Premiato Lucio Flavio Pinto

Carissimi amici

L’altro ieri per caso sull’agenzia di stampa “Adital” mi sono accorto che il nostro Lucio Flavio Pinto ha ricevuto un premio giornalistico dal Comitato Internazionale per la Protezione dei Giornalisti (CPJ). Subito gli ho telefonato e lui poi mi ha inviato il testo di una intervista che sarà pubblicata.

Traduco il tutto per voi. E’ il mio modo di sostenere ed essere vicino a questo uomo impegnato su quello che potremo chiamare in termini di guerra: “fronte amazzonico”

Cominciamo dal Premio.

Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (la cui sigla è CPJ) che ha sede a New York ha conferito il Premio internazionale per la libertà di stampa a tre giornalisti e ad una donna avvocato della stampa (i poro paesi sono: Brasile, Cina, Uzbequistan e Zimbawe) che hanno affrontato minaccie, intimidazioni, percosse e prigione a causa del loro lavoro. I premi saranno consegnati il 22 novembre a New York, nell’hotel Waldorf-Astoria.

Per il Brasile è stato premiato Lucio Flavio Pinto, editore del Jornal Pessoal (JP), collaboratore di Adital, che ha fatto informazione sul traffico di droga, la devastazione ambientale, la corruzzione politica e delle imprese nella regione amazzonica brasiliana. Come dice il testo del CPJ: “Fisicamente aggredito e minacciato di morte, affronta un torrente di azioni giuridiche con l’obiettivo di farlo tacere”.

Gli altri premiati:

Galima Bukharbaeva, ex-corrispondente in Uzbequistan dell’Institute for War & Peace Reporting (Istituto di informazione per la guerra e la pace). Ha rischiato la vita per mostrare il massacro fatto dalle truppe del governo contro i manifestanti nella città di Andijan, a maggio.

Ja Beatrice Mtetwa, avvocato, specializzata in Media, difende la libertà di stampa in Zimbawe, dove la legge è usata come arma contro i giornalisti indipendenti. Aggredita e messa in prigione per il suo lavoro, lei sta continuando a difendere i giornalisti. E’ riuscita ad ottenere la liberazione di vari giornalisti che affrontavano accuse di crimini.

Shi Tao é un giornalista free-lance per pubblicazioni in Internet ed editore del Dangdai Shang Bao, un giornale di economia cinese. I suoi saggi riguardo la riforma politica, pubblicati in siti fuori della Cina, hanno attirato l’ira delle autorità. Sta scontando una pena di 10 anni di prigione per “aver rivelato segreti di Stato all’estero”.

L’intervista.

Lucio, cosa significa essere premiato tra i migliori al mondo, mentre qui nella tua terra (amazzonia) la vita continua tormentata da questo groviglio di processi Kafkiani.

