Come sa di sale…

Da qualche giorno lo vedo così, nervoso, teso, preoccupato. Ma come, proprio lui, sempre sicuro di sè, spavaldo ai limiti dell’arroganza, lui, che tira dritto con la pioggia o col sereno, lui, che dichiara (facendo sua una provocazione di Picasso) senza paura di sbagliare: io non cerco niente, io trovo. Sì, lui, il Gran Lombardo, amico carissimo da tanti anni, in questi giorni è triste, cammina con occhi bassi, imbronciato, indeciso.
Lo avvicino e quasi chiedendo scusa insinuo un paio di timide domande, so che raccontare gli fa bene e nel parlare può sfogarsi. Sentiamo.
“Sai – dice – in questi ultimi tempi la crisi batte forte anche per me. Dico la crisi economica, non la crisi esistenziale, chi ti credi che io sia? Crisi e-co-no-mi-ca, poco lavoro, pochi soldi, capito? Tengo famiglia e spese fisse e non ho più tanti pazienti come una volta che potevo addirittura rifiutarne. La gente mi chiama, comincia il trattamento e appena sente che sta un pochino meglio non mi vuole più. Sì, un trattamento è caro, ma daltronde loro chiamano me, uno dei migliori fisioterapisti in circolazione, vent’anni di esperienza, importato direttamente dall’università di Roma, dal primo mondo, che si credono che io sia? Un deficiente qualunque, eh no, caro mio, io so quello che valgo.”
Comincia ad agitarsi. Jeans e giacca, la barba di tre giorni, i capelli radi in testa ma lunghi ai lati ne danno un’aria un po’ così, un po’ fine anni settanta, forse è la nostalgia di quei tempi là, quando, dice lui, era una specie di principe della padania, un reuccio della bassa, un ossuto aspirante Masaniello, quando gli nacque in petto la convinzione di avere la necessità quasi fisiologica che qualcuno o qualcosa (un principio superiore, una impellenza morale?) creasse nuovi valori, nuovi doveri, perchè i soliti “non rubare, non uccidere” non bastavano più. Pensava infatti che a non rubare e non uccidere sono capaci tutti e che ci voleva qualcosa d’altro, se si voleva costruire la futura umanità, l’uomo nuovo, era necessario creare nuovi doveri, che rispondessero, appunto, a nuove istanze a nuove necessità dell’uomo nuovo della futura umanità alle porte. Uffa. E vestito da Gran Lombardo cominciò a girare per il mondo per riempire di significato tosto, diceva lui, le cose semplici e comuni. Niente più avrebbe dovuto essere semplice e comune, ma tutto doveva adattarsi ad una nuova scala di valori, di doveri, di necessità e bisogni ancora da costruire.
“Fino a qualche anno fa – continua il Gran Lombardo – in piena euforia del “Plano Real”, l’ennesimo piano economico di salvezza nazionale, la classe media, dopo decenni di crisi e recessione, si trovava finalmente con un po’ di soldi in mano. La stabilità della moneta e l’inflazione controllata avevano creato l’illusione che questa volta il Paese ia sair do buraco (sarebbe uscito dal pozzo). È una illusione ricorrente, ad ogni elezione presidenziale o ad ogni mondiale vinto dalla gloriosa seleção. E si spendeva, scialacquava, sperperava. Chi poteva viaggiava a Miami o si comprava macchinoni importati o, mi chiamava, finalmente. E anch’io, trascinato dall’euforia, navigavo in mari calmi, guadagnavo soldi a palate.”  
Conosco il mio amico, gli piace esagerare, darsi delle arie, aumentare o diminuire a seconda dei casi, è fatto così, ma è un bonaccione.  
