Dietro la povertà… il Venezuela di oggi.

Un  vecchio ritornello
In Venezuela il primo commento che ho sentito sulla strada incontrando piccoli imprenditori è che questo popolo non ha voglia di lavorare. Lo stesso ritornello che ho sentito mille volte  tra i veneti parlando del sud Italia o dei paesi che non sono sviluppati. Chi ha voglia di lavorare migliora la propria vita, chi non la migliora significa che non ne ha voglia. Fino ad ora l’unica risposta che avevo è che questo di fatto non era vero, perché in tutti i paesi “sottosviluppati” che ho visitato, le persone si dannano l’anima per sopravvivere e che il pensiero neoliberale moderno fa leva sull’individuo e sul desiderio di guadagno come motore per il cambiamento. Vedo inoltre nei paesi latino americani che metà della popolazione (poveri e miserabili) vive di programmi di aiuto (es.: “Fame zero” in Brasile) che di fatto non cambiano la situazione delle persone, ma ne permettono la sopravvivenza e nel contempo fissano l’abitudine di vivere chiedendo e aspettando gli aiuti del potere statale. Tutto questo mi faceva nascere degli interrogativi su come un paese possa passare da una fase di sottosviluppo ad una di paese sviluppato. Questi interrogativi erano da tempo dentro di me, ma non avevo mai avuto l’opportunità di affrontarli.
In Venezuela uno dei primi giorni sono passato in libreria per comprare una guida del paese, ma non ne ho trovata nessuna decente e allora ho comprato un libro: ”Dietro la povertà” sintesi di una ricerca fatta dai professori dell’università cattolica di Caracas sulla povertà in Venezuela e sul rapporto tra povertà e cultura. Ho cominciato a leggerlo e l’ultimo giorno in cui sono rimasto a Caracas, ho potuto assistere ad una conferenza dove il preside dell’università faceva una sintesi del lavoro di ricerca e del libro. Per me è stata un’ illuminazione e qui vi espongo le idee principali per interpretare la situazione venezuelana e dare nuove chiavi per capire la cultura dei paesi poveri e dei paesi sviluppati.

Pregiudizio
La prima cosa detta nel libro è “l’idea che lo sforzo personale sia la cosa più importante per uscire dalla povertà,  è un pregiudizio”. Le analisi fatte in Venezuela dimostrano che solo una piccola parte della popolazione che ha tentato con il proprio sforzo di uscire dalla povertà c’è riuscita. Lo sforzo personale, come fondamentale fattore per poter cambiare, non porta da nessuna parte se non ci sono altri fattori che collaborano. Tanto per anticipare e capire, sono i fattori socio economici e politico istituzionali. Solo quando questi tre fattori lavorano insieme per lo sviluppo, un paese cresce. La ricerca ha dimostrato inoltre come il fattore educativo e cioè la scuola sia una chiave importante per  mettere in moto una nuova mentalità che porta al cambiamento. Questo discorso mi aiuta a capire perché l’Italia pur non avendo molte risorse naturali è un paese sviluppato.

Giustizia o banda di ladri.
La prima cosa che ha detto il gesuita rettore dell’università cattolica è stato ribadire il ruolo della politica. Metà della popolazione Venezuelana è povera e questo è uno scandalo. Unico senso della politica è fare giustizia, altrimenti è solo una banda di ladri. La frase mi ha colpito molto e già introduce all’analisi di come si è sviluppata la storia di questo paese e della concezione del potere politico.

La povertà in Venezuela,
ovvero come poter cambiare la vita di 12 milioni di venezuelani. Ripercorriamo la storia.

Assenza di una cultura produttiva
Il primo fattore per capire la povertà del Venezuela è la distorsione della cultura produttiva negli ultimi 80 anni. La scoperta del petrolio in Venezuela nel 1880 e la sua produzione a partire dagli anni 20 del secolo scorso, fino a diventare il secondo produttore mondiale, ha fatto in modo che si disprezzassero tutti gli altri tipi di produzione. Questo ha una origine ancora più profonda, la mentalità coloniale (leggi feudale), dove i ricchi sono i proprietari e i poveri coloro che lavorano (si sporcano le mani). Il ricco in Venezuela neanche controllava il lavoro, c’era il maggiordomo, il suo mestiere era passare il tempo divertendosi con il ricavato. I figli dei poveri non potevano studiare, non serviva.

