Le morti per arma da fuoco

Carissimi
È domenica 24 luglio e trovo un po’ di tempo per scrivervi.
Questa settimana è stata molto intensa e ricca di eventi. Abbiamo concluso il seminario di due giorni per discutere i 15 anni dello Statuto dei diritti dei bambini e adolescenti (ECA) e venerdì abbiamo fatto una camminata in centro a Rio per ricordare la situazione di violenza e di mancanza di opportunità che condannano i nostri giovani ad una morte precoce. Abbiamo ricordato i morti della Candelaria (1993) e della Baixada Fluminense (2005) e la situazione di estrema violenza che percorre tutto il Brasile e colpisce i poveri.

In continuazione con questo discorso vi traduco due articoli. Il primo è il rapporto dell’Unesco sulla situazione delle morti per arma da fuoco in Brasile e il secondo è un capitoletto di un libro straorinario.

www.Unesco.org.br
Titolo: Il Brasile registra più morti per arma da fuoco che in un guerra armata.

Negli ultimi dieci anni i morti per arma da fuco registrati in Brasile superano il numero delle vittime di 23 conflitti armati, passando al secondo posto dopo le guerre civili di Angola e Guatemala.
In questo periodo sono morte 325.551 persone, una media di 32.555 morti per anno. I dati fanno parte dello studio: ‘Mortes Matadas por armas de fogo no Brasil 1979-2003’, che è stato diffuso il 27 giugno dal rappresentante UNESCO in Brasile, Jorge Werthein e dal Presidente del Senato Federale, Renan Calheiros, al Senato, in Brasília (DF).
Questo studio ha come obiettivo sensibilizzare la società brasiliana sull’importanza del disarmo della popolazione e l’approvazione del referendum per restringere il libero commercio delle armi da fuoco, che deve essere approvato in questi giorni .

Lo studio rivela che tra il 1979 e il 2003 le armi da fuoco hanno ucciso 550 mila persone, che significa 35 mila vittime all’anno o anche 100 al giorno.

La ricerca conferma che i giovani tra i 15 e i 24 anni sono le principali vittime delle armi da fuoco: del totale delle vittime sono 206 mila i giovani in questa fascia di età. Solo nell’anno 2003 il 41,6% dei casi erano giovani.

La ricerca è stata fatta in base ai dati del sistema di informazione della mortalità brasiliano (DATASUS del ministero della salute) e poi confrontato con dati internazionali. E’ stato comparato anche con altre tipo di morti (incidente stradale, malattie, ecc..). Inoltre queste morti sono state confrontate con il numero delle vittime di 26 conflitti armati di 25 paesi del mondo in diversi periodi.
Quello che risulta impressionante è che in Brasile, anche senza esserci un conflitto religioso, una guerra con un paese confinante o una lotta politica armata interna, si verificano più vittime per armi da fuoco rispetto a nazioni colpite da un conflitto bellico dichiarato.

Per promuovere una cultura della pace in Brasile si deve passare necessariamente per la riduzione delle armi in circolazione e della loro vendita.

Alcuni dei dati principali della ricerca:

1) Tra il 1979 e il 2003 più di 550 mila persone morte in Brasile per arma da fuoco in un crescendo continuo. In questi 24 anni le morti violente sono cresciute del 461,8%, mentre la popolazione è cresciuta appena del 51,8%.
La spinta è stata data dalla crescita degli omicidi del 542,7%. I suicidi con armi da fuoco sono cresciuti del 75% e le morti per incidente con arma da fuoco sono cadute del 16,1%.

2) Dei 550 mila morti, 205.722, o sia il 44,1%, sono giovani della fascia tra i 15 e 24 anni. Considerando che questi giovani rappresentano il 20% della popolazione brasiliana si conclude che in questa età muore il doppio di persone rispetto alle altre fasce.

