Un giorno normale

Come vi posso raccontare un giorno che ancora mi sta perseguitando. Come raccontare qualcosa che mi ha colpito profondamente e mi sta rodendo dentro. Un giorno normale che mi ha messo davanti una realtà assurda che sembrava superata.

La miglior casa da fare è andare per ordine. Lunedì 28 febbraio vado all’associazione verso le 10, saluto suor Adma, chiedo se ci sono novità, lei mi fa correggere dei testi in italiano e mentre me ne sto andando dal suo ufficio vedo sulla scrivania un invito ad un incontro. Sempre sto attento ad eventi o incontri che mi aiutano ad approfondire la tematica sociale e le problematiche dei bambini di strada. L’invito con una bella fotografia di giovani in carcere era per la presentazione di un resoconto del “Progetto Atitude Legal” e parlava dei diritti umani dei minori. Vedo che l’incontro è organizzato per il 28 alle ore 13, cioè quel pomeriggio stesso. Ho detto a Adma che mi piacerebbe andare e lei mi dice che Roberto e Sebastiao ci vanno. La sede dell’incontro, il Centro di Cultura dell’ ambasciata italiana. Io ero vestito con i miei classici pantaloncini corti e una maglietta. So che a incontri ufficiali non si può entrare con pantaloncini corti, così mi sono preoccupato di andare nel bazar dell’associazione a cercare un paio qualsiasi di pantaloni, l’importante era che fossero lunghi. Li ho trovati. Verso mezzogiorno abbiamo mangiato velocemente e al pranzo c’era presente anche Maria de Fatima, che attualmente è la coordinatrice della pastorale dei minori (organo dei vescovi) per lo Stato di Rio de Janeiro. Fatima ha lavorato con suor Adma, Roberto e Sebastiao per vari anni e sempre sono in contatto.
Verso la mezza partiamo in macchina per l’ambasciata italiana che si trova in centro, venti minuti di strada. In macchina, seduto davanti, ascolto Sebastiao e Fatima, seduti dietro che parlano di ragazzi e giovani ammazzati. Chiedo spiegazioni e Fatima mi ripete che a Nuova Iguaçu, periferia di Rio la settimana scorsa hanno ammazzato una madre e 5 figli perché erano ladri di biciclette. La madre imponeva ai figli di tornare a casa con i soldi. Poi Sebastiao aggiunge che tra sabato e domenica hanno ammazzato due giovani, uno nella sua strada e uno nella strada dietro casa e nessuno sa chi sono. Io domando esterefatto di poter capire meglio. Loro parlano con tranquillità, come le persone che vedono tutti i giorni queste cose, quasi con normalità. Sono io che resto scandalizzato. Fatima dice che a Nuova Iguaçu (comune con più di un milione di abitanti) ogni giorno c’è un minore che viene ucciso e adesso c’è anche la l’abitudine di far sparire la gente, così nessuno sa niente. Si la gente sparisce. Eliminati nel vero senso della parola e le mamme non possono neanche piangere la morte del loro figlio. Roberto che sta guidando e che ascolta, mi parla quasi sottovoce e dice che suo cugino della polizia che lavora all’obitorio legale di Rio parla di 25 – 30 ammazzati al giorno che arrivano. Di fronte a tutto questo la mia reazione è tra lo stupore e l’indignazione. Stupore perché queste cose non sono scritte nei giornali che leggo ogni giorno. Si parla di qualche fatto, uno o due morti, degli assassinati di Nuova Iguaçu neanche l’ ombra. Indignazione di fronte alla loro apparente tranquillità. Roberto aggiunge che almeno due persone al giorno (di solito mamme o sorelle) vengono a dire che hanno ucciso loro un figlio o un fratello.
Mentre loro parlano, mi viene in mente che Fatima con la pastorale dei minori sta lavorando per il recupero di giovani che hanno commesso dei crimini e tre giovani sui 20 anni che stanno facendo il corso per cuochi all’associazione (dove io una volta alla settimana spiego il nome dei piatti in italiano), sono proprio di questo progetto. Da tempo Sebastiao mi parla del grande problema dei minori in situazione di conflitto con la legge (come si dice in Brasile), ma io non avendo la percezione del problema, pensavo fosse un suo pallino. Inoltre sono a conoscenza della famigerata Febem a Sao Paulo di cui Edith mi parla sempre, dove vanno a finire i minori che hanno commesso dei piccoli o dei grandi crimini. Questi luoghi sono vere e proprie prigioni, dove i minori sono malmenati e ci sono continue rivolte. Di Rio mi hanno sempre detto che non c’è una Febem ma qualcosa di simile che ha un altro nome. Tutto questo mi passa per la testa mentre loro continuano a parlare.