Educazione per mantenere lo stato coloniale
Il secondo fattore riguarda il problema dell’educazione. Nella nostra cultura moderna l’educazione è vista come mezzo di produzione. In Venezuela studiavano solo quelli che non producevano. La rivoluzione scientifica moderna ha fatto dell’educazione un orientamento alla produzione, cioè la scienza e la tecnica sono viste in funzione della trasformazione della realtà. In Venezuela invece chi studiava era solo per occupare il posto dei genitori dentro un ruolo statale o nella famiglia. Come risulta da un diario di viaggio di un francese del 1804, I ricchi proprietari venezuelani visitavano le proprie terre per fare le ferie e non per conoscere come funzionava la proprietà e si vantavano per il fatto che dei problemi della conduzione dell’azienda c’era un maggiordomo. L’educazione serviva per continuare a dominare, non per far crescere il paese. Ci sono state varie dittature, si sono succeduti governi, ma la cultura non è cambiata. Nel secolo XIX° non ci sono stai investimenti nell’educazione per cui ci sono quasi due secoli di vuoto.

Cosa significa: il paese è ricco.
Perché la gente possa vivere c’è bisogno di produrre. L’idea che il bianco è buono e bravo e l’indios non ha voglia di lavorare (in spagnolo Flojo=floscio, fiacco) è un pregiudizio. Né razza, né religione determinano la povertà  o la ricchezza. Ci sono due modi per concepire la ricchezza nazionale. La prima dice che un  paese è ricco quando ha oro o risorse naturali come il petrolio e si può vivere del ricavato. L’altra idea dice che la ricchezza di un paese sono le persone e ciò che producono. Il Venezuela è un paese ricco nel primo senso, perché c’è il petrolio. Però, mentre il paese è ricco la maggioranza delle persone sono povere e si insinua l’idea che nel mezzo ci deve essere qualcuno che ruba, i partiti di ieri e di oggi. In questa visione lo Stato dovrebbe essere un buon distributore della ricchezza e così le cose andrebbero meglio. Però in altri paesi del mondo si è investito sulle persone e sulla loro testa. I paesi poveri in risorse naturali hanno scommesso sul talento della gente e questo è  stato il loro investimento economico.

Distorsione politica
Il Venezuela permane in una visione della società feudale, dove si producono vassalli e la ricchezza è distribuita tra i collaboratori. La società ne ha un beneficio minimo. Nella visone moderna lo stato amministra i soldi di tutti e per questo le persone hanno il diritto di controllare come viene amministrato il denaro. Nel Venezuela lo stato amministra i soldi ricavati dal petrolio e le persone non hanno nessun diritto a controllare, non sono i loro soldi. In Venezuela c’è una distorsione istituzionale, dove il potere controlla e si auto distribuisce la ricchezza che viene dal petrolio. Inoltre l’idea che il paese è ricco fa si che i ricchi non hanno nessun interesse nel produrre ricchezza, mentre i poveri avrebbero questa ossessione, ma non hanno possibilità.

La cultura dei poveri o meglio dei non moderni.
Da varie ricerche fatte si è cercato di capire quali sono le differenze di cultura o meglio di pensiero tra le persone di un paese sviluppato e quelle di un paese sottosviluppato o non moderno. Sono state trovate tre caratteristiche che qui descrivo nei loro estremi anche se poi in ciascuno di noi le sfumature sono molte.
1)Locus (luogo) di controllo interno contro locus di controllo esterno. In un paese moderno le persone pensano che sono loro a decidere della loro vita e della società. Si sentono responsabili di sé. Le persone di un paese non moderno pensano che nulla dipende da loro, che la vita è impossibile da controllare e quindi la loro vita dipende da fattori esterni, dal caso, dallo Stato, dai potenti, ecc..
2)Disimpegno contro ascrizione. In un paese moderno le persone sanno che fanno carriera se il loro rendimento e le loro capacità sono migliori degli altri. Si cresce in base al merito. Non importa dove sei nato o di chi sei figlio, ma conta se sei o no il migliore. Nei paesi non moderni si sa che si fa carriera se sei figlio, amico o parente di qualcuno. Non sono le capacità, ma i legami di parentela che determinano la ricchezza delle persone.
3)Universalismo contro particolarismo. In un paese moderno le leggi sono universali, sono uguali per tutti. Non si fanno favori perché sei amico di qualcuno. Solo nella propria casa si possono usare criteri personali. Nel campo pubblico, le leggi sono universali e quindi non possono contemplare i legami parentali. Nei paesi non moderni tutto viene trattato con criteri parentali o personali.

