Buone intenzioni

Una volta tanto voglio parlar bene di quel mio solito amico, quello che dal suo piedistallo si crede al di sopra del bene e del male, intoccabile, puro come la fiamma, duro come la roccia, bello come il sole e forte come un toro: un Mohamed Alì della bassa, un vero Grande Lombardo. Chi lo conosce lo sa, unisce in se stesso le tre solenni qualità di chi è convinto al cento per cento delle sue azioni e va avanti, chiome al vento, verso un futuro radioso: scemo-cretino-imbecille. Non posso giudicarlo in base alla sua buona fede. Con la buona fede, è cosa nota, sono lastricate le strade dell’inferno. Lo ammiro invece perché, al contrario di me, non si rassegna. Ma andiamo ai fatti.

L’ho incontrato trafelato come al solito, veniva da lontano. Dice che continua a mantenere i contatti con le sue vecchiette. Tanti anni fa comiciò a frequentare una casa di accoglienza per la povera gente senza casa. Un grande centro, uno dei più importanti della città con legami istituzionali ed internazionali. L’istituto era gestito, come al solito, da volontari armati di buone intenzioni (e tanta buona fede). La casa era quella che era ma grande e ordinata. Invece, le istallazioni per poter svolgere un buon lavoro, scarse ed inefficienti. Brave e servizievoli badanti, naturalmente senza nessuna preparazione specifica, lavoravano a turno con la suprevisione di una assistente sociale e una infermiera (apro la parentesi per chiarire che: la figura professionale dell’infermiera è frequentemente sostituita da quella, del tutto abusiva, del "técnico de enfermagem" ossia colui che dopo un corso di tre, tre!, soli mesi, è "abilitato" ad occuparsi di malati gravi e non, sempre mosso da buona volontà, buona fede ed intenzioni ammirevoli). Il mio amico fu come manna dal cielo. Un professionista affermato e capa-tosta come lui decideva di prendersi cura della situazione! In poco tempo, la vita delle diciannove ospiti cambiò radicalmente. Per lo meno dal punto di vista della motricità e del loro benessere fisico. Dall’immobilità, dall’inerzia, dall’attesa vana dell’inutile trascorrere del tempo, riuscirono a tornare ad avere una vita di relazione, in un primo momento con la stessa istituzione (collaborando a piccole funzioni domestiche) poi con il quartiere (passeggiate e brevi uscite) ed infine con la città (partecipando ad eventi culturali, sociali, frequentando piazze e mercati). Il mio amico passò anni a dedicarsi a loro. Tre volte alla settimana, lo vedevi sempre là. Era contento, soddisfatto. Da giovane si specializzò nel lavoro con bambini disabili, con problemi psico-motori, e via via con gli anni comiciò a lavorare con persone anziane. Ora riuniva le due cose: persone anziane, disabili e con problemi psichici. Lo si poteva incontrare dappertutto: predeva il pulmino e andava al ballo di carnevale, ad una esposizione di arte popolare, al ristorante, al mercato a fare la spesa, allo shopping center a passeggio: le vecchiette non vedevano l’ora che arrivasse, sapevano che sempre avrebbe inventato qualcosa di nuovo. Loro stesse sollecitavano l’attività del giorno. A volte semplicemente starsene a casa, spesso invece lo riempivano di richieste, alcune veramente impossibili da realizzare: tornare al paesello, visitare parenti lontani, un orologio nuovo, una protesi. Passarono anni e il numero delle vecchiette ospitate cominciò a diminuire sensibilmente. Il mio amico ne accompagnava da vicino la malattia e il suo evolversi, nei momenti difficili andava là di notte, all’ospedale, insomma, si dava da fare con una dedicazione esemplare.

Restarono in sette. La grande e importante istituzione di cui erano ospiti, modificò la gestione di tutto il lavoro in modo tale da aver bisogno di più spazio. Trovò per le vecchiette una nuova sistemazione, una casa molto più bella e accogliente, con risorse illimitate e soprattutto, specializzata nel trattamento di persone anziane e malate. Si comiciò il lavoro di convincimento: cambiare casa è un trauma per tutti, figuriamoci per queste povere vecchiette. Il mio amico e qualche suo collaboratore, volontario come lui, accompagnarono il processo di trasferimento e, con il groppo in gola, riuscirono a trasformare il trauma della separazione – dal vecchio ambiente, dalle abitudini e dalle persone conosciute – in curiosità e aspettativa positiva per i giorni a venire. Un gran bel lavoro, davvero. L’enorme distanza impedì al mio amico di dedicarsi a loro come aveva sempre fatto. Ricordo che, con le lacrime agli occhi, diceva che gli sembrava di averle abbandonate. Sapeva benissimo che non era vero. La nuova casa offriva una assistenza specializzata e all’altezza dei loro bisogni. Mantenne comunque il contatto. Ogni tanto le va a trovare, rimane là un paio d’ore, passeggiano nel giardino, parlano, ricordano, come fanno tutti i vecchietti, come era bello a quei tempi là: le gite, le feste, tutto. Ricordano pure tutte le persone che le visitavano e che in qualche modo collaboravano con il mio amico. Nessuno si è più fatto vivo. Le scuse sono tante e sempre le stesse: è lontano, piove, c’è il sole, c’è sciopero, ecc. Nei giorni di visita, quando tutti gli ospiti della casa ricevono la famiglia o qualche amico, le vecchiette aspettano invano sulla porta l’arrivo dei "nostri volontari". Per fortuna il tempo si incarica di soffiare lontano la memoria e la sofferenza della solitudine. Il mio amcio ogni tanto trova un momento per loro, prende la macchina e va. Gli faccio i complimenti, che, sinceramente, rifiuta. Dice che le sue vecchiette non ricevono visite da nessuno e che se non fosse lui avrebbero tagliato completamente ogni legame col mondo esterno. Rispondo che lui non può materialmente prendersi l’impegno di… Reagisce e chiede: perché?

Lo vedo allontanarsi a testa bassa un po’ abbattuto, due, tre passi ed ecco che di nuovo alza la fronte scuote il capo come a volersi sollevare da un peso, libera le chiome bionde al vento, pancia in dentro, petto in fuori e busto eretto, alla stregua del Che della famosa foto, pieno di buone intenzioni, contempla il sol dell’avvenir che gli brilla innanzi.
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