Con questi discorsi arriviamo al consolato italiano, parcheggiamo la macchina e poi facciamo la procedura di identificazione e di perquisizione per entrare. Saliamo al quarto piano, sede del centro di cultura italiana. Sala grande. Gente che arriva. Inizia l’incontro. Sala piena, circa 300 persone.
Mentre il capo della Ong che si chiama “Projeto Legal” introduce l’incontro, Roberto mi spiega che i responsabili di questa associazione sono tutti passati per la Sao Martino, vale a dire che sono suoi discepoli che poi hanno preso altre strade.
Il capo della Ong ricorda che quell’incontro corrisponde alla relazione finale di un progetto durato un anno dove, con i soldi dello Stato poi scoprirò che sono 190mila real, cioè meno di 60 mila euro), si è provveduto all’assistenza giuridica dei minori che erano in prigione. Il progetto ha visto la collaborazione di governo, Ong Projeto Legal e associazione dei genitori con figli in situazione di pena.

Primo gruppo di persone a parlare, quelle dalla parte del governo.
Il segretario (in Brasile è il direttore) dell’ufficio dell’infanzia e gioventù dello Stato di Rio de Janeiro, critica le misure socio educative per i minori. Si, perché lo “Statuto per i diritti dei minori (ECA =estatuto da criança e do adolescente) parla di misure socio educative per i minori che hanno fatto qualcosa contro la legge. Ma quali sono queste misure? Essere rinchiusi presso l’istituto Padre Severino, cioè la Febem o meglio il carcere minorile di Rio.

Mentre lui parla ci sono due reazioni in me. La prima è il fastidio (meglio l’avversione) verso chi parla in giacca e cravatta, la sensazione che le sue siano solo parole. Una prima sensazione, questa gente che sta parlando è quella che parla dei problemi degli altri, anzi vive (guadagna) parlando dei diritti violati degli altri.
Un altro disagio: sto nel luogo sbagliato, è proprio questa gente, noi gli inclusi, i privilegiati, siamo proprio noi ben pensanti, la nostra società che produce bambini di strada e una massa di poveri. Siamo noi ben vestiti, che apparteniamo alla classe pensante e godente (gli inclusi) di questo sistema sociale che alimentiamo questa società e nello stesso tempo difendiamo i diritti di quelli che infrangono le nostre regole (leggi) . Non mi capisco, sono turbato e faccio fatica a rimanere tranquillo sulla sedia e manifesto il mio disagio borbottando con i miei compagni .

Poi parla il sottosegretario dei “Diritti individuali, collettivi e diffusi dell’ufficio statale dei diritti umani” . Dice che la società civile e le Ong devono fare pressione presso il governo perché altrimenti il governo non si muove. Il governo decide solo se è sotto pressione (testuali parole). Di fronte a questa affermazione resto esterefatto. Ma come, un uomo di governo che dice che non può governare!! E’ come dire: siamo una banda di incompetenti. Nessuno reagisce, io ho le spine al sedere. Aggiunge che manca la massa critica per agire. Percependo il linguaggio tecnico chiedo a Sebastiao se ha capito cosa è la massa critica e lui mi risponde “la gente che riflette”. No la massa critica è un termine della fisica che indica la forza sufficiente per spezzare una realtà. Nel caso dei minori non c’è una forza necessaria per cambiare le cose. Non si può che concludere che la società brasiliana condanna ed è contro il minore che ha commesso un’infrazione alla legge.

