Loro

Normalmente il susseguirsi degli anni incide di per sé sull’avvicendarsi del tempo, degli eventi, del modo di pensare, sulle persone e sul modo come queste decidono di lavorare, di stare insieme. A volte sembra però che non sia così. Mi accorgo che raccontiamo spesso gli stessi argomenti e con fare lagnoso ci lamentiamo della nostra realtà, della mancanza di stimoli, di enormi passi indietro che frequentemente compiamo o, peggio ancora, meditiamo su fatti che avvengono dove e quando non dovrebbero mai accadere. E con lo stesso fare lagnoso di sempre racconto in due parole una storia vecchia che appartiene ai nostri ricordi, ad un vissuto lontano nel tempo, ma purtroppo spaventosamente attuale.

Riassumendo: un groppuscolo di volontari, soprattutto mamme di bambini disabili, si riuniva in una baracca di una favela senza nome. Avevano capito che vale la pena darsi da fare per scoprire modi e forme per migliorare la qualità della vita senza cadere ancora una volta nell’assistenzialismo o nel pietismo d’occasione. A piccoli passi scoprono i diritti e doveri che comporta l’esercizio attivo e consapevole della cidadania, la cittadinanza: esistere a pieno diritto come essere umano, cittadino, persona che agisce e che si integra nel suo quartiere, nella sua città. Detta in questo modo la cosa pare facile o addirittura automatica. Vi posso assicurare che non è così. Mesi e mesi di lavoro costante, un impegno titanico da parte di tutti che ha permesso a molti di uscire dal buco (letteralmente parlando) in cui vivevano per riacquistare una dignità personale e sociale perduta da secoli. Qualunque attività si intraprenda, in favela si deve sempre scendere a patti con la criminalità che controlla il territorio. A volte questo territorio è vastissimo – a Rio e qui a São Paulo esistono favela che superano i centomila abitanti – altre volte esiguo, grande come una piazza o poco più ma affollato da centinaia di famiglie, migliaia di persone. È bene ricordare che la favela di cui parlo, nel grande censimento nazionale dell’anno 2000, non venne contemplata, queste centinaia di famiglie, queste migliaia di persone, per l’amministrazione pubblica, continuarono a non esistere. Ebbene, dopo anni di lavoro, ricevettero un invito alquanto promettente: occupare una grande sala in muratura sul piazzale della favela. Sembrava un sogno poter lasciare quella baracca di cinque metri per quattro senza finestre, in fondo al sentiero sconnesso e inondato da liquami di ogni genere, sembrava un sogno non dover più caricarsi andata e ritono, discesa e salita, a forza di braccia, quei ragazzi che altrimenti, per via delle incapacità motorie, non avrebbero mai potuto partecipare. Una grande sala sul piazzale, poco importa se è l’ingresso di una casa, poco importa, la offrirono di tutto cuore e, senza pensarci molto, si accettò.

Il gruppo, ormai in contatto con tutte le strutture sanitarie ufficiali del quartiere, ospitava nelle sue riunioni i rappresentanti di varie organizzazioni pubbliche e private interessate al lavoro; suo malgrado divenne un punto di riferimento importante per tutti: i risultati ottenuti, la maggior visibilità e la facile localizzazione lo aiutarono ad assicurasi un posto di tutto rilievo nella vita del quartiere. Ci si accorse però che i favori si pagano. Chi offrì la sala infatti era un grande spacciatore di droga, uno di quelli a cui arrivano i carichi da smistare nei mille rivoli dello spaccio al minuto. La sala in cui il gruppo si ospitava era proprio il luogo dove si confezionavano le dosi di crack e di cocaina.

La legittimità, la credibilità del lavoro, i contatti ufficiali che erano stati creati permettevano che quel luogo venisse considerato al di sopra di ogni sospetto. Il gruppo venne usato come copertura per loschi traffici. In una favela, dove si vive in dieci in una baracca, dove la promiscuità raggiunge livelli inumani, tutti conoscono tutti e tutti sanno di tutto. Far finta di non vedere non è una regola imposta dal vizio dell’omertà, è invece una questione di sopravvivenza fisica per te e soprattutto per la tua famiglia. Quando la cosa fu chiara, si tirò avanti per un paio di settimane fino a quando, un bel giorno, un giorno terribile, il padrone della sala si mise a confezionare bustine di dosi attingendo da voluminose scatole appoggiate in un angolo. Distese i pacchettini sul tavolone e li contò uno ad uno, annotando tutto sul suo quaderno di contabilità come un vero ragioniere. Un savoir-faire che colpiva anche i più disattenti, lo sfoggio di una dimestichezza tipica solo di chi è del mestiere e la sa lunga, un certo non so che di volemose bbene, di tarallucci e vino, pervase i presenti e l’aria si fece sempre più immonda. Da quel momento la vita del gruppo subì una frattura che venne a rivelarsi insanabile. Alcune madri – è giusto dirlo: brave, buone, amorevoli e gentili – vista la facilità del guadagno facile, cominciarono a trasformarsi in piccole trafficanti, così, tanto per gradire, quando serviva qualche soldo in più. Non tardarono i problemi, le minacce, la paura e il drammatico abbandono di tre dei suoi fondatori. Il gruppo morì e con lui tutte le altre iniziative sociali della favela, i corsi di alfabetizzazione per adulti, i gruppi ricreativi, le associazioni dei moradores, fondamentali nel collegamento con l’amministrazione municipale, perfino la parrocchia abbandonò la favela al suo destino. Attività nate grazie al sorgere di un’idea dettata dalla necessità e dal cuore di alcune mamme, spazzate via in pochi giorni.

Ecco, come al solito mi sono dilungato.

Ora, passati anni, sta accadendo un fatto molto simile nella forma e nella sostanza.

Altra favela, stessa voglia di fare, stessa organizzazione, stesso numero di anni di lavoro alle spalle… stessa miseria. Per ottenere uno spazio più consone alle mille iniziative, ci si mette nelle mani di gente senza scrupoli. Ti regalano la casa, ti pagano l’affitto carissimo, ti donano mezzi, ti garantiscono successo, pubblicità, altre donazioni – hai presente l’Istituto Tal dei Tali? – dicono – sarete come lui, con tanti, tanti soldi per fare quello che volete.

Questo triste spettacolo lo abbiamo già visto, sappiamo bene come andrà a finire, lo sappiamo. Ce ne dispiace molto. Ancora una volta nessuno prenderà una posizione.

Ancora una volta staremo a guardare.

Ancora una volta vincono loro.