E’ una lezione di storia in questo amaro paradosso personale. L’Amazzonia è sempre stata la più internazionale delle regioni brasiliane. E’ stata anche la regione che è stata incorporata tra le ultime al Brasile. Così come non le è estranea la relazione internazionale, ha poco vincolo nazionale e viceversa. Il Brasile si è internazionalizzato tardi e con più intensità negli ultimi tempi. E si è nazionalizzato poco, concentrandosi nei centri egemonici. Dell’amazzonia sembra che il Brasile ne parli come di una cosa che non interessa. Il mondo parla dell’Amazzonia sapendo cosa gli interessa. Ci sono molti interessi : strategici, politici, geopolitici, economici, commerciali e scientifici, anche se lo scientifico è usato come apri pista. L’Amazzonia è uno dei più importanti centri di risorse intensive naturali del mondo, rifornendo molti paesi di minerali, metalli, semilavorati e molte altre merci che ancora si devono rivelare a partire dalla sua fantastica biodiversità ( questa è la differenza che la contraddistingue da tutte le altre parti del mondo e che si sta distruggendo).
Attento a questa dimensione, ho impegnato le mie energie per scoprire, capire e diffondere la realtà dell’ Amazzonia a chi era raggiungibile con la mia attvità di giornalista. Il compito sorpassa la mia capacità professionale, ma l’impegno ad affrontarla mi ha dato la possibilità di trovare la trama di questa storia in vari momenti e in varie direzioni. E’ stato così che sono diventato una fonte di riferimento per persone che erano interessate o partecipavano al dramma amazzonico, La cosa più affascinante che adesso è messa in scena sul palco della terra. Tristemente , la maggioranza delle persone interessate è straniera. Sto arrivando alla conclusione che nei più importanti laboratori della conoscenza e del sapere del mondo, c’è la coscienza e il fondato timore che l’Amazzonia così come è sparirà. Non nella forma di un Inferno Rosso, come prevedevano gli americani Howard Irvin e Robert Goodland ( questo è diventato mio amico) negli anni settanta, ma come una savana , una foresta primaria, cioè più uniforme e povera di quella attuale. Perciò senza la sua enorme biodiversità. L’Amazzonia farà parte di quell’elenco che già ospita molte aree devastate dell’Africa o dell’Asia, colonizzate in passato. C’è chi concorda e chi discorda da questa mia visione, ma per tutti è importante tenerla in considerazione. Questo perché indipendentemente dalla mia interpretazione , ragiono su fatti concreti. Come giornalista non immagazzino dati settoriali. Il mio campo d’ azione è ampio e diversificato, per attivismo professionale. Non sono tra i grandi interpreti dell’Amazzonia, ma penso di stare tra quelli che non accettano verità stabilite su basi irreali, fantasiose, instabili, misurate per ideologie fine a se stesse. Costruisco su fondamenti dimostrabili. Questo punto di partenza mi ha collocato nel circuito come una fonte di riferimento. E’ questo tocco speciale , assieme a molti altri, vero e attivo, che alcune istituzioni e persone, hanno deciso di premiare. Mi pare di capire che vogliono stimolarmi a continuare a fare quello che ho fatto , con sacrificio e dedizione. Ricevo con grande gioia questo premio, perché la mia scommessa sul futuro dell’Amazzonia si basa sulla possibilità che il circuito della solidarietà possa compensare e in certo modo neutralizzare e trasformare il circuito che domina con forza, quello del capitale.

Come è successo che il tuo nome è arrivato al Comitato Internazionale per la protezione dei giornalisti?

L’iniziativa è stata del Comitato stesso. Da quando sono stato condannato nel processo mosso contro di me per il giudice João Alberto Paiva, due anni fa, due responsabili del Comitato per l’America, hanno iniziato un contatto periodico con me. Hanno realizzato un’ ampia relazione tecnica sul contenzioso. Ho dovuto inviare documenti e rispondere a innumerevoli domande molto pertinenti sul susseguirsi dei 32 processi a cui ho già risposto a partire dal 1992, quando Rosângela Maiorana Kzan ha aperto il primo. Hanno fatto un dossier sul mio caso (o sui miei casi), che sempre sono relazionati a grandi questioni di ordine pubblico : appropriazioni illegali di terra , estrazione illegale di legname, complicità delle autorità con i crimini, narcotraffico, riciclaggio di denaro illegale, economia clandestina, manipolazione dell’opinione pubblica, crimini corporativi, ecc. Dopo due anni di accompagnamento documentato hanno deciso di fare il mio nome per il premio di quest’anno, il che mi ha molto onorato, dato i metodi criteriosi della selezione. Il CPJ sa molto bene a chi sta concedendo questo onore. Non è una cosa tra amici (non conosco nessuno di loro) nè un premio dato chissà come. E’ interessante osservare la qualità dei premiati, la natura del lavoro che hanno fatto, sotto il piano di fondo della cerimonia che sarà realizzata nel famoso Horel Waldorf-Astoria a New York, con tutta la pompa magna della circostanza. L’abito richiesto è il blak-tie. Ma i premiati nella vita quotidiana di lavoro hanno le magliette con le maniche corte e vivono in condizioni estremamente scomode. Una simbologia ,a mio modo di vedere che lancia ponti tra primo e terzo mondo.

L’importanza del premio parla da sola. Ma qui in Amazzonia sappiamo che tu non puoi più lavorare come facevi prima e questa è una grossa perdita per il giornalismo in generale e per quelli che come te parlano di questo nostra realtà . Il Jornal Pessoal non può più fare il suo servizio e sei da solo a combattere su questo fronte. Non sarebbe stato meglio non ricevere il premio, in cambio di un giornalismo che non registrasse appena, o principalmente, le perdire di questa regione amazzonica la cui distruzione è fatta in modo così veloce che ha la possibilità di scrivere la propria storia?