Venezuela paese non moderno
Il Venezuela è un paese non moderno perché il suo modo di pensare sia alla base che in chi governa rispecchia la mentalità non moderna. La ricerca dimostra che il 50% dei ricchi venezuelani ha una mentalità non moderna e il 60% dei poveri ha una mentalità moderna. I poveri vorrebbero migliorare la loro vita, ma non ci sono le condizioni esterne (educazione di produzione, economia, istituzioni politiche) per poter mettere in atto un percorso di crescita. I ricchi che hanno governato fino ad ora hanno pensato solo a dividere la torta di denaro che viene dal petrolio. L’istinto che porta verso l’interesse personale, il guadagno, motore della crescita, è stato usato dai potenti solo a scopo personale e anche l’ideologia nazionalista (il grande Venezuela) è solo demagogia e non difesa e crescita di tutta la nazione.

Non basta la buona volontà
Da quest’analisi si capisce che non è sufficiente avere buona volontà per cambiare la vita, ma ci sono condizioni educative, culturali, economiche e istituzionali che concorrono alla crescita di un paese. Questo mette in evidenza che mentre nel pensiero comune, anche qui in Venezuela (non solo in Italia), tutti dicono che la cosa importante è avere buona volontà, di fatto è un’illusione e un pregiudizio. Solo se ci sono vari fattori una società cresce. Certo una persona  può avere successo (uno su mille ce la fa), ma qui parliamo di una società, una nazione. Un paese dove ci sono 7 milioni tra disoccupati e sottoccupati. Se nei paesi moderni la dignità è legata al lavoro e alla produzione e ad un’educazione, dobbiamo dire che il Venezuela è un paese che non dà dignità al suo popolo.  

Mentalità matriarcale
Un’ altra cosa interessante è la mentalità matriarcale. In Venezuela come in tanti altri paesi poveri (anche il Brasile) chi regge la famiglia sono le donne. Gli uomini fanno figli e se ne vanno, poi ne vengono altri. La famiglia è formata da una donna e dai suoi figli e da un uomo che provvisoriamente si trova in casa. Se uno dei figli ha successo, la madre reclama che aiuti tutta la famiglia. La ricerca ha messo in luce che tutti coloro che hanno avuto un miglioramento di vita hanno dovuto rompere con la famiglia, dimenticarsi della madre e dei fratelli. Questa cosa l’ho vista anche in Brasile, anche tra tanti giovani che conosco, che quando guadagnano qualcosa non lo usano per costruire il loro futuro ma lo danno alla madre per le necessità di tutti. Mai uno farà grandi miglioramenti nella sua vita se si deve sobbarcare tutti i fratelli e la propria madre. E’ terribile vedere come, nell’assenza di un padre, è il figlio maggiore o i figli che guadagnano a sobbarcarsi le spese della famiglia.

E adesso Chavez
Questa analisi che ho fatto, ha però una novità, non citata nella ricerca ed è il cambiamento avvenuto con la vittoria di Chavez. La prima cosa che il presidente ha fatto è stato  spazzare via la vecchia oligarchia. Demonizzare la proprietà privata valorizzando le cooperative. Investire in educazione abbattendo l’analfabetismo e aprendo l’università a tutti. Sta cercando di combattere la corruzione (cioè l’uso parentale del potere che è ancora fortissimo in Venezuela), mettere dentro alla mentalità della gente che adesso le opportunità si stanno creando e per chi vuole avviare una produzione cooperativa, lo stato mette a disposizione il denaro per iniziare.
Il Venezuela sembra entrato in una nuova fase. E’ dovuto apparire un Chavez ad incarnare e tentare un cambiamento che mai la vecchia classe dirigente avrebbe permesso. Chavez ha vinto perché ormai la povertà era insopportabile e questo a causa di un’ oligarchia cieca verso il suo popolo. Questa cosa la dicevo anche alle persone che erano contrarie a Chavez e loro mi rispondevano che prima loro stavano meglio, erano più ricchi, difesi e godevano maggiore sicurezza. Cambiare è difficile per tutti.

 
Mauro Furlan- Rio de Janeiro 26 febbraio 06