Parigi brucia

La foto di una gigantesca Torre Eiffel affiancata a quella del Masp. Fai finta di essere a Parigi, vieni a visitarlo. Così lo slogan pubblicitario del Museo di Arte di San Paolo, il Masp. Non mi si crederà, ma dirò lo stesso che è uno dei musei più importanti del mondo e certamente il maggiore dell’America Latina. Nel 1946 il marchand italiano Pietro Maria Bardi insieme alla moglie, l’architetto Lina Bo, sbarcarono a Rio, pronti per ricominciare la vita qui, nel paese del possibile, per fuggire dall’immanenza della rovina e della distruzione causata dalla guerra, per fuggire dalle "anticaglie romane", tanto per citare le loro parole. Ebbene, in pochi anni, con l’aiuto di qualche mecenate locale, per una manciata di dollari, riuscirono a comprare, dalle grandi e decadenti famiglie europee bisognose di quattrini, inestimabili opere d’arte, tanto da formare una collezione unica al mondo: Degas, Renoir, Monet, Giotto, Modigliani, Botticelli, Raffaello, Van Gog, Picasso, Goya, Matisse, El Greco e via dicendo. Nel frattempo Lina Bo progettava e realizzava il Museo della Luce, un edificio di vetro lungo ottanta metri in piena Avenida Paulista, sospeso sopra un belvedere da cui si domina tutta la città. I quadri appesi a lastre di cristallo, fluttuano nella luce del giorno, le vetrate uniscono l’esterno con l’interno in un gioco di luci e ombre tra gli alberi tropicali del parco adiacente. Niente a che vedere con Parigi.

Ultimamente, con la morte dei suoi fondatori, il museo è finito in mano a persone che la pensano diversamente: tappate tutte le vetrate e dopo aver costruito un labirinto di pareti interne, prima inesistenti, hanno collocato tutti i quadri dove pensano che si debbano collocare: appesi alle pareti. Come in un qualsiasi museo europeo, come a Parigi, insomma. Ecco spiegata la propaganda. Così noi, brasiliani, dobbiamo adesso far finta di non esserlo, dobbiamo crederci tutti parigini. Solamente in questo modo potremo goderci le stupende opere racchiuse e appese tra quattro pareti. Quello che era originalissimo è diventato imitazione, è diventato un far finta.

Nessuno faceva finta l’altro giorno, né i ragazzi ribellati che dai tetti gridavano per giustizia e per un trattamento più umano, né il batalhão de shock (la brigata di pronto intervento), armato fino ai denti, né Jhonatan. Diciassette anni, ladro di polli, piccoli reati, Febem, carcere minorile. Ne abbiamo già parlato tanto di come funziona lo schema all’interno di quel vero inferno, leggendo le nostre pagine ve ne potete fare una idea. Jhonatan è morto. È l’ottava vittima fatale nelle trentadue ribellioni di quest’anno. Ripeto: è l’ottava vittima nelle trentadue ribellioni di quest’anno. Un gioco di forza tra carcerieri corrotti per la contesa del traffico di droga all’interno dell’istituzione, provoca le fazioni criminali in perenne guerra. Basta un niente per scatenare gli animi di questi ragazzi trattati come bestie. Ad un segnale convenuto si lanciano sui sorveglianti prendendone un paio in ostaggio, altri si dirigono sui tetti, altri ancora appiccano il fuoco a materassi, mobili, tavoli e tutto ciò che incontrano nel cammino. Tutto l’ambiente si trasforma per giorni e giorni in terra di nessuno, anzi, terra in mano ai gruppi più violenti che, senza più freni né ritegno, approfittandosi della più totale anarchia, violentano, uccidono, distruggono, accecati da una furia senza uguali, si attaccano vicendevolmente senza esclusione di colpi. Il tutto avviene sotto gli occhi delle telecamere di giornalisti senza scrupoli che con la scusa della libera informazione trasmettono le immagini a tutto il paese. Davanti all’orrore la società reagisce con ancora più rabbia, chiede sangue e vendetta per la sua tranquillità perduta. Entra finalmente in azione il batalhão de shock, con lacrimogeni, botte e cani feroci riesce a dominare la rivolta. Quello che ho descritto è il quadro tipico, è quello che succede sempre, ad ogni ribellione, anche l’altro giorno, quando per la trentaduesima volta abbiamo visto nei cortili e sui tetti del carcere minorile, ragazzi scannarsi a vicenda. Jhonatan, è morto sul colpo. Un volo sul selciato, dal tetto. Nessuno sa se è scivolato, se è stato spinto, se è stato colpito da un proiettile sparato per avvertimento. Non si saprà mai.

