Bollettino di guerra

18 Maggio 2006: Comunicazione ufficiale

174 attacchi alle forze di sicurezza  – polizia, guardie municipali, pompieri
118 autobus incendiati
31 attacchi a edifici pubblici e banche
2 attacchi a proprietà private
Totale: 325 attacchi.

45 agenti di polizia uccisi
17 detenuti morti durante le rivolte carcerarie
93 sospetti di aver partecipato agli attacchi uccisi dalle forze di polizia.
Totale: 155 morti.

Questi i numeri freddi, crudi, comunicati dalla Segreteria di Pubblica Sicurezza della Stato.
Compilare un elenco della tragedia di questi ultimi giorni è facile. Impossibile è descrive il clima in cui la città ha vissuto e continua a vivere.
Lunedì scorso, tutti i canali di radio e televisione trasmettevano in tempo reale ciò che accadeva in vari punti della città. Bande di criminali, agli ordini implacabili di capi mafia rinchiusi in carcere
– che riuscivano a comunicarsi con l’esterno grazie all’uso dei telefoni cellulari -, fermavano gli autobus, obbligavano la gente a scendere e appiccavano il fuoco. Non una volta, ma per 118 volte in poche ore. Altri ancora, in moto, attaccavano a raffiche di mitra uffici pubblici e banche, in quel momento ancora chiuse.  Nel frattempo in tutte le prigioni dello stato di San Paolo e in molte altre in tutto il Brasile, scoppiava la rivolta. Le immagini in diretta non lasciavano alcun dubbio: i leader si comunicavano con l’esterno attraverso i telefoni cellulari. Farne entrare uno in carcere costa 300 reais (novanta euro) da consegnarsi alla guardia di turno. La furia assassina si è abbattuta con una ferocia indescrivibile.
Nell’ “etica” carceraria alcuni delitti sono imperdonabili; i detenuti stessi decretano la pena di morte ai condannati per stupro, per aver ucciso bambini o persone anziane. Detto fatto. Una volta dominato il carcere, i rivoltosi si sono diretti verso gli sventurati compagni. Li hanno ammazzati uno per uno, e, dopo averne tagliato le teste e conficcato in lunghi bastoni, in modo che tutti, sia da dentro che da fuori la prigione, vedessero bene, hanno gettato i corpi dilaniati al di là del muro. Dicevo, dunque, che lunedì scorso, mentre si trasmetteva in diretta ciò che accadeva in città, tra immagini di autobus incendiati, e teste mozzate, il panico ha provocato una fuga in massa di milioni di persone verso le loro case. Alle tre del pomeriggio gli uffici, i negozi, gli shopping center, le banche, chiudevano le loro saracinesche. La gente per strada si dirigeva alla fermata dell’autobus. I pochi mezzi pubblici disponibili (le imprese di trasporto pubblico – il trasporto municipale è affidato ad imprese private in convenzione col comune – per paura di nuovi attacchi avevano già ritirato di circolazione grande parte della flotta) venivano presi d’assalto da centinaia di persone impaurite e abbandonate a se stesse. Un imbottigliamento mostruoso, più di 200 chilometri di coda, bloccava per ore tutte le vie principali, impedendo ai camion dei pompieri di raggiungere i fuochi d’incendio (degli autobus) e alla polizia di poter muoversi per impedire o inibire ulteriori attacchi. Il presidente Lula offre l’aiuto di quattromila uomini di un corpo speciale di intervento. Il governatore rifiuta: “ La situazione è sotto controllo, abbiamo 120 mila soldati della polizia militare, quattromila in più non fanno nessuna differenza”. Gruppi armati obbligano gli ultimi commercianti che non hanno aderito all’isteria generale ad abbassare le saracinesche. Oggi si sa (è notizia pubblicata su tutti i giornali) che molti di questi gruppi erano di soldati della polizia militare in borghese che volevano avere territorio libero per poter agire nella loro vendetta. Parla il segretario di Pubblica Sicurezza: “Sangue si paga col sangue, la caccia è cominciata”. Inizia il massacro. Fino ad oggi non si conoscono i nomi dei “sospetti” uccisi, viene divulgato solamente il loro decesso. La vendetta è indiscriminata. I 45 agenti caduti, nella notte tra venerdì e sabato scorso, non sono morti in scontri a fuoco, ma sono stati assassinati a sangue freddo, quando erano in casa, o in borghese, o mentre si recavano al lavoro, insomma, sono stati scelti a dito da chi ne conosceva le abitudini di vita, attaccati a tradimento, uccisi senza aver avuto la minima possibilità di difendersi.