3) Tra i giovani la crescita è stata più mortale arrivando a 640,3%.
Gli omicidi sono aumentati del 742,9%, i suicidi sono cresciuti del 61% .

4) E’ aumentato il numero di giovani come vittime. Nel ’79 i morti giovani nel Brasile sono stati 2.208 cioè il 31,6% del totale delle vittime. Nel 2003, i 16.345 giovani morti per armi da fuoco rappresentano il 41,6% del totale delle vittime.

5) Nel Brasile guardando il totale della popolazione la principale causa di morte è quella cardiaca, secondo la cerebrovascolare e al terzo posto le armi da fuoco.
Tra i giovani invece è la prima con una sproporzione con la seconda causa che è la morte in incidenti stradali.

6) Nel 2003 sono morte di AIDS 11.276 persone di cui 606 giovani. Questa epidemia occupa la 11ma posizione nella popolazione totale e la sesta nell’età tra i 14 e i 24 anni

7) Tra il 1993 e il 2003, sono morti in Brasile 325.551 persone,una media di 32.555 morti all’anno per armi da fuoco. Confrontando con la mortalità di 25 conflitti armati nel mondo il Brasile rappresenta la maggior media per anno.

8) In termini assoluti il Brasile è appena dietro la guerra civile in Angola che avrebbe causato 550 mila morti in 27 anni di conflitto e della guerra civile in Guatemala che tra il 1970 e il 1994 avrebbe fatto 400 mila vittime.

9) Il Brasile rappresenta in media un numero di morti più elevato della guerra del Golfo, l’insieme della prima e seconda Intifada e il conflitto dell’Irlanda del Nord.

10) Dei 57 paesi analizzati, il Brasile, rispetto alla popolazione totale è al secondo posto dopo il Venezuela, e tra i giovani è al terzo posto dopo Venezuela e Porto Rico.

11) Tra la popolazione giovane il Brasile è al terzo posto per morti e omicidio da armi da fuoco e al terzo posto la cui causa di morte per arma è indeterminata. Per quanto riguarda gli incidenti con arma da fuoco occupa la 15ma posizione e la 20ma in relazione ai suicidi.

12) Sono pochi i paesi nel mondo, come il Brasile, dove le morti per arma da fuoco superano le morti per incidenti stradali. Tra i 57 paesi analizzati solo in sei casi questo succede e cinque di questi sono paesi dell’America latina: Argentina, Brasile, Paraguai, Uruguai e Venezuela.

13) Sono anche una minoranza i paesi in cui le morti per armi da fuoco superano il numero di suicidi. Dei paesi analizzati sono 15 che si trovano in questa situazione e la maggioranza sono dell’America latina.

Interludio
Da questa breve sintesi che vi ho presentato potere capire come la situazione in Brasile (ma anche di tutta l’America Latina) sia veramente drammatica. Quando in passato ho scritto che i giovani qui a Rio parlano di Iraq per descrivere la situazione in cui vivono, non è uno scherzo o un paragone forzato. Queste cose le abbiamo denunciate nella camminata per la pace, ma sappiamo che la realtà è complicata, i fattori in gioco sono molti, la soluzione sembra impossibile.
Per continuare questa riflessione vi riporto un capitoletto di un libro da poco uscito. Il libro (che a mio giudizio è un capolavoro e di una ricchezza straordinaria) si intitola ‘Cabeça de porco’, che letteralmente significa ‘testa di maiale’, ma che qui a Rio, nel gergo delle favelas, ha preso il senso di: confusione, strada senza uscita. Il libro è scritto a 6 mani. Un sociologo (Luiz Eduardo Soares) un famoso cantate di Hip-Hop (MV Bill) e un produttore di Hip Hop (Celso Athayde) che ha creato il CUFA (centrale unica delle favelas).

