Posso tornare?

Che cosa sto facendo qui? Bella domanda.
La scena: quartiere generale della polizia, io seduta su una panchina e di fianco una menina. Una della mie, una di quelle, sí, una menina de rua, o meglio, una tipica menina de rua. Ha un nome e un cognome, la chiameremo Maria.
Uno sguardo distratto non si accorgerebbe di niente, ma io so, so perché sento. Ho appena preso parte ad una lunga e penosa operazione di preparazione: una passata al posto de saúde, il pronto soccorso del quartiere dove ho libero accesso, una provvidenziale doccia, abbiamo tagliato i capelli cortissimi per togliere i pidocchi uno ad uno. Maria è incinta. Conosciamo molto bene la sua storia, é uguale a quella di migliaia di altre Marie come lei, Maria di sempre, Maria senza niente, Maria bambina-madre, Maria oppressa nelle favelas, Maria-nessuno presente nella nostra vita ad un semplice alzar di occhi: Maria ai semafori a vendere caramelle, pulire parabrezza; Maria che scherza con la vita senza saperlo, Maria senza scuola, Maria che vaga senza orario per arrivare, senza un posto a cui arrivare, Maria-zombi, Maria morta della peggiore malattia: o descaso, la non curanza. Bellissime Marie, le Marie del mio Paese. Maria è incinta, ha fame.
Ho per regola e disciplina di lavoro quella di mai portami dietro soldi, peró gli inviti sono ben accetti. Questa volta siamo qui nel quartiere generale della polizia, invitate direttamente da uno dei suoi comandanti. Qualche settimana fa ci siamo conosciuti ad un congresso alla presenza del Segretario di Stato per le Politiche Sociali. Ero stata chiamata per parlare della mia esperienza e chiusi il dibattito leggendo alcune considerazioni sull’infanzia abbandonata con la quale lavoro. L’invito arrivó sul momento e sul momento accettai.
Allora eccoci qui. Arriva il comandante, Maria trema di paura. Abbiamo visto e vissuto momenti difficili, sappiamo che cosa la polizia, espressione attiva della “voce” ufficiale, ha giá fatto, sappiamo che ha giá preso parte allo sterminio sistematico dei piú deboli, ma oggi sembra che siamo riusciti ad aprire una breccia in un monolite granitico, creato per reprimere. Siamo invitate del comandante, entriamo nel suo ufficio. Il comandante é discreto e amabile, Maria si calma. Ricordo la pubblicitá di qualche tempo fa della stessa polizia: una bambina dal viso angelico abbracciata alla sua bambola, affermava: “mio padre é poliziotto, é il mio eroe, non é un criminale”. Se c’é bisogno di affermare ció che dovrebbe essere ovvio…
Maria adesso é a pranzo nella sala del comandante che ha chiesto alle cucine di portare il piatto pronto. Mille pensieri, mille cose per la testa. Avrei voglia di raccontagli le torture, i calci, le scosse elettriche, le intimidazioni, la complicitá col traffico di droga. So che ha saputo, so che sá. Peró qualcosa mi dice che da oggi in poi possiamo lavorare insieme. Fa parte del mio modo di essere pensare cosí, se non vedessi la soluzione, se non riuscissi ad intravvedere il cambiamento, non farei quello che faccio. Lavoro con le persone e in loro credo, in loro voglio credere. Maria, pancione, foulard in testa, guarda un po’ di sbieco come per far finta di niente, adesso sorride, abbraccia un comandante, un poliziotto con gli occhi lucidi, una persona con la quale devo e voglio lavorare, per il bene comune, per il bene di Maria.
Eccoci di nuovo sulla strada in direzione al centro della cittá dove Maria sopravvive come puó:
Zia, é stato il massimo, nessuno ci crederá.
Adesso quando la polizia arriva per picchiare, dico che sono amica del comandante.
Zia, sará che posso tornare qui con gli altri del gruppo?