Malgrado le dichiarazioni delle autorità di aver tutto sotto controllo, si è instaurato un tacito e consensuale coprifuoco. Non mi riferisco alla periferia, alle favelas, dove il coprifuoco c’è sempre, parlo di tutta la città, in tutte le zone. Lunedì sera, San Paolo, con i suoi quasi venti milioni di abitanti era spettrale, abbandonata, deserta.  Posti di blocco, controlli a tappeto, non hanno impedito l’azione dei criminali.
Martedì mattina, la città continua vuota, scuole, uffici e negozi chiusi. Col passare delle ore non si ha più notizia di attacchi. Lo Stato, prima nega e poi ammette, accetta le esigenze dei capi mafia che immediatamente ordinano il cessar fuoco. Ieri sera, mercoledì, vengono arrestati i due pricipali avvocati dei capi mafia con l’accusa di aver consegnato loro la registrazione di una intera seduta segreta della commissione parlamentare d’inchiesta che indaga sul traffico d’armi. Riprendono gli attacchi. Nella notte tra mercoledì e oggi si sono verificati altri quattro incendi ad autobus. Ventidue “sospetti” uccisi.
Un amico racconta: “tornavo a casa lunedì sera, erano le nove, la città deserta. Passano cinque soldati in moto, fermano una macchina, perquisiscono in trenta secondi gli occupanti. Io mi fermo, ho paura, abito a cinquanta passi, abito lì, il portinaio mi ha già visto e apre il portone. Un soldato si gira e mi vede fermo, mi punta la pistola in faccia, dice: parado ai vagabundo, fermo lì vagabondo. Senza neanche respirare, metto le mie mani bene in mostra. Finita la perquisizione, i soldati risalgono in moto e partono a tutta velocità. Pensa – continua il mio amico – abito in una delle zone più belle e più sicure della città e guarda come sono stato trattato, immagina cosa succede in periferia… d’altronde stamattina hanno mitragliato una macchina della polizia davanti alla scuola di mia figlia. Non è morto nessuno ma un soldato è rimasto ferito. E guarda, a cento metri da lì c’è la sede del battaglione anti sequestro…”
Oggi, non si fa altro che ascoltare luoghi comuni sulle cause della violenza urbana e soprattutto sui rimedi a cui bisogna ricorrere: pena di morte, tortura, stato d’assedio e via dicendo. Gente pacata, vicini di casa, colleghi di lavoro, tutti, tutti non fanno altro che dimostrare una sete di vendetta e di sangue pari a quella di chi ha ordinato la strage. Si applaude ad ogni “sospetto” giustiziato, ad ogni testa mozzata, ad ogni esibizione di truculenza. Il sangue è diventato parte indispensabile della nostra dieta quotidiana, del nostro modello di convivenza civile.
Sappiamo che a pagare per tutti sono sempre i più deboli, in questo momento temiamo molto per la sorte di tutti i nostri amici (e sono molti) che non hanno modo di difendersi dal ritorno delle azioni punitive degli squadroni della morte che stanno scorazzando all’impazzata. Tra i “sospetti” uccisi questa notte ci sono cinque ragazzi, prelevati da dentro casa e fucilati davanti agli occhi dei familiari e dei vicini. Cinque ragazzi presi a caso, da servire come esempio. Chi dice che la situazione è sotto controllo, mente. Il pericolo più grande sta nel volere a tutti costi far tornare la città alla normalità. È esattamente la “normalità” dell’indifferenza che ha prodotto il mostro incontrollabile della violenza. La città, la società civile, vuole, esige, ritornare alla sua routine abituale, al suo torpore, per continuare a far finta di niente, a far finta che niente può accadere. Non si accorge che si dimostra vigliacca, quando ha chiuso le scuole, gli uffici. Si dimostra vigliacca quando si è raccolta a riccio su se stessa abbandonando la sua stessa città nelle mani di orde impazzite. Si dimostra vigliacca quando non denuncia gli incendiari, quando si rifiuta di farne l’identikit. Si dimostra vigliacca quando impone a se stessa un coprifuoco non dichiarato ufficialmente da nessuno, ma consigliato da tutte le autorità. E continuerà a dimostrarasi vigliacca quando tra qualche giorno si sarà dimenticata.