Passato questo primo giro di discorsi arriva la seconda tavola.
Si presenta Esther Arantes professoressa all’università statale di Rio, conosciuta dai miei compagni, che coordina la tematica dei diritti umani da sempre difende e lotta per i diritti dei minori. Poi è la volta del giudice Siro Darlan e Carlos Nobre, un giornalista ora professore all’università.
E qui viene il bello.
Esther comincia a parlare dell’inferno. Si perché questo è stato il nome dato dal giornale più diffuso (O Globo) all’istituto minorile “Padre Severino” . Riportava la notizia dell’11 giugno 2004 quando genitori della classe media hanno portato i loro figli a visitare l’inferno per ammonirli che se faranno qualcosa di sbagliato finiranno qui. I giovani cosa hanno visto? I ragazzi dell’istituto vengono svegliati alla mattina a secchi d’acqua, devono decidere a quale fazione di narcotrafficanti appartengono anche se la maggioranza è estranea, devono dire “Si, Signore”, mettersi in fila, le mani dietro la schiena e testa bassa. Durante il pranzo assoluto silenzio. Perdono il nome e sono chiamati con un numero. La Esther diceva che molti giovani sono dentro per piccoli furti o perché catturati mentre fumavano marijuana e per la legge passare lo spinello ad un altro per una aspirata diventa spaccio. Questo che nel gergo comune tutti chiamano l’inferno è il sistema socio educativo per recuperare i minori. Cosa che va contro lo statuto dei minori stesso.
Inoltre lei aggiungeva che anche negli istituti propagandati come modello c’è sempre la criminalizzazione del minore.
Nelle ricerche fatte nessuno dei giovani (a meno che non sia figlio di ricchi) ha un avvocato che li difenda, nè i giovani sono ascoltati per la difesa. E’ dato per scontato che sono criminali e tali sono trattati. Ma ancor peggiore è il fatto che se un giovane uscisse da questo carcere con le migliori intenzioni di cambiare vita e la coscienza di aver pagato il suo debito con la società, quando esce trova la stessa situazione che lo ha portato in carcere. Non c’è nessun programma che lo aiuti a inserirsi, di nuovo tutto contro.
Fatima mi diceva che nella maggioranza dei casi la gente che esce dal carcere, o ritorna in prigione o finisce morta. Spesso quelli che finiscono in carcere hanno già una condanna di morte che verrà eseguita appena escono. Fuori non è cambiato niente, per cui si entra nel ciclo di entrate e uscite dal carcere, fino a morire.
Chi ha le possibilità reali di uscire dal circolo sono veramente pochi.
Qui si pone il problema delle misure di protezione di chi è minacciato di morte e di un sistema di inserimento di questi giovani che, fuori dal carcere, ad attenderli hanno solo la miseria e la morte.

Nella sua relazione scritta che poi ho trovato nel documento c’è una frase di un bambino di strada di otto anni che dice all’educatrice (comunemente chiamate “zia”):
“non preoccuparti zia, in questa vita in cui sono, non c’è più niente da fare. Io sono già alla fine della filo”.
( “preoccupa nao tia. Nesta vida que eu tò, nao tem mai jeito nao. Eu jà estou no fim da linha.”) Mi chiedo se è giusto che un bambino arrivi a dire queste cose !

