No comment, parte 3 (o quasi)

Apro il giornale e mi ritrovo sbattuta in faccia una foto terribile che ritratta una scena vista, rivista, e vissuta in prima persona decine di volte: un gruppetto di bambini a calarsi in un enorme tombino di fogna per lavarsi con l’acqua di scolo.  Segue l’articolo che traduco con le mani che mi tremano.

Al posto di un bagno e una doccia, acqua di scolo. Nove adolescenti che vivono nelle strade di San Paolo usano per lavarsi l’acqua di un tombino situato sotto il ponte Bernardo Goldfarb, nel quartiere di Pinheiros. I giovani, dall’età che varia dai 13 ai 16 anni, rimuovono la chiusura del tombino e si calano con l’aiuto di una scala. Dicono che l’acqua è molto fredda.
“A volte sembra pulita. Altre volte invece è sporca e con un odore cattivo”. Per chi osserva dall’alto, l’acqua è trasparente. Gli adolescenti riferiscono che, da quando hanno cominciato a lavarsi in quel luogo, da alcuni giorni, hanno cominciato a sentire pruriti, micosi e lesioni della pelle.
“Noi stavamo sotto il viadotto della Avenida Paulista. Ma, da quando hanno fatto la rampa, gli sbirri e la polizia passano in continuazione e allora abbiamo pensato bene di venire qui”, dice Jessica (nome fittizio) di 14 anni.
Continua dicendo che veniva nel quartiere di Pinheiros sporadicamente e che il gruppo ha scelto questo luogo per dormire fin dai giorni scorsi perchè è più tranquillo della Paulista.
La settimana scorsa, il comune ha cominciato la costruzione di una rampa dalla superficie ruvida nel tunnel che lega la Paulista all’Avenida Doutor Arnaldo. Secondo il comune, l’obbiettivo è evitare gli assalti, che accadrebbero soprattutto durante gli intasamenti del traffico.
Routine della strada.
Martedì verso le sei del pomeriggio, Jessica si spargeva di crema i capelli dopo averseli lavati nel tombino. A pochi metri dallo Shopping Eldorado, Cercava di non farsi notare usando un asciugamano verde scuro arrotolata in vita mentre si vestiva.
Ieri João (anche in questo caso, un nome fittizio), di 16 anni, faceva il suo bagno sul posto nel pomeriggio. “Deve essere per questo che tutti quanti qui si ammalano”, dice. Un altro giovane continua: “penso che oggi sarà l’ultima volta che faccio il bagno qui”.
Affermano di avere l’opportunità di poter fare il bagno e di dormire negli “abrigos” (letteralmente tradotto: rifugi) ma non vogliono. “Vorrei andare in un “rifugio” nuovo, non in uno di questi che ci sono”, afferma João.
In seguito dice che molte volte separano il gruppo e, per questo preferisce continuare in strada. I nove ragazzi dormono dentro al “mocò” (la tana), uno spazio nell’intercapedine del ponte protetto da una parete. “C’è un bel calduccio là dentro. Per vederci usiamo le candele”.
Un altro giovane, che dice di avere 16 anni ma ne dimostra di meno, afferma che “per la strada vive molto “veleno” (in gergo significa vivere situazioni difficili). Non ci sono coperte per tutti, non c’è da mangiare.”
Quando la troupe di reportage ieri sera è arrivata al ponte, la prima cosa che gli adolescenti ci hanno chiesto è stato qualcosa da mangiare. “Ci hai portato qualcosa, tia?”
Successivamente, una bambina e un bambino ci hanno chiesto qualche soldo. Tutti volevano sapere cosa ci avrebbero guadagnato con la conversazione.
La droga, oltre alla miseria, è ciò che li mantiene uniti. La maggioranza ha sempre una bottiglia piena di colla in mano e, mentre parla, aspira. Gran parte di loro dice di non avere più i genitori vivi. Solo uno ha detto che la madre abita a Capão Redondo, alla perfiferia della zona sud,e il padre a Mauà, vicino a São Paulo. “Io voglio tornare a vivere con mia madre, ma è difficile per causa della droga”, racconta.
Il presidente del quartiere Pinheiros, Antonio Marsiglia Netto, afferma, per mezzo del suo servizio stampa, che manderà sul posto assistenti sociali. Gli stessi farebbero la schedatura dei giovani e successivamente tenterebbero di convincerli a recarsi ad un “rifugio”. La Segreteria di Assistenza Sociale dice che nella rete di accoglienza municipale ci sono posti liberi.