“Adesso è diverso – continua – adesso il lavoro scarseggia e devo accettare di lavorare anche a condizioni poco vantaggiose. Sai, prima potevo addirittura scegliere tra un paziente e l’altro. Se uno mi stava antipatico lo scaricavo a qualche collega e buonanotte. Da poco più di un mese vado da un paziente, un signore anziano e malato. Appena entro in casa sua, la prima volta che ci mettevo piede, lo trovo lì che urla alla moglie, all’infermiera, urla ordini tassativi, urla come un pazzo: dammi le ciabatte, portami un bicchiere d’acqua, e giù parolacce e insulti. La moglie, rossa di vergogna, mi chiama da parte e racconta che è sempre stato così, fin da giovane, ha sempre trattato tutti come trattava i suoi uomini in caserma, era colonnello della polizia militare, fuori e dentro di casa. E tutti gli dovevano obbedienza cieca e assoluta. Anche adesso, con un piede nella fossa, urlava ordini a destra e sinistra esigendone la immediata esecuzione. Figurati – continua il mio amico – se qualche anno fa avrei accettato di lavorare a casa di un tipo così. Neanche morto. Vai a gridare al cesso, gli avrei detto e me ne sarei uscito immediatamente. Ma, tengo famiglia, e devo lavorare. Passano i giorni, riesco a conquistarne la fiducia, sai, ci so fare, dopo tanti anni, conosco il mio mestiere: dare sempre ragione al paziente, sempre, tifare per la sua stessa squadra, non contraddire i sui gusti, le sue decisioni, le sue manie, dare consigli solo se ne viene fatta esplicita richiesta, e se l’argomento del giorno è parlare di donne e motori, che si parli pure di donne e motori. Impostare il trattamento clinico in modo che si ottengano piccoli progressi in poco tempo e far sì che il paziente se ne accorga, lodarne le doti virili e i fantastici miglioramenti da giovanotto. Trattare il paziente come il paziente vuole essere trattato. È fatta insomma, per lo meno non mi urla. Continua a dire peste e corna della moglie, io invece sono al sicuro. Colonnello della Polizia Militare. Non ha tardato molto a dirmelo e a raccontarmi che quando c’era lui, caro lei… Ai miei tempi sì che… Si stava meglio prima… ecc, ecc. E fin qui va bene, ognuno la pensa come vuole. L’altro giorno, ormai ringalluzzito dalle nuove capacità motorie, senza pudore alcuno mi ha sbandierato in faccia di come e quanto si è arricchito falsificando i bilanci di importazione di armi e materiali. Sdraiato a letto ridacchiava, sbeffeggiandosene di tutti quelli che non ne avevano approfittato quando potevano. Entravano i camion in caserma, venivano registrati con un certo codice. Facevano il giro dell’isolato e dopo un quarto d’ora venivano registrati ancora una volta sotto un nuovo codice. Insomma la stessa merce registrata due o tre volte e sottobanco, ma poi neanche tanto perchè tutti facevano così, la tangente dei fornitori. Il paese di bengodi. Erano gli anni del regime militare, degli esecrabili colonnelli come lui, dei torturatori maledetti…”
Vedo il mio amico come un pugile suonato, dopo il definitivo round. Pallido e triste, gli occhi persi, un filo di voce. Lui, proprio lui, un puro, un sognatore, alle prese con un corrotto, un colonnello arricchito che grida a destra e sinistra, una mela marcia senza scrupoli che certo della sua intoccabilità se ne infischia di tutto e di tutti. E il mio amico lì, a tirargli le gambe, a rimetterlo in piedi e farlo camminare, ad aiutarlo ad arrivare in cucina senza strisciare per terra, col busto eretto e lo sguardo in avanti.