Luis Eduardo è colui che ha assunto il compito di riflette sulle testimonianze raccolte in vari anni di ricerca e inoltre è stato protagonista di una singolare vicenda. Dal gennaio a ottobre del 2003 è stato segretario nazionale di sicurezza pubblica, cercando di mettere in atto delle azioni congiunte per la diminuzione delle morti violente a Rio. Avendo intaccato principalmente gli interessi della polizia corrotta è stato dimesso con un annuncio televisivo da parte del governatore dello stato. Questo libro aiuta ad entrare nei meandri della violenza a Rio e in Brasile, a scoprirne i vari significati e ad indicare delle possibili soluzioni.
Adesso passo alla mia traduzione di alcune pagine, sperando di tradurre altri piccoli spezzoni, questo per darvi l’opportunità di capire un mondo che sembra irreale.

I significati della violenza,
la criminalità in Brasile
e a Rio de Janeiro
(dal Libro ‘Cabeça de porco’)

Rio de Janeiro continua ad essere una bellissima città, ma nel frattempo Rio de Janeiro (=fiume di gennaio, ndt) continua ad essere gennaio, febbraio, marzo, tutto l’anno attraversato dalla paura, dalle pallottole, dal fuoco incrociato. Questo non è un libro sullo situazione o la città di Rio de Janeiro, perché i problemi di cui si parla sono nazionali e qualcuno supera anche i confini del Brasile. Ma Rio ha anticipato la traiettoria brasiliana lungo la direzione della violenza armata e probabilmente rende visibile il futuro probabile del paese. Per questo è importante pensare alla sua storia recente per esorcizzare i suoi mali, aiutarci a vincerli e prevenire la nazionalizzazione del suo dramma. Il traffico delle armi e della droga da molto tempo ha abbandonato il suo confino in una periferia lontana, convertendosi nella principale fonte brasiliana di violenza criminale. Forse c’è ancora speranza che la dimensione assunta dalla tragedia qui a Rio, non si ripeta nelle altre città e stati brasiliani.
Non ho la pretesa di raccontare la storia del narcotraffico di Rio, alcuni lo hanno fatto meglio di quanto potrei fare io, però mi piacerebbe completare la conoscenza già accumulata, richiamando l’attenzione su alcuni aspetti, prima però faccio alcune considerazioni generali.