Poi è arrivata la parola del giudice Siro Darlan conosciuto per la sua difesa dei minori e che aveva annullato la “retirada dei meninos de rua” imposta dal comune durante il tempo dei turisti e che poi un altro giudice superiore ha autorizzato. L’hanno chiamata “operazione turismo sicuro”. L’immagine che oggi i giornali danno è quella dei bambini di strada come i nemici della società e applaude le azioni di polizia e quelle repressive. I bambini di strada sono visti come il nemico numero uno dei turisti. Nessuno si interroga su come si sono educati questi bambini. Si criminalizza il bambino e non la società. Mentre parlava mi veniva in mente l’incontro 20 giorni fa con padre Renato Chiera, il fondatore della casa do Menor di Nuova Igaçu, che in tono provocatorio diceva : “è bene che i bambini di strada assaltino i turisti, perché questo dice che il problema non è stato risolto”. I giornali coltivano leggende, falsità, criminalizzano la miseria. Il giudice poneva una domanda acuta: l’atto di infrangere la legge è azione o reazione del minore? Inoltre sottolineava che i giornali stanno marginalizzando le azioni di protesta. E’ il caso dei Sem Terra che con la loro protesta ricordano il problema di una riforma agraria non fatta. Ancora di più il problema dei ragazzi e giovani, che sono i “senza diritti”, che non possono protestare, solo infrangere.

Poi il giornalista Carlos Nobre, dalla pelle scura, ha detto che mentre 10 anni fa i giornalisti erano motivati, erano come dei missionari e i giornali erano sensibili, adesso i quotidiani sono diventati “affare” e quindi non sono più sensibili alla problematica. Il giornale è entrato nell’area del mercato e quindi diventa selettivo riguardo le notizie e giudicante riguardo la visione della realtà. Nel passato si è dato molto risalto ad assassinati famosi come il fatto della Candelaria, adesso se ne parla poco e i giornalisti seri devono lottare perché sia pubblicata una notizia diversa da quelle commerciali . Concludeva con una constatazione: la militanza, l’impegno sociale è in crisi.

Finite queste relazioni si presenta un altro turno di relatori. Dopo quello che ho sentito, mi sento più tranquillo. Mi sento maggiormente in sintonia con le persone che parlano.
E’ la volta di Maria Melena Zamora, psicologa ricercatrice sui problemi dell’infanzia dell’università cattolica. Comincia a dire che nel mondo, il sistema repressivo degli Stati Uniti è stato preso come modello dai vari paesi. Le nazioni hanno scelto la gestione carceraria della miseria. Tutti sembrano aver rinunciato alla riabilitazione e rigenerazione. E qui sento che la cosa mi sta prendendo. Dice che il modo per affrontare il problema dei minori è neutralizzare marginalizzando e per fare questo bisogna disumanizzare i colpevoli. Quando la gente non s’imbatte nei bambini di strada, è felice, il problema non esiste più. E’ necessario “umanizzare” le vittime. Questa frase mi colpisce e subito capisco quanto la disumanizzazione dei minori sia il sistema adottato per infrangere i loro diritti e anche per poterli ammazzare.

Mi sono sempre chiesto come gli sterminatori potessero ammazzare dei minori. Ecco la risposta. Loro non li vedono come persone, ma come si dice qui “bicho”, cioè animali. Un animale si può ammazzare. O come “lixo”, cioè immondizia, e questa si deve eliminare. La disumanizzazione, cioè togliere un volto e una storia a questi minori è la vera strategia per vederli come nemici. Subito mi è venuto in mente che la stessa procedura era quella fatta nei campi di sterminio. Mi viene in mente il libro “se questo è un uomo” di Primo Levi. Non vedere più delle persone come me, ma dei nemici, dei criminali, dei pericoli, degli irrecuperabili, dei deviati. Si perché è questo che tutti pensano. I minori che hanno infranto le leggi sono irrecuperabili, quindi si possono lasciar marcire e anche eliminare. E’ lo stesso metodo nazista o fascista.
Il discorso di questa donna mi convince e mi da delle chiavi dei lettura.
Mi rimane impressa la parola umanizzare, dare un volto e una storia a questi giovani che poi è quello che fa la nostra associazione, raccogliere le storie spezzate di tanti bambini di strada. Sento dentro un appello: le associazioni devono umanizzare questa realtà. Se non riusciamo a dare un volto a queste persone continueranno ad essere uccise senza nessun rimorso. Mi viene in mente un altro pensiero: ecco la cecità, l’anestesia, la banalità del male, che il sistema crea. Si uccidono ogni giorno delle persone e nessuno fa una minima autocritica, nessuno si responsabilizza, nessuno mette in crisi il sistema.

