L’economia delle armi a Rio de Janeiro

Carissimi
continuo la riflessione sulla violenza a Rio.
Faccio la traduzione di un articolo che ha scritto Luiz Eduardo Soares professore di scienze sociali.
Per comprendere l’articolo faccio alcune premesse.
Per chi non conosce la geografia di Rio de Janeiro è bene dire che la città ha al suo centro la maggior foresta urbana del mondo (foresta da Tijuca) e in questi ultimi 30-40 anni si sono sviluppate una quantità enorme di favelas (loro si dicono comunità perché favela è un termine dispregiativo) nelle zone marginali e specialmente lungo le pendici delle colline della stessa foresta. Nel linguaggio comune di Rio, dire morro (collina) è diventato sinonimo di favela. A Rio ci sono 701 favelas, dove vivono circa 1,5 milioni di abitanti e il comune di Rio ne ha 5,5 milioni. Significa che un abitante su 5 vive in questo tipo di situazione.
Il potere pubblico fin dall’inizio non si è interessato e ha abbandonato le favelas guidati dalla logica di ghettizzare i neri e i poveri (che si arrangino, basta che stiano lontani), ma cosi facendo ha permesso che ogni comunità si organizzasse da sola. Non essendo aree dove regnava la legge sono diventate dominio progressivo di traffici illegali, specialmente della droga. Un buon film per capire alcune cose di cui vi scrivo è il film brasiliano : “Cidade de Deus” e se non lo avete visto andate a vederlo, è fatto molto bene. Nel film si vede in che modo si è organizzato chi vende la droga e vedendo gli affari crescere via via, un po’ alla volta ha ingrandito il suo commercio occupando progressivamente gli spazi e facendo la guerra con altri gruppi per il controllo delle aree.
Attualmente sono tre le fazioni (dette anche falange) che gestiscono il narco-traffico a Rio: Comando Vermelho (il più vecchio), Terceiro Comando, Amigos dos Amigos. Ogni favela di Rio appartiene a uno di questi tre gruppi e chi appartiene ad una favela può circolare solo nelle favelas dello stesso gruppo. Le favelas sono come città chiuse, entra solo chi è conosciuto e ci abita, tutti gli altri sono potenziali nemici o poliziotti.
Siccome gli appartenenti a fazioni rivali si considerano tra loro nemici mortali, succede che quando le persone vanno in carcere (sia trafficanti che ladri comuni) sono tutti paragonati ai trafficanti e devono decidere a quale gruppo appartengono e andare nell’area di quel gruppo. Anche chi ha commesso reati comuni e non appartiene a fazioni criminose è obbligato dalla polizia a scegliere di identificarsi con una fazione. Cose assurde. Detto questo, spero che l’articolo sia più comprensibile. Credo che a molti il linguaggio di Luiz Eduardo sembrerà abbastanza complicato, aggrovigliato, e per la verità avevo la tentazione di fare una mia versione, ma ho preferito tradurre la sua riflessione per mantenere la ricchezza dei risvolti che questo problema porta con sé correndo il rischio di essere poco appetibile alla lettura.

Ecco la mia traduzione:

L’Economia delle armi a Rio de Janeiro
(Luiz Eduardo Soares)

