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Le notizie volano veloci nello spazio cibernetico. E su questo niente da dire.
Il problema comincia quando la memoria e la riflessione seguono l’andazzo del “tutto e subito” e si perdono farfallone nella noia di tutti i giorni. Facciamo un passo indietro, quindi. Invito tutti a rivedere con me quello che succede nel mio Paese ormai da un anno. È un modo per intendere il contesto in cui siamo inseriti e da cui si generano le ingiustizie, le violenze e le infinite forme di povertà contro cui lavoriamo; un modo per non essere assorbiti dalla velocità dei cambiamenti, per non venire frullati nel dimenticatoio delle inutili informazioni istantanee.
Denunce, comprovate da filmati, testimonianze e documenti, coinvolgono il governo in uno sporco affare di corruzione e favoreggiamento. Per garantirsi i voti di maggioranza del suo stesso partito e della base alleata, il governo organizza una capillare distribuzione di fondi – denaro pubblico proveniente da grandi imprese statali – a capigruppo di  partito, deputati, senatori. Viene instaurata una commissione parlamentare di inchiesta che raccoglie decine di prove irrefutabili.
Uno ad uno cadono tutti gli uomini del presidente della repubblica e della direzione del Partido dos Trabalhadores, il PT. Si dimettono o vengono estromessi.
Il presidente si barcamena come può, all’inizio accusando mezzo mondo di complotto e trame oscure, poi, visto il tenore delle prove, dichiarando pubblicamente che tutto ciò non passava di una abitudine politica costante. Lo fanno tutti, lo abbiamo fatto anche noi, ossia, loro, perché io non ho mai saputo niente, pontifica. Infine, difendendosi a calci e morsi, dichiara solennemente che è stato tradito, dimenticandosi però di dire da chi e a che prezzo.
Tutti gli uomini del presidente. Su ciascuno pesano accuse gravissime, accuse formalizzate dal Pubblico Ministero e dalle inchieste della Polizia Federale. È ovvio che esistono gli estremi per instaurare un processo de impeachment. Ma a questo punto anche i più agguerriti oppositori del governo si fermano spaventati: che ne sarà dell’economia? Che ne sarà di noi e delle nostre banche che mai come oggi hanno speculato e guadagnato miliardi? Che ne sarà della nostra moneta stabile?
Fermi tutti, dunque, in un tira a campare vergognoso in attesa delle prossime elezioni generali previste per ottobre. Dalle strade e dalle piazze… nessuna voce, tutto tace. 
Il clamore popolare è assopito, stordito e manipolato dal governo che contrattacca con la strategia di una bieca propaganda televisiva che afferma, purtroppo, il vero: mai un governo è stato così vicino alla povera gente come adesso… nove milioni di famiglie incluse nel programma assistenziale “bolsa família” (un aiuto di novanta reais al mese – circa trenta euro), nove milioni di famiglie, quaranta milioni di persone. I dannati della terra garantiscono così l’appoggio al presidente che continua a godere di una immensa popolarità. Vantarsi di un programma assistenziale di questo tipo, significa che il Paese è ancora molto lontano dal promuovere la dovuta giustizia sociale, fatta da vere opportunità di lavoro, integrazione, sviluppo.
Nel frattempo assistiamo ad una serie di fatti incresciosi, veri e propri ceffoni alla dignità della nazione, di tutti noi: il consiglio di etica del parlamento, l’organo che vigila l’operato dei membri delle camere, raccomanda che i deputati e senatori coinvolti nello scandalo, siano espulsi e di conseguenza perdano il loro mandato per un periodo di otto anni. Ebbene, per sottrarsi alla punizione, alcuni si dimettono sommariamente in modo da poter presentarsi con la faccia di bronzo ma la fedina penale pulita, alle prossime elezioni. Altri, invece, articolano la loro difesa con i colleghi, una mano lava l’altra, oggi a me domani a te. Il parlamento in sessione segreta assolve, via via, ogni accusato: la gorvenabilità è garantita, gli scambi di favori possono continuare. L’opinione pubblica imbrogliata e derisa ancora una volta, continua a tacere.
Il colmo avviene quando, terminata la votazione segreta che assolveva l’ennesimo deputato corrotto del PT, una collega di partito, presa da euforia e incontenibile allegrezza, si esibisce in piena aula e sessione solenne, in una danza liberatoria, una sambetta, una sorta di ballo dell’onorevole cretino, alla faccia nostra che la osserviamo allibiti in rete nazionale. Noi, cittadini attoniti,  ludribiati e beffati con balletto, risate e pacche sulle spalle, zitti zitti ce ne stiamo.
