Lettera agli amici di Macondo 6

Cari amici di Macondo
come ormai sapete, ci piace scrivervi buone notizie. Anche se il nostro Paese attraversa momenti difficili, anche se la nostra gente continua a soffrire la miseria e la discriminazione, a noi piace che i nostri amici lontani conoscano i successi e l’ottimismo da cui essi scaturiscono. Lungi da noi l’idea di chiudere gli occhi e far finta di non vedere. Al contrario! Lavoriamo affinché ciascuno di noi trovi il suo posto, assuma le sue responsabilità e goda dei suoi diritti. E soprattutto possiamo assicurarvi che sappiamo il motivo per il quale tanto ci impegniamo.
Ormai il nostro gruppo, nato quasi in sordina, quasi come se stesse chiedendo scusa, è diventato una realtà presente e attuante sul territorio a cui si interessano varie istituzioni del quartiere. Spesso siamo chiamati a visitare scuole comunali o l’ospedale della zona. Possiamo contribuire con la nostra esperienza a divulgare metodi e forme di convivenza con i problemi dell’handicap che interessano sia i disabili che le loro famiglie. Ci siamo riuniti con la direzione di una grande scuola comunale per bambini dai zero ai sette anni di età che affronta i problemi tipici della periferia di São Paulo: famiglie povere, situazioni di disagio sociale, mancanza di mezzi, installazioni vecchie ecc. Abbiamo dichiarato la nostra disponibilità a collaborare.
“Collaborare”: questa parola ha suscitato una discussione, interrotta per mancanza di tempo (ma che riprenderà quanto prima). Durante una delle tante dinamiche di gruppo che svolgiamo per aiutarci a riflettere, ci siamo soffermati sul suo significato in contrapposizione con un’altra parola altrettanto suggestiva: “aiutare”. Qual’è la differenza? Esiste poi una differenza? Ancora non siamo arrivati ad una conclusione, la discussione è aperta. Ve ne racconteremo l’evolversi nelle prossime lettere.
La settimana scorsa abbiamo ricevuto la visita di due ragazze italiane, Sara e Giulia, venute fino a noi su indicazione vostra e attraverso l’amicizia che ci lega a Paolo e Edith. Ci siamo riuniti con semplicità, in un clima di cordiale serenità. Si sono dimostrate interessatissime, ci hanno riempito di domande, hanno voluto conoscere da vicino e toccare con mano la nostra realtà. Mentre parlavamo prendevano appunti e addirittura registravano le nostre voci. Le abbiamo invitate a venire con noi a teatro. Avevamo gli inviti per assistere ad uno spettacolo di danza in una delle più grandi e lussuose sale da concerto della città. Con gli autobus messi a disposizione dagli organizzatori, eccoci dunque arrivare a teatro, elegantissimi, noi, dalla periferia a teatro. Quando mai? Era realmente una occasione unica. Nessuno di noi potrebbe permettersi una serata di questo tipo, mai. Innanzi tutto il presso del biglietto (che praticamente equivale a un mese di stipendio) poi la mancanza totale di abitudine ad usufruire degli spazi della cultura “colta”. Noi, si sa, ci accontentiamo con poco, le nostre feste sono umili, povere, fatte con quattro soldi nel viottolo davanti a casa. L’altra sera no, eravamo a teatro, finalmente, a godere di uno spettacolo incredibile, a sentircene parte, a sapere che anche noi possiamo. La distribuzione degli inviti non è stato un gesto di “carità”, che come tutta la “carità” è umiliante, ma è stato un regalo di amici. E i regali degli amici si accettano e si spera che ne arrivino altri così come si desidera ricambiarne il favore.
Cari amici, sappiamo che tra qualche giorno ci sarà una nuova festa di Macondo. È passato un anno da quando attraverso le parole di Edith e Paolo ci avete dato l’opportunità di parlarvi da vicino. Un anno, un giorno, non importa. Il tempo passa e continuiamo amici. Possiamo solo ringraziarvi di tutto lo spazio che ci avete regalato sul sito e soprattutto per la fiducia che continuate da depositare in noi.
Vogliamo concludere con una frase di incentivo caratteristica di Paolo: “viva nois”, evviva tutti noi.
Um grande abraço.
Aprendendo a Semear
12/05/2005