Afra Balazina, Folha de são Paulo

Quello che ho appena letto mi lascia in bocca il sapore della freddezza professionale e del cinismo di un giornale a tiratura nazionale capace di fare e disfare governi, la cui funzione, il cui ruolo, come dice ad ogni articolo di fondo il suo direttore, è quello di essere al servizio del lettore. Io, lettore assiduo,  sono felicissimo di poter ritenermi pienamente informato.

Passano ventiquattro ore. Stesso giornale.
Intervista con Andre Matarazzo, responsabile per la gestione amministrativa di tutti i quartieri centrali. Contiuo a tradurre. Non mi abituo, nonostante tanti anni di lavoro alle spalle, non mi abituo. Le mani continuano a tremarmi. Rabbia? Impotenza? Frustrazione? Voglia di non mollare? Voglia di andar via?

Il vicesindaco della zona centro, Andrea Matarazzo ha una risposta pronta per chi accusa l’attuale ammisnistrazione di praticare politiche igieniste per scoraggiare la presenza di “moradores de rua” nella  zona centrale di São Paulo:
“C’è gente che preferisce la strada ai dormitori pubblici”, dice Matarazzo, uno dei più influenti collaboratori del sindaco José Serra.
Secondo lui la costruzione di una rampa ruvida sotto un viadotto all’Avenida Paulista, dove dormivano famiglie e il decentramento della rete di dormitori – alcuni saranno trasferiti dal centro alla periferia – sono appena un riflesso dei problemi sociali del Brasile.
“È un problema esposto alla società ed è importante che sia conosciuto da tutti. La nostra funzione non è quella di nasconderlo, ma di trovare una soluzione”, afferma il vicesindaco.
Imprenditore, Matarazzo, ha già occupato la funzione di Segretario di Stato dell’Energia nel governo di Mario Covas; ambasciatore in Italia e ministro delle comunicazioni dell’ex presidente Fernando Henrique Cardoso.
Oggi concentra su di sé la direzione del servizio di nettezza urbana, del servizio funerario municipale e dell’approvvigionamento, oltre a dirigere l’amministrazione della zona Centro. L’anno prossimo gestirà quasi un miliardo di Reais e aiuterà Serra nelle elezioni interne del partito che definiranno il candidato alla successione del presidente Lula.

– Le misure che scoraggiano la presenza dei “moradores de rua” nella regione centrale della città sono tacciate di essere igieniste da alcune entità del settore. Come giudica queste azioni intraprese dal comune?

A.M.    È tutta una questione del tono che si dà a queste azioni. Non aveva alcun senso mantenere quelle casette di bambole in mezzo alla strada nel quartiere Tatuapè (abitazioni installate da associazioni assistenziali che erano occupate da meninos de rua – di cui ne abbiamo parlato nell’articolo “il Pozzo”, ndt). Si deve trattare la questione in modo più profondo. La segreteria di Assistenza Sociale ha aperto mille posti in più nei dormitori pubblici che funzioneranno in strutture minori. È la strada giusta.

– Ma allora perché c’è ancora tanta gente che vive per le strade di San Paolo?

A.M.    La nostra funzione è quella di convincere i “moradores de rua”  che è meglio rimanere nei dormitori, dove è molto più sicuro che in mezzo alla strada. Ma loro hanno il diritto di rimanere per strada. Quello che non possiamo fare è ometterci. Il fatto è che alcune di queste persone non vanno ai dormitori perché non vogliono. I dormitori hanno regole ed orari, e non sempre i meninos e i “moradores de rua” vogliono seguire questa disciplina. Chissà che non sia il caso di studiare un nuovo formato per i dormitori per vedere se si ottiene una maggiore adesione di questa gente…

– Ieri la la Folha de São Paulo ha pubblicato un servizio su ragazzi che facevano il bagno dentro ad un tombino con acqua di scolo nel quartiere di Pinheiros. Alcuni hanno detto che vivevano sotto il viadotto dell’Avenida Paulista prima della costruzione della rampa  antimendigos (anti mendicante). Quale è stata la destinazione di chi viveva sul posto?

