O meu Guri


O meu Gurì, il mio cucciolo
Quando, signore, nacque il mio cucciolo
Non era il momento di guai
Già nacque con la faccia della fame
Ed io non avevo neanche un nome da dargli
Come ho tirato avanti, non glielo so dire
È andata così: io per lui e lui per me
E nella sua innocenza di bambino mi disse
che un giorno sarebbe diventato qualcuno
Guardalo lì
Guardalo lì
Guardalo lì, il mio cucciolo, guardalo
Guardalo lì è il mio cucciolo
E sempre arriva.

Arriva sudato e veloce dal lavoro
E porta sempre un regalo per emozionarmi
Tante collane d’oro, signore,
Che ci vorrebbe un collo enorme per mettersele
Mi ha portato una borsa già con tutto dentro:
Chiavi, libretto, rosario e amuleto
Un fazzoletto e un mazzo di documenti
Così finalmente posso anch’io avere un’identità
Guardalo
Guardalo lì, è il mio cucciolo
E sempre arriva.

Arriva in favela con un carico
di braccialetti, orologi, ruote, radio
Prego finché non arriva quassù
Questa onda di rapine è un orrore
Io consolo lui e lui mi consola
Me lo metto in braccio per farmi cullare
All’improvviso mi sveglio, mi guardo intorno
E il birbante se ne è già andato a lavorare, Guardalo
Guardalo lì, è il mio cucciolo
Guardalo lì, è il mio cucciolo
E sempre arriva.

Arriva stampato, notizia in prima pagina, foto
Con benda sugli occhi, didascalia ed iniziali
Io non capisco questa gente, signore
Fanno troppe chiacchiere
Il mio cucciolo per terra, sembra che stia ridendo
Penso che è bello così a pancia all’aria
Fin dall’inizio, non l’ho già detto, signore
Lui mi disse che sarebbe diventato qualcuno
Guardalo, guadalo lì
Guardalo lì è il mio cucciolo
Guardalo lì, è il mio bambino.
(Chico Buarque, 1981)