Nessuno faceva finta. Neanche il governatore Geraldo Alckmin. Come tutti i suoi predecessori, colpevoli di una criminale omissione in relazione alla gestione del problema, continua anche lui a bagnarsi le mani nel sangue dei figli più miserabili, più disgraziati della nostra gente. "La causa del problema è che le associazioni per i diritti umani lavorano contro il governo, non fanno niente per aiutare, anzi incitano e stimolano questi ragazzi": le sue parole. Ecco fatto. Trovati i responsabili.

Sono le associazioni per i diritti umani che organizzano le ribellioni, fomentano il traffico di droga all’interno della prigione, e forniscono di sbarre di ferro e coltelli i rivoltosi.

È inutile dire che ci sentiamo chiamati in causa. Quante volte siamo entrati tra quelle mura! Quante volte siamo stati perquisiti, nudi, fatti saltare sui due piedi per poi accucciarsi rannicchiati. Noi come tutte le madri che vanno a visitare i loro figli. Nascondere droga e telefoni cellulari nella vagina, nelle pieghe della nostra carne, è il principale sospetto. Controllarci gli intestini, umiliarci fino alle lacrime. La colpa è nostra e di tutti quelli come noi.

Tra le ridicole lucine natalizie con cui si addobba la città in questo periodo, tra abeti infarinati di un bianco posticcio e babbi natali rossi rubicondi e quasi osceni, tra renne di plastica e suggestioni invernali, come se fossimo a Parigi, passeggio per il centro alla ricerca dei miei bambini. Eccolo lì, sotto la tettoia dello shopping center che più shopping center non si può. Sdraiato, dorme, quasi pestato da un enorme signora cliente, mi sorride come sempre mi abbraccia pidocchioso e puzzolente. "Vai già via, posso venire?" mi chiede. Chissà se prima di Natale lo vedrò ancora o se finirà anche lui alla Febem.

Governatore Geraldo Alckmin, da dieci anni sei a capo dello Stato più ricco, più prospero e più potente della federazione, hai sulla coscienza otto ragazzi, morti quest’anno quando erano sotto la tua protezione. Mi hai perquisito e umiliato, adesso mi hai accusato di sobillare la rivolta.

In questa città che non ha il coraggio di guardarsi allo specchio per non vedere la miseria morale in cui è caduta, ormai facciamo finta di essere, di stare, di passeggiare tutti, allegri e sorridenti, a Parigi.

Forse qui non sanno ancora che la periferia di Parigi, come la Febem, brucia.

Edith e Paolo

A foto de uma gigantesca Torre Eiffel ao lado daquela do Masp. Faz de conta de estar em Paris, venha visitar. Assim o slogan de propaganda do Museu de Arte de São Paulo, o Masp. Será difícil de acreditar, mas, mesmo assim, digo que é um dos museus mais importantes do mundo e certamente o maior da América Latina. Em 1946 o marchand italiano Pietro Maria Bardi e sua mulher, a arquiteta Lina Bo, desembarcam no Rio prontos para recomeçar a vida aqui, no país do possível, para fugir da imanência da ruína e da destruição causada pela guerra, para fugir das "velharias romanas", segundo as palavras deles. Pois então, em poucos anos e com a ajuda de mecenas locais, por um punhado de dólares, conseguiram comprar das grandes e decadentes famílias européias necessitadas de dinheiro, inestimáveis obras de arte que vieram a formar uma coleção única no mundo: Degas, Renoir, Monet, Giotto, Modigliani, Botticelli, Raffaello, Van Gog, Picasso, Goya, Matisse, El Greco e assim por diante. Enquanto isso, Lina Bo projetava e realizava o Museu da Luz, um edifício de vidro de oitenta metros de cumprimento em plena Avenida Paulista, suspenso acima de um belvedere do qual se domina a cidade inteira. Os quadros pendurados em laminas de vidro, flutuam na luz do dia, as vidraças unem o exterior com o ambiente interno em um jogo de luzes e sombras entre as árvores tropicais do parque adjacente. Nada a ver com Paris.

Nos últimos tempos, com a morte dos seus fundadores o museu foi parar nas mãos de pessoas que pensam de outra forma: tampadas as vidraças e depois de ter construído um labirinto de paredes internas, anteriormente inexistentes, colocaram todos os quadros onde acham que devem ser colocados: pendurados nelas, nas paredes. Como num museu qualquer da Europa, como em Paris, então. Está aqui explicada a propaganda. Assim nós, brasileiros temos que fazer de conta de não sermos, devemos pensar que somos todos parisienses. Somente deste modo poderemos gozar da beleza destas magníficas obras, agora cercadas e penduradas em quatro paredes. Aquilo que era originalíssimo tornou-se mera imitação, tornou-se um faz de conta.