A.M.    Non ho visto se loro vivevano alla Paulista. Ma un fatto non ha niente a che vedere con l’altro. Loro non dovrebbero stare né sotto la rampa, né nella fogna. Dovrebbero stare dentro a qualche progetto sociale o nei dormitori, che sono in buone condizioni. Ma, come ho già detto, alcuni non ci vanno semplicemente perché non vogliono.

– Praticamente la rampa della Paulista ha impedito l’occupazione di appena un lato del viadotto. Sull’altro, ci sono ancora almeno dieci persone che vivono in modo improvvisato.

A.M.   La rampa non ha niente a che vedere con i “moradores de rua”. L’abbiamo costruita perché il luogo era diventato un punto di assalto e di nascondigli. Abbiamo chiuso là, dove questa gente si nascondeva. Alcuni di loro sono stati portati ai dormitori,  quelli che non vogliono andarci possono rimanere alla Paulista, senza nessun problema.

Fabio Schivartche, Folha de São Paulo

Trafiletto a piè di pagina.
Secondo il sindaco, “è precarietà per la precarietà”.
Il sindaco José Serra ha commentato ieri il fatto che  meninos de rua si siano trasferiti dall’avenida Paulista al ponte Bernardo Goldfarb, nel quartiere di Pinheiros, dove facevano il bagno dentro ad un tombino.
“Loro erano in una situazione molto precaria sotto ad un viadotto. È precarietà per la precarietà. bisogna parlare con Andrea Matarazzo, e con Floriano Pesaro, segretario di Assistenza Sociale, che si stanno occupando di questo”, ha affermato durante un evento nella zona sud della città. Il gruppo ieri continuava sul posto e la nostra troupe ha incontrato una ragazza che faceva il bagno con l’acqua di scolo. L’amministrazione del quartiere ha informato che le specialiste dell’assistenza sociale incontrano il gruppo tutti i giorni, “sensibilizzandoli ad organizzare lo spazio, a ridurre l’uso di droga e, fondamentalmente, lasciare le strade”.

Vorrei mantenere il silenzio ed esimermi dal commentare. Non ci riesco. Scrivo due righe.
Avete notato il livello delle risposte dell’illustre Marazzo? Avete notato le contraddizioni, le frasi fatte, le ignobili bugie? Rileggete l’ultima frase, se la situazione non fosse tragica ci sarebbe da ridere: “Sensibilizzandoli ad organizzare lo spazio…” stiamo parlando di un tombino di fogna! Organizzare un tombino di fogna!
Perché nessuno vuole affrontare il problema alla radice? Perché si continua ad incolpare i più deboli, i più poveri, i meninos de rua, della loro stessa miseria. È come se ad entrare in un ospedale fatiscente con i malati distesi nei corridoi e accusassi i pazienti di sporcare l’ospedale che senza di loro sarebbe bello e pulito. Perché abbiamo trasformato meninos, i nostri meninos, i nostri bambini, in problema?
290. Adesso lo riscrivo ‘sto numero: duecentonovanta. Duecentonovanta associazioni, solo nella città di San Paolo, che si occupano dei meninosde rua. Duecentonovanta. 290 competentissime associazioni, tutte armate delle migliori intenzioni.
I poveri ci fanno schifo e i bambini ci fanno ancora più schifo e quando c’è qualcuno determinato a lavorare come si deve facciamo di tutto perché o la smetta, o se ne vada. Questo è il messaggio, questo è il loro metodo di lavoro. 
(E in gran segreto confesso che non posso fare a meno di pensare a tutto quello che ci è successo e ci succede ancora oggi.)
Abbiamo in archivio centinaia di foto, alcune bellissime, bambini a giocare, feste, abbracci e sorrisi, altre, comprese quelle stampate sul girnale di ieri, terribili. La tentazione di farvele vedere è grande. Ci rediamo conto che una immagine è più eloquente di mille parole. Ma voi pubblichereste la foto di vostro figlio malato o quella di vostra madre sul letto di agonia. No? Neanche noi.
E per concludere con un sorriso: “Tio, viu ainda não morri”, “zio, hai visto, non sono ancora morto”… così mi ha detto un ragazzino che non vedevo da mesi quando l’ho incontrato per caso che razzolava in un bidone, “tio, manda um beijo prá tia”, “manda un bacio alla, zia”, mi ha detto quando l’ho abbracciato. Stanne certo Juliano, glielo darò.