un anno insieme

Abbiamo appena cancellato tutto quello che avevamo scritto.

Raccontavamo nei particolari due notizie di cronaca: per vendicarsi dell’intromissione della polizia nei suoi interessi, una banda di trafficanti blocca un autobus e gli appicca il fuoco. Con la gente dentro. Muoiono carbonizzate cinque persone tra cui un bambinetto di un anno. Partecipa all’azione una ragazzina appena tredicenne. Arrestata, confessa e racconta la sua vita miserabile: senza genitori e senza registro all’anagrafe, vive per la strada da sempre, non conosce il suo nome vero, si fa chiamare Alexandra.

La seconda notizia: una truppa di assalto entra in una favela di Niteroi, città vicina a Rio, spara su un gruppo di cinque ragazzi dei quali il più vecchio ha diciassette anni, il più piccolo undici. Alcune madri si rifiutano di seppellire i figli, esigono che sia eseguita la perizia. Si scopre che tutti sono stati colpiti alla schiena. Una vera e propria esecuzione e non, secondo la versione ufficiale, una risposta al fuoco contro la truppa. Le parole dei comandanti sono agghiaccianti: ci hanno sparato, abbiamo risposto.

È successo a Rio, avrebbe potuto accadere a San Paolo.

Abbiamo cancellato la bella copia dell’articolo, era scritto in modo così freddo, così cinico, così abitualmente saccente e serioso che al rileggerlo ci siamo sorpresi di noi stessi. Come abbiamo fatto a scrivere in quel modo non ne ho idea. Sarà l’abitudine, sarà la scocciatura di aprire il giornale e di trovarsi davanti l’ennesimo massacro di bambini. non lo sappiamo. No, non abbiamo il cuore di pietra, né siamo ormai preda di quel cinismo diffuso, tipico dell’assuefazione. A volte l’orrore è così grande che, nonostante gli anni e l’esperienza di vita, ci trova incapaci, inermi, muti, sordi e ciechi. Non vorremo vederlo, l’orrore, e ci troviamo inconsciamente a far finta che non ci sia o che sia così lontano da noi – a Rio, a Niteroi – che è impossibile che ci tocchi da vicino. Lo abbiamo cancellato e basta. Provate a cercarne notizia in internet, più di questo non riusciamo a dirvi.

Quest’anno in cui siamo stati ospiti del sito, abbiamo intrapreso mille attività di cui però non riusciamo a farne un bilancio obiettivo perché nessuna di esse si è conclusa. Di alcuni argomenti non ne abbiamo più parlato, non per mancanza di novità, ma perché quando pensiamo di essere giunti ad una risoluzione, si presentano nuove vicissitudini che cambiano completamente le direttrici del nostro intervento. Chi lavora con la gente sa perfettamente a cosa ci riferiamo: la volubilità, la mancanza di costanza e di coerenza, sono caratteristiche che accompagnano gli esseri umani in tutte le latitudini.

Vorremmo tanto arrivare alla fine dell’anno e saper fare come qualsiasi manager aziendale: stendere una specie di elenco di risultati, un diagramma cartesiano: tante ore di lavoro, tanti i bambini di strada recuperati; tante riunioni alla favela, tante realizzazioni concretizzate. Vorremmo tanto diventare due esecutivi dell’intervento sociale, una specie di tocca-sana della miseria: eccoli, arrivano, tac-tac-tac, niente più favelas, né meninos de rua, tutto a posto, tutto pulito, e via allora verso nuove avventure.

Sto delirando.

Quello che veramente ci dispiace è forse il fatto di non riuscire a trasmettere a parole, la nostra vera personalità, la nostra allegria e la nostra gioia di vivere. Chi segue le nostre pagine, magari pensa che noi due, Edith e Paolo, siamo due tipi tristi e malinconici, oppressi dal peso di quell’orrore che viviamo da anni e non vorremmo vedere; due persone solitarie e meditabonde che prendono su di sé i peccati di una umanità muta, sorda e cieca; due illusi che gridano al vento la loro frustrazione e che non perdono occasione per piangersi addosso. Meno male che alcuni amici italiani sono venuti a trovarci ed hanno potuto constatare che in realtà siamo due persone molto differenti da questo falso ritratto che possiamo trasmettere nei nostri scritti.

