Cidade mulher – Città donna

Cidade mulher
Cidade de amor e ventura
Que tem mais doçura
Que uma ilusão,
Cidade mais bela que o sorriso
Maior que o paraíso
Maior que a tentação,
Cidade que ninguém resiste
Na beleza triste
De um samba-canção,
Cidade de flores sem abrolhos
Que encantando nossos olhos
Prende o nosso coração,
Cidade de sonho e grandeza
Que guarda a riqueza
Na terra e no mar,
Cidade do céu sempre azulado
Teu sol é namorado
Das noites de luar,
Cidade padrão de beleza
Foi a natureza
Quem te protegeu,
Cidade de amores sem pecado
Foi juntinho ao Corcovado
Que Jesus Cristo Nasceu.

Cidade notável,
Inimitável
Maior e mais bela
que outra qualquer,
Cidade sensível
Irresistível
Cidade do amor, cidade mulher!

(Noel Rosa)

Città donna
Città di amore e ventura
Che ha più dolcezza
Di una illusione,
Città più bella del sorriso
Più del paradiso
Più della tentazione,
Città a cui nessuno resiste
Nella bellezza triste
Di un "samba-canção",
Città di fiori senza spine
Che incantando i nostri occhi
Imprigiona il nostro cuore,
Città di sogno e grandezza
Che custodisce ricchezza
In terra e in mare,
Città dal cielo sempre azzurro
Il tuo sole è l’innamorato
Delle notti di luna,
Città simbolo di bellezza
È stata la natura
Che ti ha protetto,
Città di amori senza peccato
È là vicino al Corcovado
Che Gesù Cristo è nato.

Città notevole
Inimitabile
Più grande e più bella
Di qulaunque altra,
Città sensibile
Irresistibile
Città dell’amore, città donna!

(Noel Rosa)

A questo punto dovrei fermarmi, anzi, dovrei prendere armi e bagagli e trasferirmi là.

Sto parlando di Rio, Rio de Janeiro, a cidade maravilhosa, la città meravigliosa, cheia de encantos mil, dai mille incanti, cidade maravilhosa, città meravigliosa, coração do meu Brasil, cuore del mio Brasile.

Potrei continuare fino a domani a citare e tradurre frasi, versi, canzoni, di poeti e artisti. Provo invece a descrivermi, descrivere me stesso, sì, perché per descrivere Rio, solo un poeta o un artista è capace.

Scendo dall’aereo – arrivo per lavoro ed ho, come al solito, fretta di arrivare, parlare, organizzare, risolvere – mi pento della mia camicia di flanella e del giubbotto addosso. Trenta gradi. Sullo strapiombo del Corcovado, a ottocento metri di altezza, Cristo mi accoglie col suo abbraccio redentore. L’aeroporto è adagiato, umido e indolente, su un terrapieno in riva al mare di fronte al centro, basta attraversare la strada che ci si immerge dove non vorrei andare, a lavorare.

Vivo le ore in attesa del tempo libero e sono convinto di non essere il solo. Il tempo libero. Liberi per incontrarsi, liberi per vivere. Sono così abituato a vivere in funzione del lavore, a vivere per lavorare, che mi sono dimenticato che il busillis sta proprio nel sapere che invece si lavora per vivere. Ossia, il lavoro è un mezzo che mi permette di guadagnare onestamente un pezzo di pane o, per dirla alla brasiliana, um prato de feijão, un piatto di fagioli. Altro che sbattersi a destra e sinistra. Lavorare stanca, lavorare come un mulo, lavorare come un negro, lavorare come una bestia… quante altri proverbi conosciamo a proposito dell’assurdo che è il lavoro? Ma lo vedete questo cielo, e questo mare, e la foresta a due passi, e le montagne sinuose come il profilo del nostro primo amore, quello che mai più si scorderà? La sentite la grande onda? E il caldo sulla faccia, e le gocce di sudore che nasocno in fronte? Beviamoci una birra, sediamoci qui, proprio qui dove passa a garota de Ipanema, quella famosa, sogno senza età, dalle curve di pan di zucchero, o pão de açúcar. Beviamoce un’altra. Dammi una sigaretta. Sì, non fumo, ma che importa, oggi ho deciso che una volta nella vita fumerò una sigaretta, come Vinícius de Moraes e Tom Jobim facevano ieri l’altro in questo stesso bar e, mentre sospiravano al passare delle ragazze di Ipanema, scrivevano e componevano le più belle canzoni di tutti i tempi. Oggi sono io Vinicius, sono Tom anch’io.

Dio mio, sono a Rio. Rio, mio. Tutto mio, oggi, tutto. Tutti di tutti e tutti miei. Tutti e tutte. Tutte mie. Anche il tempo è mio, quel tempo che di solito mi sfugge o mi fugge e si perde per sempre e che per ritrovarlo ci metto una vita e finisce che lo rimpiango perché scopro che non se ne è andato da solo ma l’ho lasciato andare via come una virgola dimenticata senza farci caso o perché avevo altro da pensare. Oggi no, ogni attimo mio. Rio.

