Arte in movimento

Come descrivere altrimenti? Arte in movimento, è Ronaldinho indiavolato quando sguscia tra mille gambe avversarie e crudeli pronte a romperlo. Arte in movimento è lo scatto irresistibile di Ronaldo-fenomeno, sicurezza di gol. Arte in movimento è la bomba di Adriano, non a caso chiamato ‘imperatore” da chi di imperi ne ha avuti per secoli. Arte in movimento è il passo doppio di Robinho. Arte in movimento è Kaká, di cui basta il nome. Arte in movimento è Dida, gigante, tarantola negra. Arte in movimento è l’ovazione della mia gente quando Cafu alzerà di nuovo sul podio più alto a copa do mundo, la coppa del mondo.

Viviamo, respiriamo, vogliamo calcio. Che da noi si chiama foot-ball, o meglio, futebol. Sappiamo di essere i migliori, i campioni, i maestri. Non per niente, da sempre, venite da noi a comprare la materia prima, i giocatori, da esibire sui vostri campi di Milano, Roma, Torino, Barcellona e Madrid. Rapite a suon di miliardi ragazzetti morti di fame e per trasformarli in panzer di attacco sullo stile dei vostri Totti e Vieri. Per fortuna non ci riuscite. Il ritmo indolente respirato nelle rodas de samba, non si lascia soffocare facilmente e i nostri Falcão, Socrates, Zico e Altafini continuano ad incantarvi come le sirene di Ulisse. Arte in movimento e bocca aperta per voi, attoniti spettatori. Leggerezza, bailado, ritmo, samba, arte.

Una delle più belle partite della Storia, Italia-Brasile, nel mondiale del 1982.

Vinse, con merito quella gloriosa Azzurra, che mandò a casa la Seleção: tre a due. La coppa fu di Rossi e compagnia, ma il mondo ricorda fino ad oggi con saudade i funamboli brasiliani…

Tre gol di Pablito, opportunismo da topo-d’area: un gol non si sa come, il primo; il secondo, rimpallo e gol; il terzo, approffitando di un errore della difesa, corsetta e tiro, gol. I due gol brasiliani, ricordiamoli: triangolazione di Socrates (il cui nome è tutto dire) e palla collocata, appoggiata, accarezzata in cinquanta centimetri tra Zoff e il palo. È il gol del pareggio, uno a uno. Il secondo è un tiro di Falcão da fuori area che ancora oggi è un esempio mondiale di balistica di guerra. Era il pareggio, due a due e in finale saremmo andati noi. Ma la nazionale di Zoff e Rossi, di Tardelli e Conti, imbattibile, meritava il titolo. Pazienza.

La vittoria brasileira al mundial del 1994, ai rigori, non conta. Ai brasiliani non piace ricordarla: un rigore di Baggio alle stelle ed eravamo campioni. Che gusto c’è? Una seleção che nonostante Romario e Bebeto giocava col catenaccio a centrocampo comandato dal mastino Dunga. Una seleção dal gioco europeo, una seleção bastarda. I tempi cambiano, e ci siamo ricordati che Pelé è nostro, Garrincha è nostro, Rivellino è nostro e siamo tornati a fare quello che più ci piace, giocare. Senza tante storie, senza tattica opprimente, giocare e divertirsi, fare dribling, cantare, ballare e tornare a fare gol.

Pelé o rei, il re. Qualcuno si è mai spiegato perchè quando sui campi italiani appare un giocatore, un fuoriclasse, uno così, un tipo imprevedibile, un Beccalossi, un Donadoni, un Baggio, un Mazzola, viene chiamato, come diceva Gianni Brera, “fantasista dall’estro brasiliano”?

Una volta tanto, non ci sentiamo da meno; una volta tanto possiamo sederci al tavolo dei grandi della terra, anzi, possiamo dettare l’ordine del giorno. Una volta tanto, se perdiamo, il mondo intero soffre con noi. Perchè un mondiale senza la nostra seleção nacional in finale è amaro quanto un no dell’innamorata. Siamo grandi, siamo umili e simpatici. Chi non si incanta con il sorriso cavallino di Ronaldo, con la faccia d’angelo di Kaká, con le pagliacciate di Robinho? E i giocatori avversari mireranno alle gambe, andranno giù duri per non essere umiliati dall’arte in movimento dei nostri ragazzi. Sì, Kakatevi addosso pure, che anche se per un capriccio del destino, perdiamo il mondiale, rimaniamo sempre i migliori.

Cari amici, scusateci lo sfogo, ma quando ci vuole ci vuole. Dopo tante notizie umilianti, che ci dipingono come un popolo in guerra perenne con se stesso, incapace di auto governarsi e di comandare il suo proprio destino, parlare di calcio, in questi giorni è più che doveroso, è liberatorio. Il futebol è un grande momento di aggregazione popolare, non per dimenticare i problemi, ma come succede a carnevale, per guardarci negli occhi, sorridere, abbracciarci e vedere che nonostante tutto siamo vivi e possiamo farcela. Allora lasciatecelo gridare: Força Brasil.

Edith e Paolo

P.S.

Dopo tanti anni, diciassette, la voce del sangue ogni tanto si fa ancora sentire. E, anche se da voi hanno travisato il significato di quello che sto per dire, affibbiandogli un senso politico di partito, ossia di parte, una parte non certamente mia, vorrei tanto non essere frainteso, e che quello che segue sia preso per quello che è, un grido (che qui per ovvie ragioni devo sussurrare, ma che non posso fare a meno di buttarlo fuori), un urlo che fin dal 1970 (avevo sette anni) ogni quattro anni esce dal profondo di me stesso: Forza Italia!

Paolo