Poi arriva il turno di Jorge Barros che fa parte del consiglio statale dei diritti dei minori. L’unico discorso che mi rimane in testa riguarda quello che lui chiama il “nucleo duro del sistema”, cioè quel gruppo di persone che non vogliono cambiare le cose. Chi sono? Quelle persone che agiscono di notte, dopo le 22, quando educatori e assistenti sociali se ne vanno dalla prigione. Ci sono persone disposte a cambiare le cose, altri no. Inoltre è necessario l’ intervento dei genitori (in maggioranza mamme) che possano entrare, controllare e denunciare.
Mentre parla mi viene una domanda: chi è a servizio dei diritti umani, il bambino o chi sta al potere?

Finite le relazioni si lascia spazio agli interventi. Ne ricordo alcuni.
Una mamma del comitato dei genitori che hanno figli nel carcere, ha evidenziato la lotta per poter entrare e controllare.
Un ex bambino della Febem ora adulto di 40 anni che aiuta giovani passati per il carcere minorile con corsi di teatro e che dice che da 20 anni a questa parte (cioè da quando lui è uscito) niente è cambiato, tutto continua uguale. Lui era entrato alla Febem non per motivi di infrazione alla legge, ma perché i suoi genitori erano alcolisti.
Poi una donna che da tempo partecipa ai vari consigli dei diritti dei minori dice che noi non possiamo dormire tranquilli perché da tempo si lotta e i bambini sono ancora discriminati e continuano a venire uccisi. Questa frase mi ha fatto pensare e ho guardato le tante persone in giacca e cravatta che questa notte andranno a dormire tranquilli e pasciuti. Quando lei ha terminato incitando a continuare il nostro impegno, io non ho resistito e ho gridato “pra rua” che vuol dire andare a protestare, manifestare sulle strade. Ho detto a Roberto e Sebastiao che adesso bisognerebbe andare al microfono e fare come Gandhi quando si è trovato in Sud Africa, far alzare la gente in piedi e fare un giuramento solenne di impegnarsi nella lotta per difendere i diritti dei minori, per umanizzare, essendo disposti a pagare di persona fino alla morte. La cosa pare assurda, ma dentro di me sentivo che questa lotta è una guerra (come diceva Gandhi) e bisogna essere disposti a morire senza usare violenza. Se fossi stato un brasiliano mi sarei alzato in piedi e l’avrei fatto. Ma sono uno straniero e non ho nessuna autorevolezza per fare ciò. Sono rimasto al mio posto, ma convinto che questa è una guerra e non c’è altra strada che viverla come Gandhi diceva.

Dopo è stata la volta di Fatima che poi ho scoperto ha collaborato con il progetto. Lei ha ripreso il discorso dei minori uccisi. Non ci sono sistemi di protezioni e nessun sistema educativo, ma solo punitivo. Ha invitato la gente per la preparazione dell’anniversario dell’assassinio della Candelaria. Su questo avevo insistito sia con Sebastiao e Roberto perché si organizzi l’anniversario in modo diverso, che abbia maggiore visibilità e che non ricordi solo un fatto del passato, ma lo stillicidio taciuto dell’assassinio di tanti minori.

