Caracas, alla vigilia del IV Forum Sociale Mondiale

Carissimi  
Vi scrivo da Caracas, in Venezuela. Sono arrivato mercoledi 18 per partecipare al VI Forum Sociale Mondiale che è anche il II Forum delle Americhe. Inizia il 24 e termina il 29 gennaio. Sarà anticipato dal forum sulla Salute e sull’educazione. Rimarrò in Venezuela fino al 12 febbraio per conoscere meglio questo paese e la sua realtà sociale visto che questo paese con il suo presidente Chavez sembra rappresentare tante novità nello scenario dell’Àmerica Latina. Il Forum Sociale Mondiale è un tentativo di pensare un mondo differente da quello occidentale fondato sul denaro, il capitalismo, l’individualismo, lo sfruttamento della terra. Un tentativo di pensare un mondo piú giusto a partire da quei Paesi dove piú forte si vedono gli effetti negativi di quel progetto di dominio che si chiama neocapitalismo. Il motto dei Forum è: un altro mondo è possibile. Per chi vive bene o lo pensa, l’altro mondo possibile è quello di guadagnare di piú o di vivere ancora meglio. Per i due terzi dell’umanità, quella che vive tra la povertà e la miseria, un altro mondo non è solo possibile, ma necesario. Il Forum Sociale ha appena sei anni di vita ed ha avuto una crescita fortissima di partecipanti e di persone coinvolte, possiede già una storia e adesso sembra si trovi ad un bivio. Finora il Forum è stato un luogo di resistenza. Ha raccolto da tutti gli angoli del mondo coloro che "resistevano", che non accettavano di adattarsi al modello economico dominante e che tentavano qualcosa di differente, movimenti sociali e persone che hanno un’ispirazione politica di sinistra, popoli indigeni, organizzazioni non governative.

I Forum sono ancora una realtà marginale di fronte ai grandi combattimenti per avere l’egemonia mondiale che si fonda sul dominio economico, l’industria delle armi e sul controllo dell’informazione. Mentre i Forum sono conosciuti dentro l’ambiente di chi lavora nel sociale, la maggioranza della gente pensa siano ritrovi di bande di anarchici, illusi, giovani che spaccano e creano problemi di ordine pubblico. I Forum invece sono un luogo di scambio di esperienze, confronto e costruzione di idee e reti per poter pensare un mondo diverso. E’un popolo della pace. Dentro la realtà del Forum i giovani, da sempre il popolo più sensibile e attento al cambiamento, stanno aumentando la loro presenza. Lo si vede dal numero dei partecipanti all’accampamento della gioventù che sta diventando quasi un altro forum. Inoltre l´America Latina sta diventando uno scenario dove si stanno concretizzando dei tentativi per costruire una società differente con piú giustizia. In Brasile c’è Lula che ha accettato la politica neoliberale e sta tentando di farla diventare piú sociale. In Ecuador e Bolivia il movimento indigeno che ha fatto dimettere tre presidenti, ma che ora si trova diviso. I Zapatisti del Chiapas in México, che con l’idea di cambiare il mondo senza prendere il potere, dopo essere passati per la costruzione di governi locali nel loro territorio hanno capito che nulla cambierà se non coinvolgeranno tutti i messicani. Le Associazioni e le ONG, che coinvolgono tante persone (specie in Brasile) ma di fatto non hanno inciso nel cambiamento della società, probabilmente perchè non hanno saputo incidere políticamente. Per non parlare dell’Argentina, Uruguay e Cile.

