Da Caracas

Bambini di strada in Venezuela

Quando sono arrivato in Venezuela mi chiedevo se la realtà dei bambini di strada fosse diversa da quella di Rio.
Se ci fosse meno povertà e più giustizia sociale. Se ci fossero delle condizioni diverse.
In Internet non avevo trovato molte notizie, e i miei amici che lavorano con bambini di strada in Perù non mi avevano aiutato.
Allora appena arrivato, nei giorni precedenti il Forum sono andato a trovare i Salesiani che intuivo avessero  un lavoro con i bambini di strada. Il direttore è un salesiano di Castelfranco Veneto, Rino Bergamin, da una vita in Venezuela. Lui assieme al responsabile delle attività con i bambini di strada mi hanno spiegato  il loro lavoro.
Mi hanno detto che a Caracas, nella zona centrale, ci sono circa 200-300 bambini che vivono in strada. I salesiani da tempo hanno creato un programma in 4 tappe.
Prima tappa, l’abbordaggio ai ragazzi che sono in strada servendosi di un autobus e 8 educatori che incontrano i ragazzi e formulano un programma per ciascuno dei ragazzi in modo da dare una attenzione personale.
Secondo, una casa detta di passaggio e di attenzione, cioè un luogo dove i ragazzi durante il giorno possono andare a lavarsi, giocare e creare una relazione diversa da quella che si instaura nella strada.
Terzo, una casa chiamata "Progetto di vita" dove i ragazzi vivono e recuperano gli anni di scuola perduti e si educano alla vita comunitaria.
Quarta tappa, la stabilità in una casa dove si studia e si impara un lavoro.

Il progetto che ho visitato era gestito con l’efficenza dei salesiani.
Con loro ho parlato della realtà venezuelana dei bambini di strada e l’analisi è la stessa di Rio de Janeiro. Stessa violenza, consumo di droga, stesse cause familiari e sociali.
In Venezuela da 6 anni esiste la legge per difendere i diritti dei bambini e adolescenti ma solo adesso il governo Chavez sta predisponendo un sistema di protezione e accoglienza dei bambini in situazione di rischio. In
questi ultimi anni c’è stato un aumento della immigrazione interna e dai paesi vicini e quindi un aumento della zona periferica di Caracas, della povertà e delle persone di strada.
I vari salesiani incontrati erano tutti critici (per non dire contrari) con la politica di Chavez. Dicevano che lui pensa di cambiare le cose con il denaro che viene dal petrolio e alla fine sono i suoi amici ad averne vantaggio.
La città di Caracas è una grande area urbana, di 5 milioni di abitanti, con tutti i problemi delle grandi aere urbane dei paesi poveri. Un centro ricco e attorno un’infinità di favelas.

Il diritto alla cittadinanza.

Al Forum ho partecipato a due incontri sul tema della città, urbanizzazione e sfrattati. Nel mondo c’è un impressionante numero di sfrattati, di persone che devono andarsene dalla terra o dalla loro casa: per lasciar posto alle grandi opere, per fuggire alle guerre locali, per catastrofi naturali, ecc…
Gli incontri sono statiorganizzati da l’Alleanza Internazionale degli Abitanti (AIA) e il padovano Cesare Ottolini, che conosco, è il presidente.

Mi sono reso conto di cosa significa avere una casa propria. Cosa significa vivere in una quartiere dove ci sono i servizi. Non avevo mai riflettuto a fondo su cosa significa vivere ai margini di una città, in condizioni inumane, anche se vado spesso in favela.
Noi che viviano in quartieri "per bene", in un mini apartamento o sulle belle pendici dei colli, non sappiamo cosa vuol dire abitare in una periferia dove non c’è niente oltre che la sopravvivenza.
Come possiamo descrivere cosa significa aver diritto ad una casa? Non è solo un tetto, è molto di più. Lo esprimo sotto forma di possibilità.
1) E’poter restare a vivere in un luogo, senza quel senso di precarietà che rende tutto fragile e poter crescere. Solo un luogo stabile permette alla vita di crescere
2) E’ potersi sentire parte di una città, identificarsi, partecipare.
3) E’ poter avere i diritti civili, sociali, politici, culturali.
4) E’ poter costruire una convivenza pacifica pur nella diversità delle presenze.
5) E’poter partecipare alla gestione della città, dare il proprio contributo, costruire relazioni e poter progettare per se e per gli altri.

Queste dinamiche che per me sembrano scontate, sono impossibili da vivere per milioni di persone che per diversi motivi devono andarsene dalla propria casa.
Rispettare i diritti dei cittadini nei luoghi dove vivono è una delle sfide del processo di urbanizzazione, sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo. Mentre nel mondo in via di sviluppo le famiglie lottano per avere un tetto sopra la loro testa, nei paesi industrializzati eventi come le Olimpiadi possono minacciare il diritto dei cittadini ad una vita dignitosa.
Entrambe le sfide sono parte di una sola lotta, hanno detto le associazioni dei cittadini.

