Ripeto, anni!

L’impressione che rimane è quella di un eterno inizio, o meglio, di un eterno e infame ricominciare ciclico senza sbocchi, privato di una meta, sprovvisto di lungimiranza, di un minimo di pragmatismo. Ad ogni elezione politica, si assiste ad un festival di facce a blaterare promesse che mietono consensi entusiasti proporzionalmente alla loro assurdità. Ricordiamo tutti la fantastica campagna elettorale del presidente Lula: basta aprire i giornali di oggi e vedere a che punto siamo arrivati: la speranza uccisa mille volte ad ogni annuncio di promessa irrealizzabile, sembra definitivamente essere il destino di un intero Paese, il nostro.
Scendiamo adesso nel piccolo della vita di tutti i giorni. Scendiamo la rampa, questo tratto duodenale di strada che porta alla favela, scendiamo fino in fondo, entriamo ora nella casa di uno di noi, saliamo la scaletta dai gradini irregolari, attenti a non sbattere la testa nel soffitto basso, entriamo nella stanza senza finestre messa a disposizione per tutte le attività del centro comunitario, sediamoci dunque.
Pare che non siano passati mesi, anni (ripeto, anni!), sembra che sia la prima volta che ci riuniamo. No, non è vero, oggi sono molto critico, molto esigente, dovrei invece scrivere le cose positive innegabili: la partecipazione della gente, l’impegno di ciascuno a parlare, a dire la sua opinione, la presenza di alcuni disabili altrimenti isolati e dimenticati…, perché non riesco a riconoscere i lati positivi di tutto ciò? Perché non riesco a raccontare l’importanza di una semplice riunione come questa per gente che sta sperimentando un processo democratico di partecipazione sia pure in modo semplice e primario? Forse perché da anni (ripeto, anni!) ascolto l’esposizione di problemi non risolti, sempre presenti, ma che tornano e ritornano con una virulenza micidiale.
Un aumento esponenziale della popolazione di topi, si parla di dieci per abitante, dieci topi enormi e pelosi a persona. Il Comune ha mandato gli agenti di salute per avvisare le famiglie: non lasciare la spazzatura sulla porta di casa, rispettare i giorni e l’orario di raccolta (tre volte a settimana), mantenere la casa pulita, evitare di spargere resti di cibo nei cortili o sui terrazzi. Agli avvisi necessari è seguita la distribuzione del veleno, per topi, alle famiglie. In questione di qualche giorno, tre persone ne hanno approfittato e si sono suicidate: col veleno per topi.
Gli agenti di salute hanno ribadito quello che sappiamo da anni (ripeto, anni!) ma abbiamo sempre fatto finta di non sapere: l’orto comunitario è contaminato dall’acqua di fogna con cui annaffiamo le verdure. Il rigagnolo putrido che scorre in mezzo ai cavoli e all’insalata è la fogna della favela a monte, ancora piú miserabile della nostra: l’attraversa tutta per poi scendere fino all’orto che per anni (ripeto, anni!) ci ha fornito buonissimi cavoli e verdissima insalata, gratis.
Qual’è la soluzione che il nostro gruppo può presentare al quartiere, alla collettività per la quale lavoriamo? Divulgare il problema dei topi? Raccontare delle morti di leptospirosi avvenute in questi giorni? Aspettare che arrivi il Comune e distribuisca ancora una volta il veleno per topi alle famiglie? Convocare riunioni per parlare e discutere il problema, come facciamo da anni (ripeto, anni!) alle quali non verrà nessuno perché le uniche riunioni con massiccia partecipazione sono quelle organizzate dalle varie entità assistenziali per la distribuzione della “cesta basica”, lo scatolone con dentro un pacco di riso e uno di fagioli?
Gli agenti di salute hanno poi comunicato che sono riapparsi casi di dengue, una malattia tropicale, una specie di febbre gialla, trasmessa dalla zanzara che prolifera nell’acqua che si accumula nella spazzatura sulla porta di casa, la stessa che richiama e serve da nascondiglio per i topi. La dengue, provoca effetti simili a quelli di una grave influenza. Se la si contrae una seconda volta, produce varie emorragie agli organi interni dall’esito letale.
Cosa fare? Come fare?
Gli agenti di salute del Comune hanno proposto una “parceria”, una collaborazione col nostro gruppo. Ma come?, direte voi, da anni (ripeto, anni!) in queste pagine parliamo di collaborazione con il Comune e un grande ospedale della zona. Possibile che si rimanga solo e sempre nelle buone intenzioni? Possibile che niente si concretizzi? Proverò a spiegarlo: ad ogni elezione cambia tutta la macchina amministrativa, e si deve ricominciare tutto da capo. Immaginate un intero Paese, il nostro, strutturato per durare tre, quattro anni e poi ricominciare da zero. Non ci credete? Fate male, perché è proprio cosi.
La visita degli agenti di salute era in programma da mesi, ma abbiamo dovuto aspettare la riformulazione della macchina pubblica: un nuovo sindaco, nuovi consiglieri, nuovi segretari, nuovi direttori, nuovi agenti di salute, nuovi bidelli, nuovi portinai, nuove promesse, nuove collaborazioni, stessa frustrazione.
Ricominciam suvvia!
Ricomiciam orsù le interminabili riunioni che più lunghe e pallose sono, meglio è.
Ricominciam allor le eterne file agli sportelli dell’amministrazione pubblica per implorare umilmente il nostro diritto alla salute.
Ricominciam solerti e fiduciosi, ad ascoltare le promesse che ascoltiamo da anni (ripeto, anni!) dei nuovi amministratori dalla stessa imperturbabile faccia di bronzo.
Ricominciamo a dar la caccia alle zanzare infettate, ai topi marci; ricominciamo a mangiare l’insalata condita con la fogna per non spendere quattro soldi al mercato.

In portoghese i verbi “sperare” e “aspettare” si dicono nello stesso modo: “esperar”, ma li si distingue dal contesto della frase; a volte però l’ambiguità del significato è tale che risulta difficile decifrarlo o intendere esattamente a quale dei due significati il verbo “esperar” corrisponda.
Hanno trasformato il nostro Paese, la nostra città, in una Macondo del mondo reale in cui non esiste più l’utopia dell’attesa che si fa speranza o la speranza che si fa utopia dell’attesa, come in quella fantastica Macondo sognata da Garcia Marquez.
La nostra Macondo è soffocata, umiliata, oppressa da una “esperança” che si fa attesa vana, torpore rassegnato, dengue, suicidio con veleno per topi, rantolo intestinale per contaminazione da insalata e cavoli di fogna.
E quando si uccide la “speranza”, quando la si lascia morire in questo modo, quando si perde la dimensione sacra di una utopia resa possibile dal lavoro e dall’impegno di ciascuno di noi, non è vero che non si crede più a niente, al contrario, si passa a credere in tutto.
Diteci in che dobbiamo sperare, diteci cosa aspettare, in cosa credere, che noi non lo sappiamo più.