Voglio raccontarvi una storia.

Ho già parlato altrove di quel mio amico fisioterapista che, travolto da impeti di protagonismo, è convinto di essere il Gran Lombardo. Sì, quel personaggio della letteratura che vuole inventarsi altri valori, altri doveri, perché non gli bastano più i soliti e antichi “non rubare”, “non uccidere”, dice infatti che a non rubare e a non uccidere son capaci tutti; avere una famiglia normale, una famiglia di quelle che la domenica va ai giardinetti a passeggiare, a prendere il gelato per i figlioletti, qualche volta al cinema, in vacanza al mare… son capaci tutti. Ed allora eccolo lì ad arrovellarsi il cervello in cerca di nuovi valori e nuovi doveri per poter soddisfare la sua ansia incessante di cambiamento, come se avere un lavoro “normale” e una famiglia “normale” non fosse già di per sé un atto grandioso. Che poi me lo devono ancora spiegare cos’è sto benedetto cambiamento. Non l’ho ancora capito. Sarà che io sono una persona normale, mi accontento con quello che ho e che cambiare le cose mi dà anche un po’ fastidio, sarà perché cambiare vuol dire adattarsi e ricominciare e che uno come me che ha superato la boa dei quarant’anni, di cambiare tutto non ne ha poi tanta voglia, sarà per un sacco di altre cose, fate voi, ma io questa volontà di cambiamento, come dice il mio amico, non la capisco proprio. Sembra che lui voglia sempre andare oltre, anzi, è veramente così, il suo spirito guerrier ch’entro gli rugge, vuole di più.
Avete già letto in queste pagine le sue gesta che lui pubblicamente, con falsa modestia minimizza, ma io so – lo conosco bene, io – che dentro, in fondo in fondo, per queste stesse gesta si sente una specie di eroe, come se rispondesse in prima persona alla frase del presidente Kennedy: “non chiedete che cosa può fare il vostro Paese per voi, domandatevi piuttosto cosa potete fare voi per il vostro paese”. Eccolo dunque il nostro eroe, preda del suo cieco furore a fare e strafare, senza macchia e senza paura, salvatore del mondo. Dategli una vecchietta da far attraversare la strada e vi sarà grato per il resto della vita.
Quando cerco di fargli capire come a volte si rende ridicolo, e di quanto sia grande la probabilità che alla fine tutti i suoi sforzi risultino vani ed inutili, ci ride su, poi si fa serio, se ne va senza salutarmi e se mi incontra fa finta di non vedermi.
Un bel giorno, secoli fa, lo ritrovo in quella favela dove, dice, è cominciato tutto, dove, dico io, ha potuto dare sfogo alla sua voglia egoista e narcisista di eroismo. È una favela poverissima, miserabile, baracche di cartone, fogna che scorre sulla porta, topi morti, topi vivi, bambini a piedi nudi e col pancione da malati, gente che muore di fame e abbandono, aids e disoccupazione, alcool e botte. Eccolo il mio amico, cammina per i vicoli, abbraccia bambini pidocchiosi, entra nei tuguri, parla, conversa con la gente senza denti che, mi confessa in gran segreto, non sa neanche dire tre parole in croce e che per giunta, altra confessione, parla in modo così incomprensibile che non riesce neanche a capire quello che gli dicono. Ascolta, sorride, abbraccia e bacia, beve caffè fatti con acqua contaminata – dice che rifiutare sarebbe come offendere la semplice, ma sincera, ospitalità -, pacche sulle spalle, a vederlo sembra il Re dei Morti di Fame col suo esercito nauseabondo alla Corte dei Miracoli. Piove, fango e fogna si mescolano, schizzi di fogna e fango gli coprono le scarpe, con una certa aria sorniona mi rivela che sono le stesse scarpe che userà domani quando visiterà i suoi pazienti dei quartieri alti…, dice: pensa che faccia se sapessero dove sono adesso…
Un gruppetto di donne, giovanissime mamme, decide di lavorare insieme per migliorare la condizione di vita di alcuni bambini disabili e di qualche vecchietta paralizzata a letto. È realmente un’idea bellissima che hanno avuto, a dir la verità, e questo lo dico io, è stato il mio amico a farglielo capire: infatti, e questo è un suo pregio che devo ammettere, per evitare malintesi pericolosi, non l’ho mai visto dare niente a nessuno, nemmeno una caramella ad un bambino, niente; figuratevi se si metteva a lavorare come fisioterapista in quella favela, in quelle condizioni… (ci sono state un paio di eccezioni, ma erano casi speciali in cui non ha avuto scelta) quindi tra una pacca sulla spalla e un caffè contaminato si è accorto di situazioni limite che avevano bisogno di un intervento specifico, ma per non potersi sostituire alle istituzioni e per far sì che queste donne lo capissero da sole, dopo lunghe conversazioni (durate mesi) sono arrivate alla conclusione che riunirsi e discutere per trovare soluzioni accettabili era la cosa più utile da farsi. Il mio amico avrebbe partecipato con idee e suggerimenti.