Negli ultimi decenni il processo di urbanizzazione ha subito un’accelerazione.
Metà della popolazione mondiale (circa tre miliardi di persone) vivono ora in città e metropoli. Secondo la Banca Mondiale, il numero è destinato a crescere fino al 65% della popolazione mondiale nel 2025.
Un terzo degli abitanti urbani del mondo vive in baraccopoli o è senza casa, secondo il programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani UN-Habitat.
?"Raggiungere entro il 2020 un miglioramento significativo nella vita di almeno 100 milioni di abitanti delle baraccopoli" è uno dei punti degli Obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite.

Ma "la sfida va oltre il miglioramento delle condizioni abitative di una parte di coloro che non vivono in condizioni adeguate; deve promuovere politiche socio-economiche che diminuiscano la crescita della povertà dei
senzatetto", sostiene l’Alleanza Internazionale degli Abitanti (AIA).

L’AIA è nata nel 2003 per lavorare alla "costruzione di un altro mondo possibile a partire dal miglioramento delle condizioni abitative e dei diritti dei cittadini". Sta ora facendo pressioni a livello internazionale
perché venga riconosciuto dalle autorità locali il cosiddetto "diritto alla città".
"La città è uno spazio collettivo di proprietà dei suoi abitanti. Il diritto alla città è la possibilità per tutti i residenti di godere dei diritti umani: una casa dignitosa, una vita salutare e un ambiente sicuro".
"Tutte le persone che risiedono permanentemente o temporaneante in una città hanno il diritto alla città, inclusi gli emigranti e i nomadi", ha detto Ottolini.

Le associazioni dei cittadini e attivisti di comunità stanno diffondendo il documento che loro chiamano la Carta Mondiale del Diritto alla Città.
La carta si basa sui principi di sostenibilità e giustizia sociale. "Noi andiamo oltre al concetto di proprietà privata. Sosteniamo l’idea di una funzione sociale della proprietà. L’interesse sociale dei cittadini predomina sulla proprietà di pochi", ha spiegato Ottolini.

La campagna internazionale "Sgomberi Zero", lanciata dall’AIA al FSM a Mumbai l’anno scorso, ha contribuito a evitare lo sfratto di più di 300.000 persone a Nairobi, in Kenya, spiega l’associazione.

"Il nostro prossimo obiettivo è la conversione dei debiti esteri dei paesi in via di sviluppo in politiche sociali. Vogliamo creare dei ‘fondi popolari per il diritto alla terra e alla casa’ controllati dai cittadini: il denaro ricavato dalla cancellazione del debito potrebbe essere usato per finanziare politiche abitative", ha detto Ottolini.

Ma non è solo la povertà a minacciare il diritto della persone ad una vita dignitosa. Eventi come i Giochi Olimpici sono stati accusati di cambiare drasticamente la faccia delle città ospitanti senza considerare i bisogni reali degli abitanti. A Pechino, in Cina, decine di migliaia di persone sono state sgomberate a forza per costruire le infrastrutture per i Giochi del 2008, accusa Human Rights Watch.

Nascono le Università Popolari urbane
L’Alleanza Internazionale degli Abitanti ha anche promosso la nascita delle Università popolari Urbane. Nell’ultimo decennio le attività promosse dai movimenti sociali e da processi di cooperazione come quelli realizzati nei Forum Sociali hanno attirato l’attenzione sul bisogno di superare la rigida divisione tra teoria e pratica. Mettere insieme i professori di università con quelli che operano nelle associazioni per aumentare la capacità strategica di azione. Le conseguenze pratiche di un tale atteggiamento, sono state di due tipi: da un lato mettere in rete in modo partecipativo ambienti internazionali, accademici e di ricerca le cui attività si intersecano con quelle dei  movimenti sociali. D’altra parte i movimenti sociali stanno approfondendo la percezione di se stessi come capaci di dirigere la loro azione e la loro ricerca sia come fonte di trasmissione di saperi e di consapevolezza che accresce il lavoro, sia come base per migliorare la formazione interna e lo sviluppo delle varie abilità. L’Alleanza Internazionale degli Abitanti (AIA) ha voluto rispondere a questo scenario promuovendo una Università Popolare ‘Urbana’ che abbia come scopo quello di rispondere al bisogno di ricerca e riflessione riguardo una strategia globale di giustizia per la costruzione sociale dell’habitat
e che si occupi delle tematiche relative alla casa e abitabilità.
————– ———————–
Che fortuna avere una casa…
Da Mauro. Caracas 31 gennaio 2006.