Poi è intervenuta una guardia (meglio un educatore del carcere minorile, l’inferno) e ha detto che ci sono tante persone in gamba tra gli educatori e bisogna pagarli meglio e formarli se vogliamo cambiare le cose. Lui è disposto a collaborare per cercare di cambiare le cose.

Erano passate 5 ore in una tensione continua. Ho sentito il sangue ribollire più volte e mi sono chiesto l’assurdità di tutto questo.
Alla fine dell’incontro ho preso alcuni indirizzi e fatto pubblicità per preparare l’evento dell’anniversario della Candelaria. Siamo usciti dal palazzo e assieme a Roberto e Sebastiao abbiamo bevuto un succo di Maracuja, per calmarci. La gente in giacca e cravatta, quelli del potere uscivano sorridenti per la riuscita dell’incontro e andavano a festeggiare in qualche ristorante. Sicuramente quella gente alla notte dormirà poco, ma non a causa dei minori uccisi, ma per aver mangiato troppo.
Io invece alla sera e il giorno successivo, non riuscivo a smettere di pensare a tutto quello che avevo sentito, alle cose che avevo capito e a interrogarmi cosa volesse dire per me.

Non contento di quello che avevo capito mi sono messo a leggere le relazioni del progetto e ho trovato parole a pensieri che sono dentro di me. Penso a quello che dice sempre Edith e che anche Betinho ripeteva: questi sono i nostri figli. Ma i giornali fanno di tutto per far capire in modo subdolo che questi non sono nostri figli, i problemi sono degli altri, le cause sono nelle loro cattive volontà, fanno il male perché lo vogliono, hanno padri e madri è un problema loro e poi sono irrecuperabili. Invece bisognerebbe ripetere: sono nostri figli, nostri figli, per quanto difficili possano essere.

Nello Statuto dei bambini e adolescenti è scritto: “Lo statuto assicura a bambini e adolescenti il diritto alla vita e alla salute; il diritto alla libertà, al rispetto e alla dignità, alla convivenza familiare e comunitaria, il diritto all’educazione alla cultura, allo sport, al divertimento, alla professionalizzazione e alla protezione nel lavoro. Al minore autore di infrazione della legge sono destinate misure di carattere socio educative e protettive”. Da tutto questo si capisce che il minore che ha commesso un reato, anche se va in carcere, non cessa di avere diritti. Qui si capisce che chi andrebbe processato è lo Stato, per il mancato rispetto dei diritti e comunque questo sarebbe il discorso corretto. Ma nessuno si interroga su questo e si continua a punire i minori discriminandoli e disumanizzandoli. Da ricerche fatte in tutti i paesi in cui questo sistema è operativo, si vede che in nessuno di essi funziona. E’ la schizofrenia del sistema che dice di difendere mentre invece penalizza e tutti stanno bene attenti a non parlarne, a far finta di non vedere.

Inoltre mi sono chiesto come può la gente non sentirsi responsabile di quello che accade. Un problema non ha mai una causa sola e quindi io posso dire che la colpa è degli altri e più lontano sono dal problema, più posso dire che non è mio. Uno che arriva a rubare è alla fine di un percorso dove hanno inciso molti fattori.
Ancora, questo problema rivela l’ipocrisia perché non si pone il problema del cambiamento del modello di sviluppo socioeconomico che genera l’esclusione o al limite, contro le forme che generano l’esclusione, ma si pone il problema solo sui suoi risultati. Che è come dire: il modello non è sbagliato, è la gente che non si comporta bene.

Altro pensiero interessante è che “le istituzioni sono logiche”. Questo lo si capisce bene con le carceri minorili. Questa istituzione è la concretizzazione del pensiero di discriminazione e di criminalizzazione del minore. Questa idea ha preso forma di istituzione.

Anche adesso che scrivo sento dentro di me sentimenti di rabbia, di tristezza, di impotenza ma anche voglia di lottare. Insisterò con la mia associazione perché non lasci muto questo problema.

Mauro F.