Mio caro Johnny,

la notizia ha fatto il giro del mondo. Sì, tu non ci crederai ma oggi, tante persone che nemmeno conosci sanno la bellissima novità. Sembra incredibile, vero? Ma è proprio così.
I ricordi, quasi sempre spiacevoli, lasciano finalmente spazio per pensare a quello che d’ora in poi accadrà, a tutto quello che riuscirai a conquistare e realizzare.
Sai Johnny, non è stato facile, abbiamo dovuto combattere una battaglia più grande di noi, non contro qualcuno da sconfiggere, ma una molto più difficile, molto più sofferta, una battaglia contro un atteggiamento, una mentalità, un modo di pensare, di essere e di fare. Ce l’abbiamo fatta, insieme, ce l’abbiamo fatta.
Quando ripensiamo a tutti questi anni, rivediamo, riviviamo quello che abbiamo sempre saputo: le sofferenze e le prove affrontate erano e sono così grandi, così dure, così persistenti da roderci l’anima e farci abbandonare tutto, da farci perdere ogni volontà di continuare, da farci piombare per sempre in quell’angolo di orrore da cui non se ne esce.
Ieri, quando la “tia” ha aperto le braccia in quel gesto per il quale è diventata famosa, non ci hai creduto, te lo ha dovuto ripetere due o tre volte: andiamo Johnny, oggi andiamo davvero. Il suo vero stato d’animo però non lo puoi neanche immaginare. Aveva appena attraversato il padiglione n°7, quello dove fino a qualche settimana fa stavi anche tu. La ribellione, che continua ancor oggi, non ha risparmiato niente, come Attila la furia dei ragazzi ha distrutto tutto ciò che incontrava sul suo cammino, tutto a pezzi. Dormivano per terra, uno sopra all’altro, alcuni, armati di bastoni, spranghe di ferro, fungevano da sentinelle: ragazzini che dovrebbero andare a scuola o giocare a pallone, armati, esaltati, drogati, trasformati in killer senza pietà. Allucinati, vagano per il padiglione in preda ad un delirio di potenza, sobillati dagli ex sorveglianti (che le investigazioni in corso ritengono responsabili di torture e maltrattamenti) per ribellarsi in cambio della promessa di rifornirli di droga. Un vero inferno. Un piccoletto alto così, brandiva un rubinetto come se fosse una clava, gridava che era suo e che nessuno glielo avrebbe tolto di mano, proprio lui, come se fosse il padrone di casa, ha permesso che la “tia” attraversasse il padiglione insieme all’assistente sociale.
Ormai si è perso completamente il senso e la dimensione del reale. Il reale è assurdo e l’assurdo si è fatto realtà che più assurda non si può: centinaia di ragazzini dominano un intero padiglione a cui nessun adulto può avere accesso. Qualche giorno fa, appena cominciata la ribellione temevamo il peggio. Sappiamo che da tempo i tuoi compagni ti avevano minacciato di morte e che i sorveglianti non te ne perdonavano una: quante volte la “tia” ti ha visto gonfio di botte e lividi? L’assistente sociale, ha intuito la gravità del problema in cui egli stesso si sarebbe infilato se ti avesse lasciato lì, ha intuito la nostra volontà di andare fino in fondo, di non perdonargliela se ti fosse successo qualcosa adesso, proprio alla vigilia della tua liberazione: ti hanno trasferito di padiglione, ti hanno messo insieme ai grandi, insieme a gente che ha già superato il limiti di età e dovrebbe stare non già nel carcere minorile, ma in una prigione per adulti, ti hanno messo in mezzo ad assassini e stupratori, per proteggerti ti hanno messo in isolamento assieme a gente “jurada de morte”, la lista nera delle esecuzioni sommarie, gli intoccabili della Febem, quelli che i loro stessi compagni hanno rinnegato, quelli che se si aprissero le porte (infatti i rivoltosi hanno tentato di sfondarle con un furgone) sarebbero fatti letteralmente a pezzi: ricordi, l’anno scorso, quando i ragazzi, all’ennesima ribellione, dopo averne ucciso uno e mutilato il corpo, hanno fatto della sua testa un pallone che prendevano a pedate in una partita demoniaca?
La “tia” in quell’inferno, a braccia spalancate, le lacrime agli occhi, ti chiama, è vero, andiamo, oggi, adesso, andiamo via Johnny.
L’ordine di scarcerazione del tribunale, consegnato brevi manu venti giorni fa, è rimasto in segreteria tutto questo tempo in attesa di qualcuno che lo portasse a venti passi di distanza, nella sala dell’assistente sociale che ne “ignorava” l’esistenza.
Ieri l’altro il giudice ci dichiarava con tutta la sua autorità che l’ordine espresso era già partito, da venti giorni, ossia, da prima della ribellione. Ancora una volta, l’indolenza di un impiegato pubblico, di decine di impiegati pubblici, ha calpestato i tuoi diritti, Johnny. Ma adesso è finita. Oggi sei in una casa in mezzo alla campagna, un posto bellissimo, un centro specializzato nel trattamento di disintossicazione per ragazzi. Lasci l’inferno della Febem per un luogo accogliente dove c’è spazio a volontà e dove sarai trattato con amore e rispetto. Gli unici muri a tenerti lì, saranno quelli che ti costruirai dentro, tu, da solo, con le tue mani, saranno i muri della responsabilità e della coscienza di te stesso, del tuo essere persona integra, saranno i muri del rispetto e dell’amicizia, dell’amore e della dignità.
