Se Rio de Janeiro è Iraq, allora il Parà è Far West

Rio 17 maggio 2005

Carissimi
qui a Rio dopo alcuni giorni di fresco, è tornato il caldo.
Oggi 17 maggio, la marcia dei senza terra (MST) è arrivata a Brasilia. 15mila lavoratori hanno fatto una marcia di 238 km (da Goiania alla capitale Brasilia) per rivendicare la Riforma Agraria e le ragioni dei piccoli agricoltori.
Questo è un grande evento e io volevo essere con loro, ma i tempi erano stetti e avevo del lavoro a Rio. Comunque sono con loro. La gente della città non sente queste cose, le vede lontane e la classe media vede i senza terra come un ostacolo al diritto alla proprietà privata. Quello che la Tv passa dei Sem Terra sono solo cose negative. Il movimento dei lavoratori senza terra porta avanti un’idea di gestione della terra differente, più comunitaria e sociale, comunque la necessità di una riforma agraria la si aspetta da 50 anni e sembra sempre più impossibile. Finché i latifondisti staranno al governo, le cose non cambieranno. Ma la lotta si deve fare e bisogna mantenere vivo il problema che si riversa sulle città dato che l’esodo verso i centri urbani continua, anche se è diminuito. Il problema passa dalle campagne, dove il contadino è espulso o non riesce a sopravvivere e si trasferisce nelle città e nelle sue interminabili periferie.

Sabato siamo passati con il furgone in una favela per prendere un ragazzo che ci vive. Il suo palazzo e quelli vicini erano crivellati di colpi. I ragazzi ripetono spesso &quot:qui è Iraq”, ovvero qui a Rio c’è una vera guerra, fatta anche con armi pesanti. Mi capita spesso di sentir sparare e i ragazzi mi hanno insegnato a distinguere il rumore dei vari spari (pistola, ak47, m31, mitragliatrice con treppiede, ecc…) cosa che mai avrei pensato di imparare. La strage di 30 persone nella Baixada Fluminense è li a ricordarci che la guerra è in atto.
Qualcuno mi ha chiesto cos’è la Baixada Fluminense. E’ quella area di pianura che descrive la periferia di Rio de Janeiro e comprende i comuni di Nuova Iguaçù, Duque de Caxias, Mesquita, Nilopolis e molti altri, per un totale di quasi 4 milioni di persone. La maggioranza sono favelas o aree di gente povera.
Questa area fino a 40 anni fa era agricola, adesso è una fiumana di case, formatasi con il fenomeno dell’immigrazione. Una concentrazione di problemi e per questo un’area molto violenta.

Tutto questo mi porta a pensare al mio viaggio a Nordest e per questo vi aggiungo un’altra pagina di Diario.

Se Rio de Janeiro è Iraq, allora il Parà è Far West.

Belem (Parà) del giorno 17 aprile 2005

Durante la permanenza a Belem sono stato invitato a partecipare alla marcia per la giustizia nei campi per ricordare il massacro di Eldorado do Carajas e anche la morte della suora.

L’evento voleva ricordare che il 17 aprile 1996 nella città di Eldorado do Carajas (stato del Parà) la Polizia Militare, ha ucciso 19 (diciannove) contadini e feriti molti altri, in un massacro che ha fatto il giro del mondo.
Sono passati 9 anni da quei terribili fatti e l’impunità continua a tutt’oggi, visto che solo alcuni di quelli che erano coinvolti nel massacro sono stati condannati o incarcerati. Ciò evidenzia la terribile realtà dello stato del Parà, campione brasiliano per violenza nelle zone agricole. E dopo 9 anni è avvenuto un altro crimine orribile: l’assassinio due mesi fa della suora Doroty Stang. Un crimine annunciato da tempo e freddamente eseguito da alcuni latifondisti della regione.

Dopo 9 anni dal massacro di Eldorado, la violenza e l’impunità continuano sia nei campi sia nelle città sotto gli occhi esterrefatti dei brasiliani.
L’assassinio di 8 contadini a Sao Felix do Xingu nel 2004, altri 5 contadini nello stato del Minas Gerais, per non parlare dell’uccisione di persone (avvocati o sindacalisti) che difendono i contadini. Tutto ciò dimostra il potere paramilitare dei latifondisti i quali agiscono liberamente sapendo di poter godere dell’impunibilità per via delle loro “amicizie nel potere giudiziario”.

Centinai di lavoratori agricoli sono stati vittime di violenza e il 90% dei casi
non è neppure arrivato in tribunale. Al contrario del discorso moderno sull’importanza delle grandi estensioni di coltivazioni (“agronegocio”), il latifondo continua a concentrare la terra, a distruggere gli ecosistemi necessari per la sopravvivenza delle popolazioni locali e dei piccoli contadini, si continua a utilizzare il “lavoro schiavo” e si pratica l’assassinio come mezzo per risolvere i conflitti. L’impressione che si ha da queste parti è quella del Far West. Cioè quello che abbiamo visto in tanti Western dove il più forte di turno, impone la sua legge. Gli sceriffi onesti da queste parti, muoiono presto.
Tutto questo sotto la protezione dell’inattività del Governo Federale che non porta avanti la riforma agraria, in accordo con i padroni dello stato del Parà.
Sappiamo che è compito della società brasiliana denunciare le violazioni dei diritti umani sia nelle campagne che nelle città, organizzare la lotta per combattere la concentrazione della terra (latifondo) e realizzare la riforma agraria come misura di uno sviluppo sostenibile in Brasile, ma la coscienza per fare questo è ancora lontana, e quindi il movimento dei senza terra è necessario per non far dimenticare che il problema esiste.

