Tempo e Spazio

Aluízio Azevedo ha scritto un libro dal titolo “O Cortiço”. Cent’anni fa.
È la prima volta che metto piede su questi gradini. Anche nell’oscurità totale mi rendo conto del rischio imminente di crollo. Più che la favela, è il “cortiço” il simbolo del degrado totale, dell’abbandono e della concezione distorta del convivio sociale. Abitazione dell’alta società all’epoca della cultura del caffè, quando il Paese investiva tutto il suo capitale monetario e umano nella coltivazione e nell’esportazione, col passare del tempo è entrata in decadenza per l’incuria e la mancanza di interesse alla sua preservazione in quanto patrimonio storico e architettonico di un determinato momento della nostra storia.
Questo il motivo per il quale l’esercito di indigenti – creato e mantenuto dal modo di produzione e dall’oppressione delle classi dominanti mediante il potere statale – ha scoperto che invadere ed appropriarsi di quattro muri decadenti, situati però nelle zone centrali della città, era più conveniente di abitare nella favelas della periferia. Il centro della città e molte altre zone, che fino agli anni cinquanta erano considerate aree nobili, abbandonate dai vecchi proprietari, si sono trasformate in terra di nessuno: le case in rovina invase da migliaia di famiglie che dividono ambienti senza la minima condizione di abitabilità, senza igiene, senza luce, senza fogna, senza niente di niente. In centro.
Eccomi qua, per la prima volta in questo “cortiço”, sentendo sotto i miei piedi il cigolìo minaccioso di un gradino fantasma che vorrebbe crollare a qualunque momento. Insieme a me la ragazza e il figlio appena nato, siamo stati dal dottore per il vaccino e l’esame di HIV. So già cosa mi aspetta, so già quello che vedrò ed ascolterò.
Quando l’ho conosciuta, questa famiglia abitava da un’altra parte, una piccola baracca, qui vicino. Ricordo che cercavo di convincere la nonna di questa ragazza a lasciarla andare insieme al figlio, che sarebbe nato in pochi mesi, in una casa di accoglienza del comune dove avrebbe avuto tutta l’assistenza necessaria e dove avrebbe potuto frequentare un corso professionalizzante di parrucchiera. La ragazza rimase orfana nel 1996, i genitori morirono di Aids, e da allora è sotto la tutela della nonna. Ciò nonostante vive per la strada fin da prima della morte dei genitori. Gironzola per le vie del centro a chiedere l’elemosina o a prostituirsi per soddisfare la tossicodipendenza: colla, spinelli, tynner e crack. Quello che resta lo porta alla nonna per contribuire alle spese di casa e aiutare i fratelli.
Ricordo che mi venne offerto uno spuntino, un pezzo di pane.
Ricordo il topo, enorme, schifoso topo, uscire dal sacchetto. Ne ricordo un altro, enorme, schifoso topo, passeggiare sul letto; un altro ancora, lo ricordo sullo stipite della porta. Ricordo la mia paura, ricordo tutto lo schifo del mondo e la forza che dovetti farmi per non urlare, per non fuggire e non tornare mai più.
Sono tornata.
La famiglia ha cambiato casa, adesso salgo qeuste scale fino al pianerottolo.
Il bambino è nato, il grande ospedale non ha voluto interessarsi del caso: madre minorenne, indigente, drogata, famiglia a pezzi, neonato senza futuro, o meglio, senza un presente definito.
Le istituzioni, quando interpellate, si rifugiano nelle scuse di sempre: non abbiamo personale sufficiente, né mezzi, né fondi… e, nel frattempo, bambini nascono da altri bambini e, per la inefficienza di queste stesse istituzioni, sono lanciati alla strada, al macello.
Oggi sono qui che accompagno a casa due bambini abbandonati, la madre irresponsabile con un figlioletto in braccio. Tra vestiti ammucchiati, avanzi di roba da mangiare, e muri crepati, la nonna urla, insulta la nipote-madre per non aver portato a casa soldi a sufficienza. Adesso so che la nonna aiuta a controllare lo spaccio tra i ragazzi di questa zona, è lei che definisce l’orario di “lavoro”, e se per caso il badget non viene realizzato a dovere, la punizione sarà severissima. L’ira della nonna si scatena sopra la povera nipote, calci, pugni, parolacce, un mulinello di violenza incontrollabile che ferisce ed umilia, davanti a me e, cosa ancora più terribile, davanti agli altri nipoti affiché imparino per benino a comportarsi come si deve. Senza possibilità di intervenire, stordita, mi allontano e lascio tutto alle mie spalle. Una norma è stata violata, quella del rispetto verso di me, verso la mia presenza.
Inutili saranno le comunicazioni alle autorità competenti, tutte, inutili. Potrei nominarle una per una e descriverne l’area di intervento. Nessuno fa niente, nessuno si muove. Questo è un caso in più tra le centinaia di casi nelle centinaia di cortiços del centro della città.

Venticinque anni fa, il Papa Giovanni Paolo II, nel visitare la “favela do Vidigal”, a Rio de Janeiro, rimase commosso dalla miseria che vide, si tolse l’anello dal dito e lo regalò a quella comunità: l’anello fu rubato, il Vaticano mandò una copia, la “favela do Vidigal” e i “cortiços” di San Paolo continuano ancora uguali a se stessi.