Dicevo dunque, tempo libero per incontrarsi. Altro busillis, incontrarsi. Anche se non vuoi, a Rio incontri. O meglio ti incontrano, ti trovano. La natura ti trova, le strade, i vicoli, i palazzi imperiali, Cristo ti trova e anche lei ti trova. Lei, il sogno, quello che pensavi fosse un sogno e invece c’è, e ti sta così vicino che la potresti toccare o per lo meno dirglielo, se avessi un po’ di coraggio, un minimo di sana spudoratezza, sono certo che mia moglie comprenderebbe un decimo di secondo di debolezza, di mollezza, capirebbe che i miei occhi non sono ingordi, ma riconoscenti per tanta bellezza, riconoscenti per il desiderio di un abbraccio, magari anche un bacio senza pretese, un alito di vento, un’onda, e basta… cidade de amores sem pecado, città di amori senza peccato dice Noel Rosa… Capirebbe, forse però è meglio fermarsi e non oltrepassare la linea, rimanere fermo alla birra e alla sigaretta. Ho detto forse… Tirem innanz.

Arrivo in centro. Una manifestazione blocca il traffico. Alzano cartelli in cui appare la foto di Anthony Garotinho (che tradotto in italiano suona Anthony Ragazzino), ex governatore dello Stato di Rio e marito dell’attuale governatrice, Rosinha Garotinho, personaggio polemico e grassoccio rappresentato dalla satira in pantaloni corti con un lecca-lecca in mano.

Il Ragazzino è candidato alla Presidenza della Repubblica, ma prima ancora che cominci la campagna elettorale, è stato denunciato per legami con la mafia locale. Invece di dare spiegazioni ai magistrati, ha cominciato uno sciopero della fame, come dice lui, fino alle ultime conseguenze. I manifestanti scandiscono in coro il suo nome, incitano e sollevano i cartelli con le foto: un magistrale trucco di computer mostra il viso rubicondo su un corpo macilento dalle costole sporgenti, la scritta non lascia dubbi: forza Garotinho, appoggiamo il tuo sciopero della fame fino alla fine. Bellissimo, fantastico. Mentre i caporioni del partito, la moglie afflitta, i porta borse della meschinità politica, gli si stringono intorno cercando di dissuaderlo, opponendosi alla sua decisione estrema, gli avversari politici lo incitano a non ascoltare le lusinghe contrarie alla sua volontà e lo appoggiano nel continuare fino in fondo.

L’allegria e l’ironia, tipiche di questa terra, fanno dei carioca un popolo unico: conciliatore nato, non si dilunga in inutili discussioni, lascia che la natura stessa degli avvenimenti mostri dove stia la ragione. Butto l’occhio sul giornale e, manco a farlo apposta, leggo (cito alla lettera): il pubblico ministero decide di indagare le finanze delle ONG. Dall’inizio del 2005, il governo dello Stato (lo stato di Rosinha e del suo Ragazzino) ha distribuito a unidici organizzazioni non governative la modica cifra di 254 milioni di reais (ottanta milioni di euro. Volete che ripeta?). Una ed una sola tra queste, l’anno scorso ha intascato 105 milioni di reais (adesso dovrei fare i conti per vedere quanti euro siano, ma è lo stesso, non li faccio). Il nome della ONG: Centro de Defesa dos Direitos da Criança e Adolescente. Traduco per non lasciare alcun dubbio: Centro di Difesa dei Diritti del Bambino e dell’Adolescente. Qualche commento? No, lasciamo perdere, ne abbiamo già parlato tanto in altre lettere, e poi è troppo deprimente. Alzo gli occhi e Cristo continua ad abbracciarmi.

Ormai mi è chiaro, se i progetti non nascono dal cuore delle comunità, se non sono frutto di una maturazione delle persone coinvolte e di chi trae beneficio dalla loro azione, tutto è inutile: la mala fede, la corruzione, l’incapacità operativa fanno da denominatore comune ai progetti e ai programmi sociali pubblici e privati. L’abbiamo già detto e scritto, a San Paolo esistono 290 associazioni che si occupano dei meninos de rua. Basta scambiare quattro chiacchiere con tia Edith o farsi un giretto in centro per rendersi conto di quanto e di come lavorino: partono dal presupposto che considera i meninos de rua un problema. Considerano i bambini un problema. Anche a Rio.

Ripeto, se i progetti non nascono dal cuore e dalla volontà dei diretti interessati, niente ha senso. E a Rio, come dovrebbe essere dappertutto, l’importante non è il progetto in sé, ma la gente, la gente che si incontra, busillis busillis, la festa, la musica. Sì, la musica. Ho imparato che la musica è melodia: melodia dei suoni che si succedono uno all’altro, una nota alla volta, un’onda dopo l’altra, i suoni formano il ritmo, la cadenza, così come è lo scendere e salire del contorno delle montagne, una cadenza di vette e discese, di colline morbide panciute e acquatiche. Melodia e ritmo si perderebbero se non ci fosse l’armonia a tenerli insieme, l’armonia dei passi di samba, freneticamente immobili, capaci di contorcersi in pochi centimetri, molta gente intorno al tavolo, duecento persone in riva al mare cantano all’unisono canzoni di patrimonio pubblico, di tutti noi. Tra colline panciute e l’abbraccio di Cristo, l’armonia si fa materia, la melodia potrei letteralmente toccarla con mano, e il ritmo sono io. Musica dappertutto, mare e montagne dappertutto, Cristo dappertutto. Oscar Niemeyer, architetto artefice di Brasilia, lo dice sempre: “l’architettura non conta, così come la linea retta, è fittizia; quello che importa è la vita, gli amci, incontrarsi, la gente, la bellezza delle curve delle mie montagne, le curve della donna preferita, la curva dell’universo, l’universo curvo di Einstein.”

Una birra, una sigaretta, un pensiero un po’ spinto, musica: Rio mio, io, mio Dio, addio Rio, domani mattina parto.