Trovare contraddizioni nelle mie parole, nelle mie azioni, è la cosa più facile del mondo. Sono io la prima a riconoscerlo. Ma so anche che è sul principio di contraddizione che si basa la dialettica della vita, la pazza incoerenza che ci fa ridere, soffrire, amare, viaggiare, vivere per poi un giorno morire, la nostra fragile condizione umana piena di paure, gioie, delusioni e speranza, le parole e i pensieri che si sfaldano con il vento del sogno al sorgere del sole.
Olha aí, o meu gurì, guardalo, il mio cucciolo.
Ieri, al passare sul Viaduto do Cha (il ponte che collega due importanti zone del centro) e a guardare di sotto, nella Valle de Anhangabaù, ero io la madre descritta e cantata da Chico Buarque; ero io la madre orgogliosa e ingenua dei suoi figli straccioni e puzzolenti, ero io che piangevo di allegria camminando tra i passanti occupati dai problemi della vita di tutti i giorni, ero io che sentendomi la persona più felice della terra, avrei voluto urlare a più non posso per far sentire al mondo: “non sono morti, ci sono tutti, sono tutti là”. Felice per rivederli dopo mesi di dubbi e silenzio, tutti, un unico gruppo compatto, dieci, cento, mille meninos, uno solo, vedevo in loro un unico bambino, il mio, o meu gurì.
Abbiamo già parlato altre volte, in più di un articolo, a rispetto dell’ “Operação Limpeza”, l’operazione pulizia, che protetta dal manto della “giusta causa” di riorganizzare una determinata area del centro, ha tolto, letteralmente, a forza, più di ottocento persone indigenti che lì abitavano, o meglio, tentavano sopravvivere per le strade, sotto i ponti, dentro di scatoloni di cartone. Come per magia, all’improvviso le strade si ritrovarono sgombre, senza mendicanti a mendicare, senza ambulanti a contendersi i clienti a urli, senza prostitute, senza travestiti, senza “minori infrattori” (questo è uno dei tanti nomignoli che i nostri bambini ricevono: minori infrattori), tutto pronto, tutto pulito, la sporcizia era stata spazzata lontano. Nessuno sapeva dove, nessuno. Non si avevano dati ufficiali, le forze della legge agivano di notte con l’avvallo di “assistenti sociali” (li conosciamo bene, uno per uno). Circolavano voci su deportazioni in massa, minacce. Voci. Un anno fa, in una sola notte, furono assassinate sette persone il cui unico delitto era dormire sulle strade, su quelle strade. Un massacro rimasto ancora senza colpevoli.
In questi mesi ho ricevuto amici stranieri tutti interessati al nostro lavoro. Che delusione quando, al passeggiare in centro, non incontravamo neanche un bambino, né la miserabile ombra di un menino o né l’ombra di un menino miserabile. Gli amici stranieri erano venuti da lontano e noi non siamo neanche riusciti far vedere coloro che sono diventati uno dei simboli più importanti e più infamanti del nostro Paese, os meninos de rua. Giravamo per le strade alla loro ricerca, andavamo in tutti i posti dove eravamo abituati ad andare, e quasi chiedendo scusa, cercavamo di spiegare: sapete com’è, non è colpa mia, io ve li farei vedere, lo giuro, ma l’operação limpeza… Nessuno.
Scomparsi, spazzati lontano, risucchiati dall’efficenza della gigantesca macchina del potere pubblico.
È già stato detto, è già stato spiegato che viviamo nel Paese del possibile. E che essendo così saccheggiato, dall’azione predatrice degli stessi fautori dell’operação limpeza, della sua memoria storica e sociale, le cose, le iniziative, i programmi, durano lo spazio di una stagione o quasi. Sappiamo che siamo un Paese senza memoria e senza struttura.
Comunque sia, ieri sembrava che tutto il rigore degli ultimi mesi si fosse sciolto; tutta la pompa con la quale la classe imprenditoriale in vergognoso connubio con i politici attuali, annunciava il successo dell’iniziativa fratricida, tutta l’arroganza dei corpi di polizia, tutta la forza delle associazioni milionarie che monopolizzano e caratterizzano le azioni sociali, tutto ciò sembrava essere crollato.
Laggiù, nei giardini della Valle, le risate risuonavano allegre come non mai, gli scherzi scemi, lo sdraiarsi sull’erba, il calciare un palla rimediata, la confusione, gli sberleffi ai passanti… sembrava che tutto fosse tornato al suo posto. C’era anche lui, sì, era là anche lui, il mio cucciolo, o meu gurì.
È così alto come quando l’ho conosciuto, un tappo, sporco come sempre, sdraiato per terra come sempre, un selvaggio, in una mano il sacchetto di colla, nell’altra una caramella, sul viso le cicatrici della vita, nelle gambe le ferite purulente, i vestiti stracciati, scalzo, sorridente con gli occhi lucidi per l’effetto della droga, parlando a raffica, balbetta parole… zia, sigaretta, moneta… è lui, lo so, lo stesso nome di sempre, joão, josé, maria, scritto così in lettera minuscola per poter esprimere meglio il poco che è considerato. Forse per il Comune e compagnia bella, vale un soldo di cacio in più di quanto lui stesso ha imparato a considerarsi, forse vale proprio il prezzo di una colpo di scopa. Da quassù l’ho riconosciuto.
So riconoscerlo tra milioni, sì, è lui, nostro figlio, il mio cucciolo, o meu gurì.

Edith Moniz

PS
E adesso lascio a voi cercare le contraddizioni in me. Dai, facciamo un gioco, la prima domanda la faccio io: come posso essere felice, arrivare a piangere di gioia nel rivedere la scena spaventosa di decine di bambini drogati, sporchi, affamati, abbandonati?
Coraggio, adesso porgetemi e ponetevi le altre.