Hanno bisogno di un posto in cui riunirsi. Le loro case sono troppo piccole, senza armadi, le cose ammucchiate sulla branda o in un angolo dove ci piove dentro. Hanno bisogno di un posto, una sala. L’unico spazio disponibile è una stanzetta di cinque metri per quattro, senza finestre, un lavandino. È di mattoni. A quel tempo era una delle poche costruzioni in muratura della favela. Le donne, giovanissime mamme, potranno occuparla, potranno lì riunirsi una volta a settimana. Qualcuno l’ha comprata (io so chi è stato, ma non ve lo dico) a patto che servisse come sala comunitaria, polivalente, capace di ospitare le varie iniziative che si venissero a realizzare nella favela: riunioni dell’associazione del quartiere, corsi di alfabetizzazione, messa e culti di altre religioni, feste. Ecco fatto quindi, si comincia bene, lo spazio per incontrarsi è garantito.
Penso che su queste pagine abbiate già letto le varie attività svolte dal gruppo, i suoi progressi e il suo fatale declino. Ma non voglio parlare del gruppo, voglio parlare del mio amico.
È ormai inutile che descriva il suo stato d’animo quando due volte a settimana faceva di tutto per non scivolare nella melma della micidiale discesa che portava alla saletta di riunione, penso che lo abbiate capito e non è questa la storia che voglio raccontare.
Sapete già come e quanto sia difficile la convivenza in favela tra la gente per bene e i criminali che ci brulicano come mosche approfittando della situazione di promiscuità estrema. Lo spaccio di droga avviene sotto gli occhi di tutti e spesso, quasi sempre, i trafficanti sono armati e pericolosi. Molti di loro sono ragazzi del posto, che cadono in questa vita per la facilità di guadagnare in poche ore quello che guadagnerebbero in mesi di lavoro. Ebbene, per svolgere qualsiasi attività è necessario scendere a patti con loro, stabilire orari, chiarire diritti e doveri di ambo le parti, definire l’agibilità degli spazi comuni, sottoscrivere verbalmente un patto di coesistenza pacifica che, potrà essere rotto unilateralmente a qualunque momento (naturalmente rotto da loro e dalla forza di persuasione delle loro armi). E per mettersi d’accordo bisogna sedersi attorno a un tavolo e arrivare a un accordo. Indovinate come si svolse la riunione definitiva e chi vi partecipò.
Tre noti delinquenti della zona, i capoccia, tre ragazzotti di vent’anni o poco più, lo stereotipo del delinquente impersonificato da tre bellimbusti tanto grotteschi quanto pericolosi: camicia aperta, petto peloso, collane d’oro con medaglione, occhiali da sole anche nella penombra della stanzetta di cinque metri per quattro. Per la cronaca: uno di loro, il più sorridente dei tre, era – ed è tuttora – un conosciuto assassino. Eccolo dunque il Gran Lombardo in tutto il suo fulgore! Lui e i caporioni, lui e i capoccia, lui e i maledetti trafficanti e assassini. Eccolo a conversare amabilmente – ma devo ammettere, risoluto e convincente – sulla questione del rispetto alla funzione degli spazi, sul chi come e dove: non che chiedesse il permesso, avvisava come cosa fatta, allo stesso piano: voi e noi, buongiorno e buonasera, nessuno dice niente a nessuno. E fino a questo punto una riunione di questo tipo la possiamo anche ammettere. Bisogna pur capire la situazione di una favela. Chi ci è stato, sa. Quello che non perdono al Gran Lombardo Deficiente, è di aver portato alla riunione la sua famiglia intera, dico moglie e figlia di otto anni. Deficiente. Mi meraviglio come la moglie abbia accettato. Va be’ che una delle amiche, colei, che fungeva, diciamo così, da referente per il Supremo Deficiente Lombardo Imbecille, aveva garantito la massima sicurezza della riunione. Ma il fatto di aver esposto la figlia di otto anni è imperdonabile. Quando gliene parlo, oggi, a distanza di anni, il mio amico Deficiente Imbecille, arriva ad ammettere – cosa rara – che forse ha sbagliato, ma poi trova subito delle scuse buone e finisce con una delle sue frasi di effetto: “non mi fido solo di chi non si fida degli altri”.
Gran Lombardo Scemo Cretino Deficiente Imbecille, guarda che se non ti bastano i “soliti” doveri non puoi inventartene di nuovi sulla pelle di chi non può dire la sua e se vuoi rischiare la tua vita in nome di principi o di idee, fallo pure, animale che non sei altro, ma lascia tua figlia a casa, anzi portala a passeggiare ai giardinetti e comprale un gelato che è meglio. Forse se una cosa del genere si ripetesse oggi ti denuncerei al giudice dell’infanzia.
Ecco cari amici, volevo raccontarvi questa storia. Non scandalizzatevi per le mie parole brusche, ma prima di compiere interventi di carattere sociale, prima di lavorare in situazioni estreme come la favela, è sempre bene rifletterci, valutare l’effettiva consistenza delle azioni e soprattutto pensare che essere pronti a rischiare grosso per le nostre idee, può essere una grande cretineria: nessuno infatti ci garantisce che le nostre idee non siano sbagliate.
So che qualcuno di voi ultimamamente ha incontrato il Gran Lombardo, è un po’ che non lo vedo, fategli sapere al che nonostante le nostre forti divergenze, gli voglio bene.