Da ultimo il Venezuela di Chavez, quello che sembra il più rivoluzionario e quello che sembra meglio organizzato. Da questa analisi mi pare di dire che il bivio a cui si trova davanti il Forum Sociale ma, vorrei anche dire, ogni organizzazione che vuole cambiare la realtà è: o si costruisce un altro potere politico o si resta testimoni della resistenza. Chavez in Venezuela sta cercando di mettere in atto un processo politico dove al centro è il sociale, dove si controlla il capitale finanziario e si promuove la partecipazione popolare. Queste sono le parole che trovo sui muri, in bocca agli attivisti delle varie politiche promosse dal governo. Vedrò in questo tempo quanto la propaganda è vera e fin dove il cambiamento si sta realizzando. Certo è che solo lo Stato può difendere i diritti di tutti e questo è uno dei punti chiave della lotta al neoliberismo che difende i diritti di chi ha il potere economico. Qui in Venezuela si parla molto del sociale, contrario al privato, di quel bene comune che noi in Europa stiamo perdendo e qui è tutto da costruire e si dice che la costruzione di un altro mondo passa per la democratizzazione del potere.

Un elemento importante di questo tempo in America latina è l’elezione del presidente indigeno in Bolivia che domenica 22 si è insediato. Ieri il presidente indigeno ha fatto una ceremonia religiosa del suo popolo aymara presso le rovine di Tiawanacu dove si è impegnato con la Madre terra e il Sole ad essere fedele al suo popolo e ai suoi antenati, a instaurare un modello di convivenza basato sull’inclusione e non sull’esclusione. Nella visione degli incas il re ha in mano la cura del suo popolo come un dovere. Evo Morales si è posto il proposito di cambiare lo stile del governare, non piú a partire dai ricchi, dal potere economico e dallo sfruttamento delle risorse, ma a partire dalla maggioranza (80% dei boliviani sono indigeni) e della difesa della terra e delle risorse. In pubblico Evo Morales ha detto che i boliviani devono riprendere il controllo delle risorse naturali, che erano state vendute agli stranieri, senza espellere nessuno, ma chiede a tutti di diventare soci e collaborare per la crescita della Bolivia. Per qualcuno questo svolta della Bolivia e l’atteggiamento di Evo Morales assomiglia a quello di Mandela in Sudafrica. Una svolta epocale.  

Dopo questo sguardo generale vi parlo di quello che ho visto a Caracas. E’una città con più di 4 milioni di abitanti, circondata dalle montagne. Per alcuni versi mi sembra di essere a Rio de Janeiro. C’è tanta gente di colore e con volti indios. Stessa confusione, traffico, venditori ambulanti in ogni pezzo di marciapiede libero, stessi raccoglitori di immmondizia e poi i più svariati clacson delle macchine che si mescolano con la musica che accompagna come colonna sonora la vita della gente. Musica caraibica, salsa, merengue e una varietà di altri stili musicali che non conosco. La musica non smette mai assieme al vociare della gente.  Il clima è caldo, ma non troppo. Il cielo durante il giorno è assolato interrotto dalle nuvole e quindi non si soffre troppo. Qui siamo in inverno perchè siamo sopra l’equatore. Le ore di differenza dall’Italia in questa stagione sono 5. I trasporti pubblici sono un vero spettacolo: specie di minubus, stile anni ’60, che vanno in tutte le direzioni e che strombazzano per passare, qualcuno ha anche la sirena e il lampeggiante. La moneta è il Bolivares, un dollaro sono 2,400 bolivares, quasi come un real brasiliano. Un’altra cosa che soprende è la colazione del mattino, pesantissima. Uova strapazzate, carne, pagnotte di polenta fritta e tante cose grasse. Pochi bevono il caffè, ma in compenso tanta birra. Per ora non mi è sembrato difficile adattarmi. Spero che continui così.
Un grande abbraccio. Mauro.      

Vi allego due articoli interessanti tratti dal settimanale Della Caritas sudamericana   

860 milioni di bambini vivono un incubo, denuncia un’agenzia vaticana  
Rapporto di "Fides", della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli

ROMA, mercoledì, 11 gennaio 2006 (ZENIT.org).-  
Vittime di un’enorme varietà di tragedie e abusi, 860 milioni di bambini nel mondo vivono in un incubo continuo, mentre il loro futuro rimane un’incognita. Un rapporto aggiornato di "Fides", organo informativo della Congregazione vaticana per l’Evangelizzazione dei Popoli, ricorda questa realtà con il titolo "Erode: la strage degli innocenti continua". "Quando si parla dei diritti dei bambini, si parla di un problema che riguarda 2,2 miliardi di esseri umani, la metà dei quali vive in povertà", si legge nel rapporto, secondo il quale "il villaggio globale è solo una immensa periferia per milioni di piccoli denutriti, venduti, sfruttati, malati". "Vittime della fame, dell’aids, dell’abbandono, dell’ignoranza e della solitudine", "sono lo scandalo del nostro tempo. Per 860 milioni di bambini nel mondo il futuro è una incognita, il presente un incubo"; "un’infanzia scippata per sempre", si constata. Il rapporto, che tiene conto di dati forniti da organismi internazionali, rivela che il numero di bambini-lavoratori raggiunge i 211 milioni tra i 5 e i 14 anni di età; 120 milioni di questi lavorano a "tempo pieno", la maggior parte – circa 171 milioni – in condizioni pericolose. L’Asia è il continente più colpito dal fenomeno.  Il documento denuncia anche che "alla radice di molte forme di sfruttamento c’è il fatto che nei più poveri tra i Paesi in via di sviluppo oltre 50 milioni di bambini non vengono nemmeno registrati alla nascita", una cifra che riguarda appena l’Asia e l’Africa.  Sono 300.000 i bambini "trasformati in killer per uccidere senza pietà": i bambini-soldato nel mondo. Combattono – "imbottiti di droghe per vincere la paura e uccidere a sangue freddo" – "sul fronte delle guerre dimenticate che insanguinano oltre 40 Paesi"; la maggior parte delle "reclute" ha tra i 10 e i 14 anni, ma c’è la tendenza ad abbassare l’età "perché i più piccoli vengono considerati la migliore mano d’opera per l’uso di armi leggere, per nascondersi, fuggire, fare le spie", prosegue il testo. Venti milioni di bambini vivono e crescono nei campi di rifugiati. Negli ultimi dieci anni si stima che siano due milioni le vittime mortali – civili – dei conflitti. Le mine antiuomo uccidono tra i 15 e i 20 milioni di persone ogni anno: un quinto sono bambini. Il numero dei "bambini di strada" è calcolato in 120 milioni, la metà dei quali nel continente sudamericano. "Sono figli della violenza – continua il rapporto -, dell’industrializzazione selvaggia, delle favelas, delle guerre, della disintegrazione dei legami sociali e familiari, dei consumatori di droga e di sesso", hanno tra i 5 e i 16 anni, ma ce ne sono anche di 3 o 4 anni. Nella maggior parte dei casi si tratta di maschi; le bambine si vedono di meno perché possono dedicarsi con più facilità alle occupazioni domestiche o alla prostituzione. Molti "fanno i ‘riciclatori di rifiuti’ nelle enormi discariche ai margini delle megalopoli del terzo millennio", un’occupazione che porta spesso a "tetano, polmonite e avvelenamenti" ponendo fine alla loro vita. I "bambini di strada" trovano nella loro realtà quotidiana anche "squadroni di polizia, lotte tra gangs rivali, incidenti stradali" e "piccola delinquenza". La fame nel mondo è un’altra tragedia che provoca la morte di 11 milioni di bambini prima che abbiano compiuto 5 anni di età. Anche l’AIDS causa la morte di molti bambini. Il bilancio del 2005 riporta 3 milioni di morti – mezzo milione sono bambini -, 40 milioni di sieropositivi – 2,5 milioni hanno meno di 14 anni – e 5 milioni di nuovi contagi. Un altro dramma è il traffico di esseri umani, un problema di portata mondiale che coinvolge ogni anno 1,2 milioni di minori di 18 anni. Sono 4 milioni le bambine comprate e vendute per matrimoni, prostituzione e schiavitù. "Il problema dei matrimoni combinati, oltre 80 milioni nel mondo, imposti a ragazze al di sotto di 18 anni, è stato denunciato da molte organizzazioni umanitarie, anche per il rischio di morte per le giovanissime mamme", sottolinea "Fides". Le bambine rappresentano inoltre i due terzi dei minori che non ricevono un’istruzione: "la conseguenza è che poi saranno donne analfabete: oggi oltre 600 milioni!". L’infanzia di molte bambine affronta poi la mutilazione genitale, una pratica subita ogni anno da due milioni di piccole vittime. In totale 120 milioni di donne al mondo hanno subito questa violenza. Il testo integrale del rapporto – pubblicato il 5 gennaio scorso – può essere scaricato sulla pagina web di "Fides".    

