Lettera agli amici di Macondo 8

Cari amici di Macondo,
a volte ci vengono dei dubbi in relazione a queste nostre parole che cerchiamo di mandarvi con regolarità, ci poniamo delle domande a cui tentiamo sempre di rispondere o interpellando Paolo, o cercando la risposta in noi stessi. Anche se sappiamo che è tutto frutto della nostra insicurezza, continuiamo chiedendoci: come saranno recepite, come saranno capite le nostre lettere? Saremo riusciti a spiegarci in poche frasi? Avremo dato l’idea di quello che facciamo, di come utilizziamo le nostre forze e le nostre energie? Di certo sappiamo che ci volete bene, e questo è per noi un grande successo, una grande soddisfazione.
La recente visita di due amiche italiane legate a Macondo, Sara e Giulia, di cui abbiamo accennato in una lettera precedente, ci ha fatto riflettere e ci ha portato a discutere sul nostro operato. Dunque: vengono dall’Italia per conoscerci, noi, proprio noi, un groppuscolo infimo di persone senza mezzi e senza risorse… ma cosa (ci chiediamo) ma cosa mai troveranno in noi? In cosa, come e in che misura possiamo suscitare curiosità e interesse?
Sono tutte domande legittime soprattutto quando si pensa alla nostra storia, a come abbiamo sofferto (ed ancora soffriamo) per l’emarginazione, il razzismo, la povertà. Lavorare con i disabili fisici e mentali, vederne i progressi, in qualche modo ci spinge a continuare e a trovare motivazioni tali da permetterci il lusso di essere soddisfatti. Sappiamo di quanto ancora abbiamo da fare, sappiamo quanto siamo fragili, poveri. Ma niente ci impedisce di sentire in noi la soddisfazione, l’orgoglio ed anche una certa allegria di poter lavorare per la nostra gente. L’altro giorno, ad esempio, continuando il programma di visite domiciliari, abbiamo conosciuto la casa e la famiglia di Anselmo, uno dei nostri ragazzi disabili, che ormai da due anni segue tutte le attività. Ci siamo accorti che basterebbe un contatto un po’ più stretto, che sarebbe sufficiente un po’ più di collaborazione per rendere la vita di queste persone più facile e più degna. Non è vero che i tra vicini di casa ci si conosce tutti. Viviamo da anni, gomito a gomito con Anselmo e la sua famiglia ma senza conoscerli, senza sapere che avevano de problemi specifici perfettamente risolvibili con un minimo di collaborazione. Ed è a questo punto che bisogna stare molto attenti a non ferire la sensibilità e il diritto alla riservatezza. Noi, al massimo, possiamo offrici, mai imporci. Rimane certo che se veniamo a conoscenza di situazioni complicate, a volte ci sentiamo in dovere di intervenire anche senza essere stati chiamati. Be’ come avete capito, abbiamo ancora tante cose da imparare, soprattutto riguardo alla metodologia di lavoro. Ricordate sempre che siamo quattro gatti, volontari, senza nessuna esperienza, o meglio, con una esperienza totalmente empirica, fondata su tentativi e sbagli fino a trovare la via giusta.
E allora… festa! È giugno, il mese delle feste in onore ai santi patroni são João (san Giovanni), santo Antonio e são Pedro (san Pietro). Anche noi abbiamo festeggiato. Nella nostra saletta addobbata a festa ci siamo incontrati e, invece di lavorare, discutere problemi e soluzioni, abbiamo mangiato, chiacchierato, cantato e… ballato. Una volta tanto abbiamo visto il Dottor Marzio, dell’equipe dell’AVAPE, sempre serio e ligio al dovere, alzarsi e comandare i balli tipici. Le risate. La sua allegria ha contagiato un po’ tutti e così siamo riusciti a passare un paio d’ore senza pensare a niente che non fosse divertirci un po’. Le volontarie si sono fatte in quattro per preparare i piatti tipici e leccornie appetitose che si mangiano in quest’epoca. Eravamo pochi ma buoni. Abbiamo ballato tutti, Paolo compreso, anzi, ha dimostrato pure notevoli doti. Bello davvero è stato vedere Anselmo, Marta, Claudia, Eunice… ridere, cantare e ballare.
Perdonateci la puntina di orgoglio, ma se pensiamo che fino a qualche tempo fa tutto ciò sarebbe stato impossibile…
Un grande abraço
Aprendendo a Semear
26/06/2005