Violenza è una parola che solo in apparenza è semplice. In verità contiene molti significati differenti. Può descrivere una aggressione fisica, un insulto, un gesto che umilia, uno sguardo non rispettoso, un assassino commesso con le proprie mani, una forma ostile di raccontare una storia con disprezzo, l’indifferenza di fronte alla sofferenza degli altri, la negligenza verso gli anziani, la decisione politica che provoca conseguenze sociali drammatiche, la svalorizzazione dei figli da parte dei genitori e delle donne da parte dei mariti, le pressioni psicologiche in relazioni di oppressione, le scelte economiche che si abbattono come un disastro naturale su certi settori della popolazione e la stessa natura quando supera i suoi limiti naturali e provoca catastrofi. Per questo parliamo della violenza dell’acqua, del vento e del fuoco, ci riferiamo anche alle disuguaglianze sociali ingiuste o all’abbandono dei bambini di strada come forme di violenza.
Ma dall’altra parte, quando un padre lotta contro qualcuno per salvare la vita del figlio, non lo descriviamo come violento e neanche intendiamo come un esempio di violenza l’uso difensivo e ben intenzionato che lui fa della propria forza.
Se riuniamo un gruppo qualsiasi di persone e chiediamo che scelgano tre fatti che esemplifichino forme gravi di violenza, probabilmente otterremmo risposte molto differenti, organizzate secondo gerarchie diverse: alcuni faranno riferimento alle guerre tra nazioni e allo squilibrio tra forze internazionali, altri probabilmente alla prostituzione infantili o al flagello della fame e alla mancanza di lavoro, la gravidanza precoce, le condizioni abitative, della sanità, dei trasporti, il latifondo improduttivo chiuso ai senza terra, l’ingiustizia, l’impunità, la distruzione dell’ambiente, la corruzione, il razzismo, l’invasione culturale, il contrasto tra l’automobile di importazione e il mendicante sulle strade, l’omofobia, la situazione delle prigioni super affollate e le condizioni disumane dei carcerati, la discriminazione delle donne, l’abbandono dei giovani, l’ipocrisia arrogante dei tecnocrati, la tortura, le stragi, la brutalità della polizia, il salario dei poliziotti, il quotidiano delle periferie nelle grandi metropoli brasiliane.
E’ anche chiaro che la maggioranza non lascerà di evidenziare i crimini, soprattutto le aggressioni contro la persona, specialmente quelle il cui esito è la morte della vittima.
Per la popolazione, i crimini non sono le trasgressioni della legge penale, ma sono le violazioni colpevoli della legge morale, più ampia di quella penale e spesso non coincidente con le sue determinazioni e il suo spirito. Il concetto popolare di crimine è tanto variabile e inglobante quanto il concetto popolare di violenza. Siccome non c’è consenso nella società riguardo la legge morale, la legge penale deve essere rispettata come l’accordo pratico possibile, che diventano il riferimento delle istituzioni responsabili per il mantenimento dell’ordine pubblico democratico orientandone le azioni.
Il Brasile è ricco in manifestazioni di violenza nelle sue forme più diverse, inclusa la crescente criminalità violenta. La società brasiliana nella sua totalità è stata raggiunta dalla violenza. Tutte le classi, etnie, fasce di età condividono il rischio di diventare l’obiettivo di qualche atto criminoso. In questo senso si può dire che la violenza criminale brasiliana, nelle sue molteplici forme, è democratica, colpisce uomini e donne, poveri e ricchi, neri e bianchi, indistintamente. Ma nello stesso tempo, se osserviamo attentamente i dati relativi ai morti, cioè i crimini che provocano la morte della vittima, troveremo un quadro molto differente. In Brasile la morte violenta intenzionale si distribuisce in modo concentrato. Allo stesso modo del reddito, educazione, abitazione, salute, fognature, accesso al divertimento e beni pubblici, i morti a causa della violenza anche questi sono un privilegio, anche se perverso, ma in questo caso con il capovolgimento della piramide distributiva: chi più ne soffre sono i più poveri. E neanche i poveri in generale. Le vittime tipiche della violenza brasiliana sono i giovani, di sesso maschile, di età tra i 14 e i 24 anni (anche se lo spettro di età si estende rapidamente sia verso il basso che verso l’alto), che vive in quartieri o nelle favela alla periferia delle metropoli e frequentemente è negro. Anche se ci sono tanti casi di