Il Gran Lombardo, ormai è l’ombra di se stesso. Non racconta più, mastica parole. “Ieri – dice – è arrivato all’argomento che temevo. Come tutti i vecchi, ha inveito contro la gioventù di oggi e i tempi moderni, fino ad arrivare al punto che facevo di tutto perché non ci arrivasse. Cambiavo discorso, parlavo di calcio, dei mondiali, di macchine, di donne, ma lui niente. Pena di morte. Ci vorrebbe la pena di morte. Li ammazzerei tutti quei ragazzi di quattordici, quindici anni che se ne vanno in giro per il centro a rubare, li ammazzerei tutti. Cosa ci vanno a fare alla Febem? Bisogna ammazzarli finché son piccoli… Il discorso procedeva in questo modo ed io -continua il mio amico-  ormai esausto, muto, zitto, pensavo ai soldi che devo guadagnare, alle spese di casa. Rimanevo ad ascoltare, e pensavo a nostri ragazzi massacrati alla Febem. Rimanevo ad ascoltare e pensavo a tutti quelli che ho visto morire o scomparire. Rimanevo ad ascoltare. Continuavo a fargli i massaggini e lui ad esaltarsi sempre di più, che quando aveva il comando si stava molto meglio, che la città era più sicura che nessuno ti rapinava per la strada che non c’erano i meninos de rua a spaventare i passanti, che la pena di morte risolveva il problema, che bisogna ammazzarli tutti.”
Povero Gran Lombardo, amico mio. So cosa pensi, cosa provi, so che i ricordi affiorano tutti, presenti e vivi, che certe cose fanno parte del tuo vissuto interiore e te le porti dentro come una cicatrice, come quando ti chiamarono dalla favela perchè uno dei tuoi ragazzi era stato pestato a sangue dalla polizia militare, lo avevano fermato di sera in un strada qualunque di periferia, vicino a casa, zona di coprifuoco, zona che se ci cammini di notte è perchè te la stai cercando. Lo gonfiarono di botte, gli stracciarono i documenti e lo insultarono, negro-scimmione. So che ti ricordi quando andasti a denunciare il caso e ti risero in faccia. A te e ai genitori del ragazzo. So che ti ricordi mille altri episodi di malversazione, di corruzione, di violenza che gli uomini al comando del tuo paziente non si sono neanche curati di camuffare, sicuri della impunità e della protezione di cui godono da sempre.
E adesso ti ritrovi alle prese con uno di loro, lo stai curando, due volte a settimana gli insegni a camminare e fai in modo che non senta più dolore alla schiena. E lui niente, lui a blaterare su pena di morte e negri-scimmioni.
Lo sai che non perdo una occasione per criticarti, che ti tratto da ingenuo, e che quasi mai considero le tue posizioni assolutiste degne di riflessione, stavolta no. Stavolta provo il tuo stesso imbarazzo e il tuo stesso ribrezzo. Ma, resisti, amico mio, non rispondere al colonnello, non dirgli niente, non dirgli chi sei e che cosa fai. Lavora e basta, come se stessi in una clinica di riabilitazione, in un ospedale dove chi arriva arriva, tappati la bocca e lavora. Rimetti il colonnello in grado di muoversi da solo, fai presto, e poi vattene via.
Anch’io come te rivedo i tuoi ragazzi della favela,  rivedo i meninos de rua, uno per uno li rivedo, come quel giorno quando avevi fretta e i meninos si accorsero di te che non volevi che ti vedessero e ti salirono in venti sul cofano della macchina mentre altri dieci ci entravano dentro facendo baldoria e tu che dovevi andare a lavorare e loro che ti imbrattavano i vetri con quelle mani luride e ridevano felici e anche tu ridevi e pensavi chissà se mi vedessero i miei pazienti in questo momento forse non mi chiamerebbero più anzi forse chiamerebbero la polizia magari qualche colonnello e mi metterebbero al muro insieme a tutti questi bambini sporchi puzzolenti casinisti, negri-scimmioni, meravigliosi. Pensavi e ridevi. Ridi, ridici sopra, anche adesso. Pensa all’assurdo che è la vita e ridi. Ricordati di ogni volto, di ogni manata, di ogni abbraccio, di ogni risata, ricordati dei morti, ricordati di quelli che sono soppravvisuti. Ricordati anche di te, asciugati le lacrime e ridi.