Ninguém naquele dia estava brincando de faz de conta, nem os garotos rebelados que do telhado gritavam por justiça e por um tratamento mais humano, nem o batalhão de choque, armado até os dentes, nem Jhonatan. Dezessete anos, ladrão de galinhas, pé de chinelo, Febem. Já falamos da Febem, de como funciona o esquema no interior daquele verdadeiro inferno, lendo as nossas páginas é possível entender melhor. Jhonatan morreu. É a oitava vítima nas trinta e duas rebeliões deste ano. Repito: é a oitava vítima nas trinta e duas rebeliões deste ano. Uma disputa entre funcionários corruptos para o comando do tráfico de drogas dentro da instituição provoca as facções criminosas em guerra permanente. Para incendiar os ânimos destes garotos tratados como animais basta uma faísca. Obedecendo às ordens os garotos assaltam os guardas tomando alguns deles como reféns, outros sobem no telhado, outros tantos põem fogo a colchões, móveis, mesas e tudo o que encontram no caminho. Todo o ambiente se transforma por dias e mais dias em terra de ninguém, ou melhor, em terra sob o domínio dos grupos mais violentos que, sem mais freio algum, aproveitando-se da mais total anarquia, violentam, matam, destroem, cegos de fúria, atacam-se uns aos outros sem poupar nada nem ninguém. Tudo acontece sob o foco das câmaras de jornalistas sem escrúpulos que, com a desculpa da livre informação, transmitem as imagens para todo o país. Face ao horror, a sociedade reage com ainda mais raiva, pede sangue e vingança pela sua tranqüilidade perdida. Enfim, entra em ação o batalhão de choque com gases, pancadas, cães ferozes, consegue dominar a rebelião. Aquilo que descrevi é o quadro típico, é o que sempre acontece a cada rebelião, o outro dia também, quando pela trigésima segunda vez deste ano vimos nos pátios e no telhado da Febem, garotos se matando uns aos outros. Jhonatan morreu na hora. Uma queda direto para o chão, do telhado. Ninguém sabe se escorregou, se foi empurrado, se foi atingido por uma bala de borracha. Nunca se saberá.

Ninguém fazia de conta, nem o governador Geraldo Alckmin. Como todos os seus antecessores, responsáveis por uma criminosa omissão a respeito do enfrentamento do problema, continua ele também a lavar as próprias mãos no sangue dos filhos mais miseráveis, mais desgraçados da nossa gente. "A causa do problema é que algumas dessas organizações não governamentais trabalham permanentemente contra o governo, não fazem nada para ajudar, ao contrário, incitam e estimulam estes garotos": as suas palavras. Aqui está. Achamos os responsáveis. São as associações para os direitos humanos que organizam as rebeliões, fomentam o tráfico de droga no interior da prisão e fornecem barras de ferro e facas aos rebelados.

É inútil dizer que nos sentimos acusados e envolvidos com tudo isso. Quantas vezes entramos naquele recinto! Quantas vezes fomos revistados, nus, quantas vezes fomos obrigados a pular de pés juntos para depois ficar de cócoras e em posição fetal. Nós como todas as mães que vão visitar os seus filhos. Esconder droga e telefone celular na vagina, nas dobras da nossa carne, é a principal desconfiança. Controlar-nos os intestinos, humilhar-nos até as lágrimas. A culpa é nossa e de todos aqueles como nós.

Entre as ridículas luminárias natalinas com as quais se enfeita a cidade neste período, entre pinheiros salpicados de branco postiço e papais-noel vermelhos gordos e quase obscenos, entre renas de plásticos e sugestões invernais, como se estivéssemos em Paris, passeio pelo centro à procura dos meus meninos. Ali está, embaixo da marquise do shopping center mais shopping center possível. Deitado, dorme, quase pisado pela enorme senhora cliente, sorri como sempre, me abraça piolhento e fedorento. "Já vai embora, posso ir junto?", pergunta. Quem sabe se antes do Natal ainda o verei ou se também acabará na Febem.

Governador Geraldo Alckmin, tu, que há dez anos estás chefiando o Estado mais rico, mais próspero e mais poderoso da federação, tens na consciência oito garotos mortos quando estavam sob a tua proteção. Revistaste-me e humilhaste-me, agora me acusa de instigar a rebelião.

Nesta cidade que não tem a coragem de se olhar no espelho para não enxergar a miséria moral na qual caiu, chegamos a ponto de fazer de conta de estar, de passear, todos alegres e sorridentes, em Paris.

Talvez aqui ainda não saibam que a periferia de Paris, como a Febem, queima.

Edith e Paolo