Esigiamo e facciamo altra democrazia

di don Pedro Casaldáliga
 
Questo scritto è un nostro estratto, da noi tradotto,  della presentazione dell’ "Agenda latinoamericana 2007".

Questa edizione del 2007 affronta uno dei temi maggiori, la democrazia.  Portata e innalzata, parola pubblica quasi tanto profanata come la parola amore o come la parola Dio, parola scritta, detta, giustificata con tutte le verità e tutte le menzogne. La rivista Nuevamerica ha aperto il suo numero dedicato alla democrazia con questa puntuale affermazione: "In un contesto in cui vediamo il presidente nordamericano appropriarsi del termine  democrazia per giutificare le sue politiche di intervento militarista, si fa necessario, senza dubbio alcuno, ridiscutere questo concetto che assume, ogni volta di più e in molte volte contradittorio, carattere polisemico (=che acquista più significati diversi a seconda dei contesti,ndt)".

Di che parliamo quando parliamo di democrazia? La democrazia attuale, che è la forma politica comune dell’Occidente, in che cosa è o non è democrazia? "Votare, tacere e guardare la TV", come ha detto un comico? La democrazia che conosciamo, per la maggioranza è soltanto democrazia fondamentalmente elettorale e  con tutte le restrizioni  imposte dal capitale e dai suoi mezzi di comunicazione. Non è democrazia economica, ne’ democrazia sociale, ne’ democrazia etnico culturale. Non è democrazia partecipativa; è, quando è molto, delegata o rappresentativa; ma rappresentativa di quali interessi e delegata con quali controlli?

E’ una democrazia che nausea e indigna. Qualcuno ha già parlato di "fatica democratica". Classificandola in una lista, la giornalista Katrina van den Heuvel, nel suo Dizionario del Repubblicanesimo, la definisce come "governo di corprazioni, rivolto alle corporazioni e per le corporazioni" e Pablo Gonzales Casanova, come "una democrazia di pochi, con quei pochi e per quei pochi". Quello di "governo del popolo, con il popolo e per il popolo" evapora in populismi illusori e sarcasmi neoliberali.

"Agenda", evidentemente, non pretende condannare "la democrazia". Contesta categoricamente "questa democrazia" che abbiamo. E, con milioni di persone che sognano "un altro mondo possibile", vuole esigere e aiutare a fare "altra democrazia".

Parlando di "altro mondo possibile" crediamo che ogni volta di più è ora di dare il passo  d’affermare questa possibilità, a esigere e fare quest’altro mondo, come necessario e urgente.  Esigiamola come un diritto fondamentale delle persone e dei popoli, in tutte le latitudini.  Perché esigiamo  per tutte le persone e per tutti i popoli  i diritti basici e quelli complementari. Non possiamo accettare una democrazia-privilegio, una democrazia-del-primo-mondo; meno ancora, una democrazia-imperiale, "nel mirino del revolver" come ironizzava Jesse Jackson. Gli indigeni presenti al Forum Social Mundial di Caracas propugnavano enfaticamente "la decolonizzazione della democrazia".

Abbiamo bisogno di lei e esigiamo "socializzarla". Se gli specialisti non sanno coniugare democrazia e socialismo, peggio per loro… Il professore di Storia  Agustì de Semir riconosceva che la democrazia attuale è, di fatto, "la forma politica del Capitalismo". Per sua voce il socialogo Herbert José de Souza -l’indimenticato Betinho-, in un corso per vescovi latino-americani, ci ricordava  l’antagonismo essenziale che esiste tra democrazia e liberismo, tra democrazia e capitalismo. Né il capitalismo né il liberismo, spiegava, possono pretendere la democrazia realmente popolare, partecipativa, egualitaria, fraterna, mondiale. "Il liberismo", diceva, "perché  promette una eguaglianza astratta con la disuguaglianza reale" e il "capitalismo perché è poggiato sulla disuguaglianza e sulla disuguaglianza crescente".

La democrazia che noi difendiamo non solo può  essere "socialista", ma deve essere "socialista". O si socializza la partecipazione di tutte le persone e di tutti i popoli nei diritti alla vita, alla dignità, alla libertà, all’alterità, o non ci sarà né democrazia né pace. Nel modo in cui vediamo andare la democrazia in Occidente  può essere una buona lezione per non identificare  a priori una società democratica con una società veramente umana.

Affinché la religione non sia più un grande nemico della democrazia, come è stato detto con frequenza e come è, perfino Dio deve essere "democratizzato" in altro modo. La stessa abitudine di vita religiosa della fede di deve aprire al dialogo nel pluralismo e deve condividere un’azione rivolta alle grandi cause comuni della vita di ogni essere dell’universo.

"Esigiamo" un’altra democrazia, ma pure promettiamo di "fare" quest’altra democrazia. Non ci sarà concessa: dovremo conquistarla. Dobbiamo essere personalmente democrazia per aiutare a fare socialmente questa democrazia altra. Seguendo la regola vitale del giorno dopo giorno e in ogni luogo. Essere democrazia in famiglia, con i vicini, per strada e nel lavoro, nelle comunità di fede e nel partito o nel sindacato o nell’associazione.  La democrazia entra in tutte le vite umane e in tutte le culture.  Tutti i tamburi, tutte le campane, tutti i gong, possono e devono convocare alla democrazia integrale, alla cittadinanza universale.

Pensando liberamente, criticamente, autocriticamente e praticando coerentemente, daremo credibilità alla nostra convinzione: "un’altra democrazia è possibile". Perché questo mondo gravemente ferito, confuso e, allo stesso tempo, ostinatamente sognatore, sia veramente casa felice di un’Umanità fraterna.

 
 
don Pedro Casaldáliga, Vescovo Emerito della Prelatura di São Félix do Araguaia (MT) è uno dei maggiori militanti brasiliani per i diritti umani.