persone di altri gruppi sociali colpiti, l’obiettivo secondo le statistiche più probabile delle forme più gravi di violenza ha età, colore, sesso, indirizzo e classe sociale. In altri termini, la criminalità violenta è un problema di tutti i brasiliani, ma è soprattutto il dramma dei giovani, specialmente poveri e particolarmente neri. E’ chiaro che ci sono tante tragedie che coinvolgono giovani della classe media. Ma tutte le analisi convergono nell’indicare la stessa concentrazione, senza ombra di dubbio. Il problema è così grave che ha già lasciato un segno nella struttura demografica. C’è un deficit di giovani, tra i 15 e i 24 anni, nella società brasiliana (fenomeno che si verifica solo nelle strutture demografiche delle società che sono in guerra). Si può affermare che il Brasile vive le conseguenze di una guerra che non esiste e un settore sociale più di altri, sta pagando con la vita il prezzo di questa tragedia. Questo processo può essere descritto, senza qualsiasi esagerazione retorica, come genocidio: un genocidio paradossale, autofagico e fratricida. Giovani poveri uccidono giovani poveri, in una dinamica che non conoscono e non controllano, in cui tutti sono vittime, anche quelli che provvisoriamente svolgono il ruolo di torturatori, nel circolo vizioso che li porterà alla morte precoce e crudele.
Quando completano il percorso e assumono la posizione di vittime, finalmente sono gettati via, nella dinamica morbida che ri-alimenta il gioco della violenza e li sostituisce come pezzi di una macchina e ricomincia il circuito perverso della violenza.
Varie sono le matrici della criminalità e le sue manifestazioni variano a secondo le regioni del paese. Il Brasile è tanto diverso, che nessuna generalizzazione è sostenibile. La sua molteplicità lo fa diventare refrattario anche a soluzioni uniformi. La società brasiliana a causa della sua complessità non ammette semplificazioni, ne camicie di forza. A San Paulo, la maggioranza degli omicidi rivela conflitti interpersonali, il cui risultato sarebbe meno grave se non ci fossero così tante armi in circolazione. Nello stato dello Spirito Santo e nel Nordeste, l’assassinio su commissione di persone scomode è prevalente, alimentando l’industria della morte, il cui affare coinvolge ‘pistoleros’ professionali che agiscono individualmente o si riuniscono in ‘gruppi di sterminio’ dei quali con frequenza partecipano poliziotti. Nella misura in cui prospera il ‘crimine organizzato’ i mercanti di morte tendono ad essere inglobati dalla rete clandestina che penetra le istituzioni pubbliche, che si vincola ad interessi politici ed economici specifici, ai quali non è mai estraneo il lavaggio di denaro, principale mediazione delle dinamiche che rendono possibile e riproducono la corruzione e le più diverse pratiche illegali veramente redditizie.
Ci sono investimenti del crimine in assalti e furti di macchine e camion carichi di merce, entrambe le modalità chiedono una articolazione stretta con le strutture della ricettazione, sia per rivendere, sia per smontare o il recupero finanziario. Assalti alle banche, alle case residenziali, agli autobus di piccola o lunga percorrenza, così come i sequestri, specie i sequestri lampo, che sono diventati comuni e pericolosi, perché in funzione (anche in questo caso) della disponibilità di armi, questa pratica che ha come obiettivo il patrimonio, si è convertita con paurosa frequenza in crimine contro la vita (l’espansione degli assalti con la morte o il ferimento costituisce il ritratto di questa tendenza).
La violenza domestica, specialmente la violenza contro le donne, così come le più diverse aggressione contro i bambini si sono rivelate più intense e costanti quanto più si approfondisce la conoscenza dei casi. Il dato più sorprendente riguarda l’autore: più del 60% dei casi osservati, nelle ricerche realizzate in Brasile, chi perpetra la violenza è conosciuto dalla vittima (parente, marito, amante, padre, patrigno, ecc..). Questo significa che questa matrice della violenza, a cui dobbiamo la massima attenzione e che si costituisce in una problematica di massima gravità per quelli che soffrono violenza o ne sono testimoni (sia per le conseguenze presenti, sia per gli effetti futuri), non è azionata generalmente da criminali professionali o per persone che stanno costruendo una carriera criminale. Lo stesso si può dire per quanto riguarda la violenza omofobica o razzista.

