Antico come il mondo

Genivaldo: Mago, Indovino,Terapista dei Riflessi, Medium, Uomo più forte del mondo, Maestro.

Il biglietto da visita non aggiunge altro. L’eloquenza delle qualifiche professionali e delle capacità sopranaturali non ammettono dubbi di sorta. Sono curioso però e domando, voglio sapere, che mi spieghi i dettagli.

È incredibile Genivaldo, un personaggio che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Oggi ad esempio ha urlato con un filo di voce dal fondo del cortile, agitando per aria il bastone affinché lo riconoscessi, Dottore Dottore, non è un cancro… . Si riferiva a quel problema alla prostata che sapevo che aveva. Ma la paura e la vergogna dell’esame medico lo fermavano ancor prima di decidersi. Non è un cancro, è solo una comune infiammazione. Con un sorriso lento e largo mi avvolge con un braccio solo e mi stringe a se. Mi passa la mano tra i capelli, è contento, un gesto così intimo non l’avrebbe mai fatto. Tracagnotto, vestito immancabilmente di bianco, madre guaranì e padre africano, un filo di voce, andatura zoppicante e braccio destro inerte, residuo di ischemia cerebrale. Avevi ragione, Dottore – continua nell’abbraccio – l’esame di prostata è una cosa che ogni uomo deve fare. Lo ripetevo sempre nelle mie riunioni. E adesso Genivaldo è felice, può finalmente tornare al suo paese. Le lettere che mi manda da lontano, dall’altra parte del Brasile, sono lunghe, a volte incomprensibili, scritte con la calligrafia di chi ha imparato a scrivere con l’altra mano. L’uomo più forte del mondo è proprio capace di miracoli. Sono lettere di ringraziamento e di previsioni astrologiche. Gli spiriti gli hanno definito chiaramente tutto il futuro, mio e della mia famiglia, riassumendo: mia moglie avrà una vita lunga e piena di felicità; mia figlia sarà una professionista di successo e io diventerò ricchissimo. Genivaldo è medium, mago e indovino: non mi azzardo a contraddirlo. Racconta che la madre gli ha insegnato le pratiche sciamaniche della sua tribù, tramandate da secoli e invece il padre gli insegnò ad ascoltare le stelle. Sì, non a guardare ma ad ascoltare le stelle. Terapista dei riflessi significa conoscere esattamente tutti i riflessi del corpo e controllare con la forza della mente tutte le sue funzioni, incluso (e ci tiene a ripetermelo), incluso il battito delle palpebre che regola la pressione e la digestione. Dottore, non ci credi? Domanda al percepire il mio sguardo attonito. Prova! Suggerisce con la sicurezza di un professore che sa il fatto suo. In quanto alla forza erculea, beh, è solo questione di esercizio. Pugile in gioventù, tagliatore di canna da zucchero, camionista, trapezista, sollevatore di pesi, mangiatore di fuoco ed infine uomo più forte del mondo. Dalla borsa estrae una rivista, le foto ingiallite lo ritraggono accanto a personaggi della televisione in programmi di una trentina d’anni fa. Lo studio televisivo addobbato a festa, pubblico a bocca aperta e il bravo presentatore esultante: il mio amico Genivaldo sdraiato per terra con la ruota di un furgone sul petto. Era il momento principale del numero, farsi passare sul petto nudo un furgone, anche la ruota di dietro, specifica orgoglioso. Le sessioni di terapia proseguono per mesi e Genivaldo racconta la sua vita avventurosa. Quando uccise una anaconda e se la mangìò, quando era sparring partner di Eder Jofre, il primo brasiliano campione mondiale di pugilato, quando rimase fermo immobile come un fachiro per tre giorni con lo scopo di purificare i polmoni. Racconta e racconta, un filo di voce, poche frasi sussurrate ed un mondo ancestrale, antico e ingenuo, un mondo magico e superstizioso riemerge dalla notte dei tempi, distante anni luce dalla realtà del pragmatismo metropolitano, della frugalità telematica, un mondo lento e largo come il suo sorriso, come la cadenza pigra delle voci del nord. Milioni di persone sradicate dalle loro origini, venute ad ingrossare la miseria urbana delle favelas, triturate nell’umiliazione quotidiana della disoccupazione, nei loro pricipali diritti di cittadinanza, private della loro identità storica e culturale; milioni di persone che, se politicamente sonnecchiano imbottite di vane promesse, affettivamente, continuano invece vivissime e ricchissime di esperienza umana. Non si stanca di raccontare, oggi ripete il suo desiderio malgrado conosca da tempo la mia risposta: Posso rifare qui, in cortile, davanti a tutti, il numero del furgone? No Genivaldo, non puoi, adesso non puoi più farti passare un furgone sul petto e neanche gonfiare la borsa dell’acqua calda fino a farla scoppiare, e neanche ingoiare i cocci di vetro o sputare fuoco, hai avuto un ictus, non puoi. Ci prova e ci riprova: irremovibile la mia risposta. Lo scrive anche in una lettera che mi arriva da lontano: Dottore, l’unico mio rammarico è che non mi hai mai lasciato fare il mio numero più importante, ma sono felice qui al mio paese perché tutti quando mi vedono col bastone mi rispettano e mi danno il posto, dicono che cammino bene e che sto migliorando, pensa che mi hanno trovato dove posso continuare la fisioterapia. Al pomeriggio mi siedo sulla porta e rimango a guardare e ricordare ed anche se mi dicevi sempre di no, ti voglio bene lo stesso.

Maestro, l’ultima qualifica del suo biglietto da visita: non gli ho mai chiesto di cosa. Ora lo so, maestro di vita.