Edith, Tia Edith, per esempio, vive sorridendo. È l’allegria in persona. Calma e ponderata, prima di prendere una decisione ci pensa cento volte e riesce sempre ad indovinare quale sia quella giusta. Dalla memoria prodigiosa, si ricorda di tutti e di tutto, chi è chi, dove e come. È l’archivio vivo di anni e anni di lavoro. Va matta per il churrasco, la carne alla griglia, sempre pronta ad offrirlo agli amici. Ammiratrice entusiasta della cultura classica italiana, ha pianto lacrime di emozione davanti al Pantheon a Roma e in Piazza San Marco a Venezia. Nostalgica degli anni d’oro della musica italica, è fan scatenata di Peppino di Capri, Rita Pavone e Gianni Morandi. Gran sognatrice, calma e serafica, passa intere ore a parlare con tutti gli animali che incontra: formiche, uccellini, cani randagi ma, di solito, preferisce i gatti.

Paolo, dal cuore in mano, grande amico, impulsivo, viscerale, ha il dono di saper vedersi dal di fuori e riuscire a sdrammatizzare anche il problema più serio. Dalla battuta pronta, si trova a suo agio con chiunque. Lettore vorace, dai mille interessi, è capace di conversare su tutto, dalla fisica quantica alla partita di calcio, dalla letteratura latina ai fumetti di Tarzan. Fa di Totò una delle sue guide spirituali da cui ne scimmiotta frasi e atteggiamenti. Profondo conoscitore della cultura brasiliana, sente come suoi i ritmi, gli umori, i modi di un intero popolo. Uomo vulcanico, vive in fretta e con fretta: non perde occasione di litigare con Edith che invece, secondo lui, perde tempo a intavolare inutili ciarle con gatti e affini.

Prendendo spunto dalla famosa frase "Hay que endurecer pero sin perder la ternura", potremo definire entrambi come due "tosti dal volto umano", capaci di slanci incredibili e con la caratteristica di riuscire a comprendere l’interlocutore.

Difetti. Edith: non si dicono i difetti di una signora. Anche se ne potremmo elencare tanti, non ne scriviamo nemmeno uno. Paolo: nel suo caso invece possiamo elencarne alcuni come per esempio quello di essere una persona dal cuore in mano, impulsivo, viscerale e con la pretesa di saper vedersi dal di fuori per poter sdrammatizzare anche il problema più serio, avere sempre fretta, imitare Totò e litigare continuamente con Edith perchè, calma e serafica, secondo lui perde tempo a parlare con le bestie.

Insomma, Edith e Paolo, due persone normalissime, che vivono spesso situazioni eccezionali e che per riuscire a stare a galla si appoggiano ad altre, queste sì, veramente fuori serie: innanzi tutto le loro famiglie, Eneida, Enzo, Laura, i bambini Marta e Pedro Henrique; poi qualche amico fidato, Giuseppe, Gaetano, Alberto. Ed infine Mauro, il nostro eterno Maluco Beleza (il meraviglioso mattacchione) da subito solidale con noi e responsabile diretto della nostra collaborazione con l’Associazione Macondo.

Vogliamo concludere con un ringraziamento speciale a tutti coloro che ci seguono e credono alle nostre parole. Possiamo solo esserne orgogliosi e con questo aumentare la nostra responsabilità nei confronti di chi deposita i noi la sua fiducia.

Bene, una volta tanto abbiamo parlato di noi, spero che non ce ne vogliate e che nonostante tutto continuiate ad esserci amici.

Sarebbe facile concludere ora con la frase di rito "buon Natale e prospero anno nuovo", confesso che siamo tentati dal farlo. Natale, nascita, rinascita, rinnovamento. Siamo pronti a rinnovarci, a disfarci delle vecchie certezze? Siamo pronto ad affrontare il nuovo alle porte non come una minaccia ma come un invito al cambiamento? Siamo pronti ad ammettere che il primo cambiamento possibile è quello di noi stessi?

Sì, in tutta sincerità posso dire che noi lo siamo. Adesso allora possiamo davvero dirvi: ragazzi, Buon Natale a tutti voi, Buon Natale a tutti noi.

Edith e Paolo