Negli ultimi anni in cui la via giudiziale si è intensificata, due cose mi hanno impressionato professionalmente. Da un lato, la posta-restante di ciascuna edizione del Jornal Pessoal. E’ enorme la quantità di tematiche che rimanevano scritte in agenda perché non avevo tempo per affrontarle. Un abbordaggio giornalistico, per essere completo, richiede di andare sul posto, consultare i personaggi, aver accesso a buone fonti secondarie e tempo per una adeguata analisi e verifica delle informazioni. Non ho potuto percorrere tutte queste tappe. Per questo non scrivo su certi problemi o faccio un intervento limitato, principalmente dei temi immediati, che costituiscono il notiziario del giorno, che prima potevo seguire come volevo, cosi come anche avevo i mezzi per viaggiare, circolare, comprare materiale. Dall’altro alto, constato, non senza tristezza, che anche cosi, solo il Jornal Pessoal divulga certe informazioni o fa determinate analisi. Se il giornale scompare, come rischia di accadere a qualsiasi momento, questo materiale smette di arrivare all’opinione pubblica. La combinazione delle due osservazioni mostra il grado di impoverimento della stampa. I miei carnefici sapevano bene cosa stavano facendo quando mi hanno riempito di processi, agendo dietro le quinte per avere l’adesione di magistrati e intimidendo le persone che potevano reagire e aiutarmi. Hanno fatto il riciclaggio che assomiglia a quello dei cacciatori di indios, che prima usavano la calibro 38 e adesso usano il denaro, che senza confronti è più efficiente per abbattere questa popolazione e immobilizzarla nelle loro preziose terre. Pe fortuna ci sono ancora persone competenti, coraggiose e impegnate con la causa pubblica nella giustizia e tra la élite locale. Senza di loro probabilmente avrei già perso questa guerra. Questi non possono essere sottostimati, neanche da quelli che non hanno simpatia per me. Oggi mi sento in prigione domiciliare non dichiarata. Qualche potente vorrebbe che questa prigione avesse sbarre reali e non solo simboliche che minano la mia salute e le condizioni di vita. Mi piacerebbe che l’opinione pubblica riflettesse se questa distruzione non causa un danno alla qualità dell’ informazione alla società. Se si arrivasse ad una conclusione positiva, mi piacerebbe che l’opinione pubblica trattasse questo caso non come la persecuzione ad una persona, una rissa familiare, come l’ha definita il presidente dell’ordine degli avvocati del Parà, ma come un crimine di offesa allo stato. Qui sono punito della forma più iniqua, ingiusta e assurda. Fuori dal Brasile sono premiato, ma non nella anticamera di una impresa o di un governo, ma da istituzioni accademiche e da organizzazioni della società civile senza scopi di lucro. La mia informazione risponde alla fame mondiale di informazione riguardo all’Amazzonia, ma è scomoda nella terra che amo? In questa terra non mi resta altro che affrontare la persecuzione, la prigione o andare in esilio?

Per finire: tu andrai a New York per ricevere il premio?

Mi dispiace, ma ancora non lo so. Non ho la sicurezza che per il tempo che resto lontano da Belem, non sarà organizzata contro di me una trappola giudiziaria, come è già successo in altri momenti di questa lunga traiettoria di persecuzione. In una di queste, è stato considerato in ritardo l’appello che ho presentato contro la mia condanna, quando il ricorso era stato protocollato rigorosamente dentro il tempo fissato e conforme alle norme processuali. La verità è stata ristabilità dalla corte suprema di Brasilia. Ma mancava poco che la sentenza fosse eseguita. Il Comitato per la Difesa dei Giornalisti ha fatto di tutto per garantire la mia presenza alla solennità, ma io ancora non ho timbrato l’invito. La cosa più importante è già successa.

Queste le parole di Lucio Flavio Pinto.

Spero in questi giorni di darvi altre notizie sul Brasile in fermento.

Abbraccio. Mauro F