Fin qui rimaniamo nell’ambito di uno scandalo di corruzione più o meno normale, nel senso che segue i parametri già visti mille altre volte: soldi pubblici sborsati dai potenti per garantirsi anni di potere e affari loschi per loro stessi, amici e parenti. Insomma, due palle così. Già visto e rivisto fino alla noia nonostante episodi dozzinali e cadute nel pecoreccio, degni di un film di Tognazzi: mentre il presidente del partito dichiarava formalmente che ogni accusa era falsa ed infondata, uno dei suoi assistenti veniva arrestato all’aeroporto con centocinquanta mila dollari nascosti nelle mutande. Oppure quando la solita segretaria divulga alla stampa informazioni importanti con lo scopo di vendicarsi dell’amante e, già che c’è, posare mezza o tutta nuda per qualche rivista indecorosa. Inevitabili poi le battutacce da osteria sulla incauta segretaria e sulla necessità del riciclaggio del denaro sporco: dopo essere stato infilato nelle mutande, hai voglia a riciclare…
Insomma, una vera e propria telenovela di quinta categoria, purtroppo per noi, vera.
Il fatto prende una piega realmente tragica poco più di un mese fa. Svanisce l’aurea bonacciona per assumere contorni di una vera e propria prevaricazione di Stato.
L’intoccabile ministro dell’economia, colui che fino a ieri aveva transito libero tra Londra e Washington, viene accusato di aver frequentato la casa in cui, tra feste, droga e orgie ci si spartiva il denaro in contanti, frutto di traffici paralleli e contigui alle ragioni che provocarono il primo scandalo già descritto. Sì, è lui. Queste le parole del custode della casa. Un semplice custode, un portinaio, contro un ministro di Stato. Attraverso un intervento tempestivo della Corte Costituzionale, si impedisce al povero custode di testimoniare davanti alla commissione parlamentare. A sessione iniziata, gli si toglie il microfono a forza. Il giorno dopo viene divulgato su tutti i mezzi di comunicazione il “segredo bancário” del portinaio: il suo estratto conto rivela un deposito a suo nome di una notevole cifra incompatibile con la sua rendita. Parentesi: per violare il “segredo bancário” di chiunque, è necessario l’ordine espresso di un giudice istruttore. Nessuno diede questo ordine. Chiusa parentesi. Il ministro in persona dichiara che i cospiratori di sempre, sì, quelli lì, quelli a cui si riferiva il presidente un anno fa all’inizio di questa storiaccia, lo hanno comprato, lo hanno pagato per testimoniare il falso. Il portinaio, per nulla intimorito, afferma che sono soldi ricevuti in donazione da suo padre. Parentesi: il padre naturale che non volendo riconoscerlo ufficialmente come figlio, gli invia, una tantum, una certa somma, come forma di  indennizzazione. La stampa intera si muove alla ricerca del padre per alimentare questo nuovo capitolo della interminabile telenovela. Chiusa parentesi.
Le notizie volano veloci. Pochi giorni dopo è resa pubblica la catena degli avvenimenti: il “segredo bancário” avrebbe potuto essere rivelato solo dalla direzione della banca. Viene convocato il direttore generale che decide di vuotare il sacco: sì, me lo ha ordinato il ministro dell’economia in persona, in una riunione a cui ero presente io, il ministro stesso, alti funzionari del governo e il segretario del ministro della giustizia (che in Brasile esercita anche la funzione di ministro dell’interno).
Lo Stato, i suoi uomini più potenti, con l’avvallo della magistratura, contro un semplice portinaio deciso a testimoniare.
Il ministro dell’economia si dimette. Al passaggio di consegne al suo sostituto, nel palazzo presidenziale, accorre il fior fiore della finanza, dell’industria, della politica (tra cui anche i deputati e senatori assolti dal parlamento) a portagli solidarietà e appoggio. Il presidente della repubblica lo abbraccia e bacia, lo considera un fratello.
Nel frattempo il portinaio entra nella sede della Polizia Federale per completare la sua testimonianza e per chiedere protezione. Teme per la sua vita. Entra come testimone, esce in qualità di accusato. Lo incolpano di riciclaggio di denaro illecito.

In questo esatto momento, mentre scrivo, il ministro della giustizia è convocato a rispondere per la sua partecipazione nella violazione illegale del “segredo bancário” dello sventurato portinaio.
Come andrà a finire, senza tanto sforzo, lo possiamo immaginare.
Poco importa, è quasi certo che presto ce lo dimenticheremo, alla velocità di un click.