem, instaurou-se há muito tempo, seja entre as pessoas comuns que entre quem deveria zelar pelas normas da convivência social: instituições, polícia, prefeito, educadores, escola. Dizer que é tudo podre parece uma irresponsável generalização. Mas hoje o digo. Leio no jornal que começou a “operação limpeza”. As forças da ordem, a polícia, de noite, no memento de maior vulnerabilidade, caçam as crianças que se escondem nos buracos, nos mocós, nos bueiros. Prendem-nos e levam-nos embora, segundo fontes oficias, levam-nos nas casas de acolhida. É inútil dizer que esta forma de agir é ilegal, fere as disposições do estatuto da criança e do adolescente. O próprio nome, “operação limpeza”, diz claramente o que pensam as nossas autoridades: a criança de rua é uma sujeira para ser varrida bem longe. De noite, quando ninguém vê. Instaurou-se oficialmente a supressão da Justiça, do Direito.
A creme de la creme da minha cidade, enquanto enche a pança em um repugnante banquete, ri, baba, e quer envenenar as minhas crianças.
E depois dizem pra não ser radical.