Afghanistan: impegni rispettati…

di Alberto Camata

Mi piacerebbe avere un governo che dimostrasse rispetto per la vita sempre. Mi piacerebbe che le istituzioni sui temi della vita lasciassero sempre libertà di coscienza per ogni donna e ogni uomo eletti in parlamento.
Mi piacerebbe che qualcuno chiarisse che se la vita deve essere rispettata già dall’embrione, com’è stato fortemente voluto dall’affossamento del referendum dell’anno scorso, tanto più va tutelata quando la vita si stacca dal cordone ombelicale ed inizia un processo di crescita e di autonomia.
Mi piacerebbe un governo che dicesse che la vita è vita e in quanto tale va tutela indistintamente dal sesso, dalle opinioni, dalla religione, dalla razza, dalle censo, dal luogo in cui la vita è nata e cresce.
Mi piacerebbe un governo che emanasse tutte le leggi avendo al centro l’attenzione ai bambini, ai deboli, all’ambiente.
Mi piacerebbe… ma non è così.
Questa coalizione di centrosinistra sta scrivendo pagine orribili in questo senso.
Dimostra di fregarsene dei principi fondanti la vita collettiva in questo paese, usando la Costituzione come battaglia politica contro l’avversario quando è all’opposizione, ma ignorandola quando è al governo.
L’articolo 11 è stato fortemente voluto dai nostri padri perché le ferite, le sofferenze, il terrore vissuto con la guerra non dovesse più essere provato dalle generazioni future. E a scanso di equivoci trovarono un termine preciso nei confronti della guerra: l’Italia la ripudia. Ovvero la allontana, la scaccia, non ne vuole sapere niente, non vuole averne più a che fare. Questo hanno scritto i nostri padri dopo la terribile esperienza delle carni bruciate e dilaniate, del sangue versato, delle case distrutte, delle famiglie disgregate.
E per non averne più a che fare scrissero che l’Italia è disposta anche ad una limitazione della sovranità nazionale. Questo scrissero per assicurare a chi veniva dopo di loro giornate e notti prive di incubi.
L’Italia non doveva più partecipare alla guerra, la Costituzione è la base di riferimento per poter vivere con serenità nel rispetto reciproco di ogni cittadino di questo paese e accogliendo chi in questo paese volesse venire a vivere.

Chi governa oggi se ne frega di quei dettami, ma sono fuori legge. Almeno fino a che quella legge non verrà cambiata.
Chi governa oggi sta travisando il senso della sue funzioni. Inorridisco quando leggo che la coalizione è debole in politica estera. Dove con questa affermazione si intende che non sono d’accordo a proposito della guerra. Ormai il ministero degli Esteri viene confuso con il ministero della Guerra. Pare sia questa la sua l’attività prinicpale.
Il ministero degli Esteri dovrebbe sviluppare cooperazioni con gli altri Stati, aiutare gli Italiani all’Estero non rincorrere una politica di stampo neocoloniale.
Mi viene il vomito ripensando alle parole che si sono pronunciate in questi giorni per consentire il rifinanziamento delle operazioni militari in Afghanistan.
Un centro destra che sbeffeggiava l’inaffidabilità degli avversari e si dicevano pronti a salvare la faccia del Paese e votare a favore, ma subito dopo il governo avrebbe dovuto dare le dimissioni (lo ha sostenuto anche Napolitano, giusto per inasprire la pressione contro i senatori dissidenti, costringerli a votare a favore), lasciassero libero il posto di comando a chi della guerra non ha paura.
I farabutti erano coloro che si mantenevano fedeli alla Costituzione (come senatori) e alla vita (come persone).
L’affermazione peggiore era che per colpa loro si sarebbe riconsegnato il Paese al centro destra. Ma si rendono conto costoro delle loro azioni? E’ meglio riavere al governo Berlusconi o bombardare dei bambini a migliaia di chilometri di distanza?
Berlusconi ce lo sopportiamo noi, le bombe se le beccano altri: un po’ di sano pragmatismo, per dio!
Ma ci ha pensato Prodi, abile statista, a sbrogliare la matassa: ha imposto la fiducia. Così i dissidenti hanno avuto una visibilità parlamentare, hanno ribadito il loro fermo no, però poi hanno votato a favore per non far cadere il governo. Che bravi! Tutti contenti, tutti salvi nella loro dignità e per gli afgani… beh, capiranno!

Questo dimostra com’è forte, viva, condivisa dalla stragrande maggioranza la cultura di morte. Per chi insiste a credere che si può vivere anche senza armi, la strada da percorrere è ancora tanta, lunga, senza fine.
Finanzieremo ancora azioni di morte, in nome della Pace, questo è sicuro. Alla conferenza di Roma la Rice deve aver dato la scaletta delle priorità: Libano, Siria, Iran e Sudan. Quanta Pace dobbiamo costruire nei tempi a venire con i nostri moschetti!
E mentre gente responsabile e capace affronterà con profondo senso del dovere tutto questo, ci sarà chi si azzarderà ad organizzare manifestazioni pacifiste.
Ma forse sta proprio qui l’ambiguità che dobbiamo smascherare. Tutti parlano in nome della Pace. Forse è il caso di usare altri termini, per chiarezza. Non usiamo più la parola Pace, che ognuno adopera come meglio crede, non diciamo più di impegnarci per un mondo di Pace, diciamo di impegnarci per costruire un mondo nonviolento, ma per essere anzitutto, singolarmente, nonviolenti.

28/07/2006