Articolo 2  
Bolivia
L’insediamento del Presidente Evo Morales è paragonabile all’elezione di Nelson Mandela in Sudafrica
Associazione per i popoli minacciati / Comunicato stampa in www.gfbv.it/2c-Atampa/2006/060119it.html Bolzano,

Göttingen, Vienna, 19 gennaio 2006  Con l’insediamento al governo di Evo Morales, rappresentante della maggioranza indigena e democraticamente eletto a nuovo presidente, la Bolivia ha inaugurato un cambiamento profondo che, secondo l’Associazione internazionale per i Popoli Minacciati (APM) è comparabile all’elezione di Nelson Mandela in Sudafrica nel 1994. Domenica 22 gennaio il 46-enne Evo Morales, appartenente alla popolazione aymara, assumerà ufficialmente l’incarico di Presidente della Repubblica boliviana. Per troppo tempo i Latinoamericani, gli Europei e gli Statunitensi hanno considerato normale il fatto che una minoranza di origine europea sottomettesse e sfruttasse economicamente e politicamente la maggioranza Aymara e Quichua. Ma lontano dall’attenzione dei mezzi d’informazione internazionali in Bolivia sono cresciuti fin dagli anni ’70 movimenti come il Minka e il Mitka che basandosi sulle tradizioni storiche e culturali del vasto impero incaico chiedono il riconoscimento delle lingue e culture indigene. Già a partire dagli anni 1976/77 i rappresentanti indigeni in visita in Europa promuovevano una diversa concezione storica del loro paese, confrontando la concezione della civiltà incaica alla concezione dominante in Europa secondo cui le antiche Atene e Roma costituiscono la culla della civiltà europea. Il leader indigeno aymara e prigioniero politico Constantino Lima dichiarò dopo la sua liberazione ottenuta grazie a una vasta campagna internazionale a cui partecipò anche l’APM : "Ci siamo organizzati perché abbiamo riconosciuto che nelle attuali condizioni non otterremmo mai giustizia. I bianchi controllano tutto e continuano a insultarci e a maltrattarci", e raccontò del massacro di 1.300 persone commesso nel 1974 sotto la dittatura militare del generale Hugo Banzer. Già allora i movimenti indigeni dei Quichua e Aymara chiedevano un cambio di potere in Bolivia. L’elezione di Evo Morales nel dicembre 2005 ha fatto avverare la richiesta e fa finalmente sperare le popolazioni andine aymara e quichua come anche le restanti 28 comunità indigene minori della Bolivia. Di fatto, gli indigeni sono stati trattati fino ad oggi come cittadini di seconda classe mentre la loro cultura è stata discriminata e non considerata. Nel 1995 Evo Morales ha visitato Vienna su invito dell’APM e in occasione del 38-esimo vertice della Commissione Narcotici dell’ONU ha promosso la de-criminalizzazione della foglia di Coca e la commercializzazione legale di prodotti a base di foglia di Coca, come la tisana, le gomme da masticare, il dentifricio o le bevande rinfrescanti. "La Coca non è Cocaina e un produttore di Coca non è uno spacciatore di Cocaina, così come i consumatori della foglia di Coca non sono tossicodipendenti", ha dichiarato allora Morales. Per le popolazioni andine, che coltivano la Coca secondo una millenaria tradizione, le foglie del cespuglio di Coca sono un integratore alimentare e uno stimolante e vengono usate durante le cerimonie religiose.