Tra le principali matrici della criminalità, si evidenza il ‘traffico’ di armi e droga: è quello che più cresce nelle metropoli brasiliane. Più organicamente si articola la rete del crimine organizzato, più influisce sull’insieme della criminalità e più si diffonde nel paese. Le droghe finanziano le armi e queste intensificano la violenza associata a pratiche criminose, espande il suo numero e le sue modalità. Il matrimonio perverso tra armi e droga è stato celebrato a metà degli anni ’80, soprattutto a Rio de Janeiro, anche se già esisteva una unione tra di loro.
Anche nelle grandi città europee o nord americane c’è il traffico di droga, ma non circolano tante armi tra i trafficanti come a Rio, e neanche le utilizzano con lo stesso scopo. Mai tanta violenza si è associata al mercato della droga. In queste città il traffico è clandestino. I venditori mimetizzano il loro commercio e si confondono con i passanti in determinati punti della città, piazze nascoste e negli angoli di certe strade. Lo smercio al dettaglio è nomade per eccellenza, e anche se ci sono dei luoghi di riferimento, si riassume nel comprare e vendere. Il male prodotto è il consumo della droga.

A Rio si è verificato un fenomeno curioso che ha delle gravi conseguenze. Questo in ragione della geografia sociale della città, le favelas si trovano al centro di quartieri di classe media. Questa vicinanza ha reso possibile una configurazione singolare del traffico, nella misura che ha reso possibile economicamente, l’organizzazione della vendita in punti fissi: la bocca (le bocche di fumo, che hanno mantenuto lo stesso nome anche quando la cocaina è entrata nel menù della vendita). Così la vendita al dettaglio diventa sedentaria, senza che si eliminasse la circolazione di ‘aeroplanini’ e cioè le persone che consegnano a domicilio o in determinate vie pubbliche della città, riproducendo il modello internazionale tipico del mercato della droga.

La vicinanza fisica tra compratori e venditori è stata decisiva per determinare la forma che il traffico adotterà, per motivi economici ovvii, ai più poveri lo smercio delle droghe è diventato attraente, anche se questo commercio necessitava l’accesso a informazioni e risorse superiori e per questo coinvolgeva criminali dal colletto bianco oltre che alla propria polizia.
La sedentarietà del commercio al dettaglio ha implicato la valorizzazione del territorio dove si realizza la vendita diretta al consumatore e ha chiesto un investimento per garantire la sicurezza del punto di vendita. La sicurezza è garanzia per il compratore che può avere un accesso tranquillo alla ‘bocca’, senza il rischio di essere assaltato, aggredito o trovarsi in mezzo una battuta delle polizia. E’ condizione della stabilità degli affari. E’ difesa contro la eventuale incursione dei gruppi rivali, si perché avere dei punti fissi di vendita ha convertito il suo controllo in un ricco patrimonio e risorsa strategica straordinariamente significativa nella logica del mercato della droga. Questi luoghi sono diventati obiettivo della avidità di altre fazioni criminali del traffico.
Assicurare la sicurezza alla ‘bocca’ chiede un costo molto alto, richiede un armamento per prevenire le ambizioni predatorie dei concorrenti e pagare la polizia (perché guardi da una altra parte,ndt).
Le armi permettono anche l’esercizio della autorità sulla comunità della favela e facilitano (per la seduzione che esercitano sull’immaginario giovanile) il reclutamento di ‘soldati’ per la falange criminale. In una parola, la organizzazione sedentaria del commercio al dettaglio ha portato la necessità che i trafficanti si stabilissero come un potere basato sul dominio territoriale. (Traduzione Mauro Furlan)

Queste cose che vi ho scritto, sono per me, che vivo in questo mondo, cose ovvie e sotto gli occhi di tutti, anche se bisogna dire che non sono molto studiate e tanto meno affrontate dalle autorità, che preferiscono rispondere alla violenza con altrettanta violenza. Si sa che la polizia di Rio è tra quelle che ammazza di più nel mondo.
E? anche vero che per quei pochi mesi in cui l?autore di queste pagine, è stato a capo della sicurezza dello stato di Rio, c?è stato un calo vertiginoso degli omicidi. Luis Eduardo Soares si è dimostrato di una grande capacità di cogliere tutti gli aspetti della complessità del fenomeno. Il suo grande desiderio di aiutare un cambiamento positivo è stato bloccato da tutti coloro che non vogliono che le cose cambino (ma questa è una altra storia che vi devo raccontare)

Tra le cose che ho scritto ce ne saranno certamente di non chiare e credo molte di più le cose che andrebbero fatte conoscere e spiegate. Lo spero di fare nel prossimi articoli.

A tutti un abbraccio da Mauro, dalla città meravigliosa e tragicamente crocevia di morte.