Prima di considerare la dimensione sociale di questo dominio, desidero focalizzare la logica che ha innescato la corsa agli armamenti tra le falangi che gestiscono il Narcotraffico carioca (=abitanti di Rio, ndt). Questa corsa è tanto importante quanto ignorata e frequentemente si lascia osservare solo per i suoi effetti. Abbiamo visto come la geografia sociale ha permesso la ‘sedentarizzazione’ dello smercio della droga e come questo fissarsi sul territorio esige il dominio territoriale come strategia militare, che richiede la necessità di armamento in una scala molto superiore a quello che sarebbe funzionale per un modello di vendita ambulante della droga. Oltre a questo un altro fattore si impone: nella misura in cui il centro del mercato della droga diventa il territorio, le ‘bocche di fumo’ (nome del luogo di vendita) che concentrano la vendita e l’accesso a questo mercato privilegiato, diventano oggetto di avidità delle falangi che si competono il mercato e il potere di gestirlo (in seguito il potere diventa valore in se stesso, relativamente indipendente dal senso strumentale avendo per finalità il maggior guadagno economico, ma la cui rilevanza non deve essere sottostimata).
Difendere la ‘bocca’ è decisivo e la miglior forma di farlo è prepararsi a invadere l’altra favela e minacciare i nemici potenziali, sia facendo capire agli altri che un attacco è possibile e probabile (se non imminente), sia con un attacco vero e proprio con la distruzione della fazione nemica o il suo ritirarsi e nella conquista di nuovi punti di commercio e nuovi spazi di potere. Siccome la tattica aggressiva è costosa e rischiosa, rendendo fragile la retroguardia e chiedendo costi crescenti per mantenere il potere conquistato, si cerca di evitare fino a quando ci sono le condizioni realmente propizie per una invasione del territorio nemico e questo occorre ad esempio quando capi della fazione nemica sono catturati o uccisi dalla polizia (per non parlare anche delle azioni della polizia architettate in accordo con i progetti espansionistici di un gruppo di trafficanti). Per inibire i rivali o prevenire gli attacchi nelle pause dei confronti o quando la correlazioni di forze non permette avventure belliche, la cosa migliore è ampliare l’arsenale bellico e mostrarlo in modo orgoglioso e spudorato. Esibire la propria forza è il miglior mezzo per evitare il suo uso, come la guerra fredda e la corsa agli armamenti ci ha insegnato. E’ chiaro che l’equilibrio è precario, i rischi sono grandi e le conseguenze spesso sfuggono al controllo. Ma il processo è logico.
Così, i trafficanti di Rio, dopo aver fissato come sistema organizzativo la strategia del potere sul dominio territoriale si sono lanciati un una corsa agli armamenti senza riposo. Interromperla significa dimostrarsi vulnerabili e soccombere. Il darwinismo che si è stabilito tra le varie fazioni è un gioco pesante, senza ritorno, nel quale la forza dipende dall’esibizionismo bellicoso. Di conseguenza le armi non sono solo strumenti utili alla guerra, sono anche e soprattutto apparato indispensabile in tempo di pace o perché la pace esista anche senza stabilità o una tregua provvisoria. Proprio per questo le armi esistono in tale quantità e con un grande potere distruttivo, molto superiore alle necessità pratiche, anche dallo stesso punto di vista del traffico. Ci sono più armi tra i trafficanti di Rio de Janeiro di quelle di cui i gruppi avrebbero bisogno per difendersi, aggredire i rivali e affrontare la polizia. Questo eccesso si spiega per la sua funzione preventiva e inibitoria, simbolica e politica, rispetto i grandi conflitti tra gruppi e la disputa dei territori e dei mercati , ma anche svolge un ruolo importante nel rinforzare l’autorità sulla comunità che risiede nel territorio dominato.
Il punto più interessante di questa dinamica perversa è il seguente: le armi sono, in un certo senso, un capitale immobilizzato, nella misura in cui il suo uso tende ad essere inferiore al suo potenziale criminoso (visto che le persone non sempre le impugnano in pratiche che genera denaro) si instaura un residuo di irrazionalità economica il cui sintomo è la sotto utilizzazione della arma e nell’universo criminale è l’equivalente della capacità oziosa che si verifica nell’industria. Per ridurre questo margine di perdita, che si calcola sottraendo il guadagno effettivo dal valore che si stima potenziale (cioè l’impiego pieno dell’arma massimizzandola in quanto strumento economico) si stimola permanentemente l’espansione del suo uso.
Proprio questo è quello che si vede nelle strade di Rio: piccoli crimini contro il patrimonio si convertono in crimini contro la vita a causa dell’impiego delle armi da fuoco. Le morti violente si moltiplicano, a causa di pallottole vaganti o deliberatamente indirizzate, in un pandemonio infernale e fuori controllo che è già diventato il problema maggiore, lasciando in secondo piano i crimini propriamente detti e i suoi oggetti. Concretamente significa che le sparatorie, l’uso indiscriminato delle armi da fuoco, senza una proporzione giustificata con l’azione criminosa, sono il problema maggiore della barbarie carioca, superando di molto la gravità della strategia utilitaria dei criminosi. Per essere più chiari, quello che oggi è veramente importante non sono gli orologi rubati, ma le vite perdute, gli orologi erano gli obiettivi del crimine ma il risultato sono le morti e questa non intenzionalità originaria si definisce come incidente di percorso o effetto perverso derivato dall’uso di armi da fuoco.
Ai fattori qui menzionati si deve aggiungere il ruolo dei segmenti corrotti della polizia, la cui partecipazione nella corsa agli armamenti è stata fondamentale, nello stabilire il modello di armamento pesante per se stessa nelle operazioni in favela, costituendo un modello per gli stessi trafficanti. La partecipazione di questi settori della polizia continua ad essere essenziale nel rendere possibile e agile il commercio illegale delle armi, e in questa mediazione perversa ne ricava benefici, ma paradossalmente muore per lo stesso veleno che coltiva. Le armi non arrivano in favela in elicottero e nessuno carica armi da guerra sotto la camicia. Arrivano al deposito in cima alla favela dentro automobili. Si deduce che non arriverebbero là, soprattutto in quantità così grande, senza la complicità attiva di segmenti della polizia.
Una volta fissato a Rio de Janeiro il nuovo modello di traffico, la cui base è il dominio territoriale, lui si libera delle sue determinazioni geografico sociali e si generalizza, diventando la forma per eccellenza delle organizzazioni criminali legate alla vendita di sostanze tossiche. Oggi anche gli spazi urbani distanti dai luoghi di mercato dei narcotici sono occupati o disputati. Non dobbiamo sotto stimare il potere di emulazione che il sistema carioca esercita in tutto il Brasile, per questo non è strano incontrare il modello carioca di dominio territoriale e suoi derivati anche in assenza delle condizioni che giustificano la sua adozione

Abbraccio Mauro.