Stanotte nessuno di noi è riuscito a dormire, ci chiedevamo se saresti riuscito a resistere e non scappare. Se scappi, Johnny, ti riportano alla Febem, lo sai, te lo hanno detto. Sei in libertà vigilata, non puoi sbagliare, gli occhi burocratici della Febem ti seguiranno fin lì, una volta a settimana la Febem informerà il giudice: ricordati Johnny, è la Febem di sempre, la Febem che ha fatto di tutto per non liberarti, la Febem che ieri, al momento dell’uscita, sul portone, ti ha nascosto un coltello sotto il seggiolino della macchina per incolparti ed accusarti di essere armato o di voler attaccare qualcuno. La “tia” lo urlato a tutti che era una farsa, glielo ha gridato in faccia, la “tia” ha visto quando hai tolto quei bragoni tenuti su da una corda per vestirne un paio nuovo del corredo che ti abbiamo comprato, la “tia” ha visto che eri senza mutande e non avresti potuto nascondere il coltello da nessuna parte. La “tia” ha urlato che nel reparto di massima sicurezza dove eri rinchiuso, non riuscirebbe ad entrare neanche uno spillo, figuriamoci un coltello.
Ci hanno provato a tenerti dentro, in barba all’ordine del giudice. Non è la prima volta che ti ostacolano, che cercano di farti fuori, di annichilirti, e per loro è sufficiente il non fare assolutamente nulla, è sufficiente omettere un timbro, una firma, per ritardare di mesi una richiesta di scarcerazione o una proposta di attività educativa.
È da quando sei nato che ci provano a farti a pezzi. Ci ha provato tua madre quando ti massacrava di botte che non avevi ancora sei anni e sei scappato di casa; ci ha provato la polizia ogni volta che ti si avvicinava per portarti al commissariato dove ti torturavano con le scosse elettriche, o quando ti metteva a faccia a terra e ti esponeva al ludibrio dei passanti; ci hanno provato i vari gruppi e associazioni religiose, gruppetti di volontari e benemeriti, che a sentirli parlare e poi vederli lavorare, viene voglia di piangere o di prenderli a calci, quando ti illudevano con promesse di redenzione facile, offrendoti il paradiso magari in cambio di favori e attenzioni “particolari”; ci hanno provato le decine di persone che ti hanno comprato e usato in cambio di una piatto di minestra o di un sacchetto di colla da sniffare o di una semplice sigaretta; ci hanno provato gli “educatori” della Febem quando ti insegnavano le buone maniere a bastonate; ci ha provato e ci prova ancora l’istituzione Febem quando abdica delle sue responsabilità e si affida al lavoro di volontari esterni che non posseggono né autorità e né mezzi; ci ha provato una città intera, giornalisti importanti, alti prelati, autorità politiche e sociali quando, pur sapendo, pur conoscendoti per nome attraverso lettere e missive a cui non hanno mai risposto, non hanno mosso un dito per aiutarti, anzi, se potevano, impedivano con tutte le loro forze qualunque cambiamento.
Dicevamo che la battaglia contro un modo di pensare, contro un atteggiamento, è molto più dura di qualunque altra: quante volte abbiamo sentito dire che per te ormai non esiste più una soluzione possibile, che ormai sei perduto, quante volte.
Sai quanti anni hai Johnny?
Te lo diciamo noi, quindici. Una ragione in più per credere in te. E questo ottimismo ce lo hai dimostrato ieri con un semplice gesto quando firmavi orgoglioso i documenti necessari all’ingresso nel centro di riabilitazione. Ci facevi notare come eri capace di scrivere bene per farci ricordare che un anno fa non sapevi neanche tenere la penna in mano. Ci dicevi con tutta la tua sincerità che non vedevi l’ora che ce ne andassimo, perché, come un cucciolo eccitato, volevi cominciare l’esplorazione della tua nuova casa; eri contento, un po’ spaventato, curioso, sorridevi con il corpo, con la maniera di muoverti, con le mani a toccare e abbracciare tutto; sorridevi serio, come se ti fossi dimenticato come si fa.
Non lo sai, ma hai tanti amici che come noi e come te, oggi fanno salti di gioia. Sono amici che ascoltavano commossi la tua storia quando la raccontavamo a Trento, Reggio, Padova, Bassano, sono amici che ti vogliono bene e si stringono a te per farti sapere che non sei più solo: Mauro, Giuseppe, Gaetano, Alberto, Enzo, Laura, Eneida, Pacifico, Marta e tanti altri ti dicono che puoi contare su di loro e che la lontananza fisica non impedisce la vicinanza del cuore. Ah, caro Johnny, manca ancora una grande amica, oggi non più tra noi, ma che ha lottato fino all’ultimo con le unghie e coi denti affinché tutto si potesse risolvere, quando ci ha scritto: “…é impossibile appoggiare la testa sul cuscino e dormire in pace finché qualcuno, bambino o anziano, continua privato della sua dignità di persona umana.”
Mio caro Johnny, da oggi comincia la sfida più difficile della tua vita. Comincerai a vedere il mondo sotto un’altra luce, scoprirai che oltre al No che hai ricevuto in faccia da quando sei nato, esiste il Sì. Sentirai sulle tue spalle il peso della verità, della tua verità. Ti aiuteremo a sopportarlo e a trasformare questo immane e, per ora, incomprensibile carico, nel significato del riscatto della tua esistenza, in modo che tu possa definitivamente imparare a sorridere davvero.
È una promessa.
Buon lavoro a tutti noi.

São Paulo, Brasil, 3 Marzo 2005

Edith e Paolo