La manifestazione non ha visto la presenza di molte persone, circa 300. Erano presenti vari preti tra i quali Adriano Sella, che ha scritto diversi libri sulla situazione dei senza terra. La marcia è iniziata con la preghiera in forma ecumenica. Un prete introduce, un giovane recita una poesia, un pastore evangelico legge il vangelo, un pastore protestante commenta il vangelo, i senza terra cantano un canto di lotta, poi la riflessione di un laico, una vera preghiera ecumenica. Qui in Brasile l’ecumenismo è più facile perché le divisioni si dimenticano e si focalizza l’attenzione sulla lotta comune. Tutti pregano il loro Dio e lottano per avere un pezzo di terra. Dopo la preghiera, in marcia verso la piazza centrale lungo strade che di domenica non sono molto affollate. La marcia è stata un festa con canti e discorsi, danze. La camminata è durata un’ora circa e arrivati in piazza ci sono stati dei brevi discorsi.
Poi la manifestazione si è sciolta.
Sono stato felice di aver partecipato a questa manifestazione per il fatto che non potevo partecipare alla marcia fatta due giorni prima a Rio (15 aprile) per protestare contro l’assassinio delle 30 persone a Rio. Inoltre ho condiviso la lotta dei contadini e dei senza terra del Parà.
Sono stato ancor più felice per aver scoperto una canzone bellissima, cantata varie volte nella marcia.
Questo canto, che si intitola “Pra Nao dizer que nao falei das flores” (per non dire che non ho parlato dei fiori), è diventato un canto della lotta contro la dittatura e per la libertà, come da noi è un po’ la canzone del partigiano “o bella ciao”.
Per farvi partecipare di questa mia gioia allego il testo con la traduzione.
L’autore della canzone è Geraldo Vandrè, che a causa di questa canzone ha dovuto andare in esilio. Lui non voleva fare una canzone politica, ma il movimento studentesco negli anni della dittatura ne ha fatto la sua bandiera. Il ritornello è bellissimo, dice:
“Vieni andiamo via
Perché attendere non è sapere
Chi conosce agisce
Non aspetta che le cose accadano”

Il ritornello mi è entrato in testa e adesso la canto spesso Ma tutto il testo è bello e facile da imparare.

Ecco il testo con la traduzione letterale così imparate il portoghese…
Mauro (animadelmondo)

PRA NÃO DIZER QUE NÃO FALEI DAS FLORES (CAMINHANDO) –
(per non dire che non ho parlato dei fiori)(camminando)
1968 (Geraldo Vandré)

Caminhando e cantando e seguindo a canção

Somos todos iguais, braços dados ou não
Nas escolas, nas ruas, campos, construções
Caminhando e cantando e seguindo a canção

Vem, vamos embora que esperar não é saber
Quem sabe faz a hora não espera acontecer

Pelos campos a fome em grandes plantações
Pelas ruas marchando indecisos cordões
Ainda fazem da flor seu mais forte refrão
E acreditam nas flores vencendo o canhão
Há soldados armados, amados ou não
Quase todos perdidos de armas na mão
Nos quartéis lhes ensinam antigas lições
De morrer pela pátria e viver sem razões
Na escolas, nas ruas, campos construções
Somos todos soldados armados ou não
Caminhando e cantando e seguindo a canção
Somos todos iguais, braços dados ou não
Os amores na mente, as flores no chão
A certeza na frente, a história na mão
Caminhando e cantando e seguindo a canção
Aprendendo e ensinando uma nova lição

Vem, vamos embora que esperar não é saber
Quem sabe faz a hora não espera acontecer

Camminando e cantando e seguendo la canzone
Siamo tutti uguali, che ci siamo dati la mano o no
Nelle scuole, nelle strade, campi, edifici
Camminando e cantando e seguendo la canzone

Vieni, andiamo via che aspettare non è sapere
Chi sa agisce e non attende l’accadere

Per i campi la fame in grandi piantagioni
Per le strade marciando indecisi cordoni
Ancora fanno dei fiori il loro più forte ritornello
E credono nei fiori vincendo il cannone

Vieni, andiamo via che aspettare non è sapere
Chi sa agisce e non attende l’accadere

Ci sono soldati armati, amati o no
Quasi tutti persi con le armi in mano
Nelle caserme gli insegnano antiche lezioni
Di morire per la patria e vivere senza ragioni

Vieni, andiamo via che aspettare non è sapere
Chi sa agisce e non attende l’accadere

Nelle scuole, nelle strade, campi e edifici
Siamo tutti soldati armati o no
Camminando e cantando e seguendo la canzone
Siamo tutti uguali, dati la mano o no
Gli amori in mente, i fiori per terra
La certezza davanti, la storia in mano
Camminando e cantando e seguendo la canzone
Imparando e insegnando una nuova lezione

Vieni, andiamo via che aspettare non è sapere
Chi sa agisce e non attende l’accadere