Fazer o quê

Vorrei tanto raccontare la storia di Maria e della sua famiglia. Non ne sono capace. Non so da che parte incominciare. E dire che ci ho provato tante volte e sempre sotto un’ottica diversa. Scrivo allora come se mi rivolgessi a lei direttamente, e così, ipocrita come al solito, forse riuscirò a dire tutto quello che sento e che non le ho mai detto. Non seguirò l’ordine cronologico, ma quello dei ricordi accumulati in tanti anni, delle sensazioni indelebili che plasmano, nel bene o nel male, il mio modo di essere; riconosco che è un metodo severo ma che allo stesso tempo può trasformarsi in condiscendente e conciliatore. Chiedo scusa dunque se dirò cose che non dovrei e se i termini usati saranno nudi e crudi. Voglio per lo meno che siano veri.
Provo da un secolo, senza successo, ad obbligarmi a farti piacermi, ossia a provare simpatia e stima per te. In questo senso faccio molto più fatica di quella che fai tu. Infatti mi hai sempre accolto a casa tua a braccia aperte, capirai, tutti quelli che vengono da fuori possono sempre portarti qualche cosa: offerte di  lavoro, cestas basicas (lo scatolone dell’ausilio alimentare), medicine, favori in genere, vantaggi e donazioni di ogni sorta.  Forse sarà stato il primo impatto visivo, la prima impressione, quella che non si scorda mai. Capelli grigi rasati da prigioniera di Auschwitz, pochi denti, una certa aria altezzosa, come a dire: abito in favela, in questa baracca di assi di legno e cartone, ma non c’entro niente con questa gente. Forse il problema era proprio questo, la tua casa. Entrarci è una impresa degna di Indiana Jones. Scavalcato il primo fosso di fogna a cielo aperto, il fosso comune che attraversa la favela fino in fondo, quello dove i bambini ci giocano a tirare i sassi, apro un cancelletto malconcio che uso per ripararmi dagli attacchi di un cane incatenato. Cane? No, mostro. Ammalato, senza pelo, in perenne mutazione genetica: beve l’acqua del fosso e si ferisce col filo di ferro che lo lega, un occhio infetto quasi fuori dalla sua orbita, mi vuole mordere. Un vicolo, largo poco più di un metro conduce alla porta di casa tua, là in fondo. Una tavoletta di legno copre come può una fossa straripante di escrementi. Normalmente formano una enorme pozzanghera viva che aumenta proporzionalmente all’uso del water. Quando piove invece diventa una diramazione del fosso principale e il vicolo un affluente. Non c’è niente da fare, per entrare in casa tua devo pestare nella merda. La pulizia e l’ordine sono qualità personali, abitano la dignità di ciascuno, non hanno niente a che fare con la povertà di mezzi. Sono entrato in baracche miserabili ma così in ordine, così organizzate da sembrare palazzi principeschi. Basta poco, piegare i vestiti ad esempio, separare la roba sporca. Basta poco per lasciare anche una stanza tre metri per tre, una baracca senza finestre, impeccabile. Più lo spazio è piccolo e più bisogna organizzarlo e mantenerlo. A casa tua no. I letti sempre disfatti, i piatti unti abbandonati dove capita, il bagno origine dei mali del mondo, mutande sporche buttate dappertutto. Tuo marito prigioniero al letto da anni, non cammina e non ci vede quasi più. Gonfiori articolari, piaghe da decubito, infezione urinaria, parassiti, vive, sopravvive. Si strofina per grattarsi le ferite purulente nel legno della parete fino ad aprirsene delle altre. Dice che niente di male gli potrà mai accadere perché la noce moscata che si porta legata al collo con uno spago lo protegge dal malocchio. Fazer o quê… Che ci vuoi fare, ripeti come un intercalare automatico ogni quattro parole che mi dici, sia quando parli della malattia del marito, sia quando urli e picchi il cane che mi vuole mordere. Fazer o quê. Tre figli Maria, tre ragazzi, sedici, quattordici e undici anni. Il più vecchio racconta che fino all’altro giorno giocava nella stessa squadra di Robinho ( sì, proprio lui, Robinho, idolo prima nel Santos e oggi nel Real Madrid). Quello di mezzo si rompe una spalla cadendo dalla bicicletta. Niente di grave, la rimettiamo a posto in poche settimane. Alla morte del padre lo vedo insieme agli amici, appoggiati al muro del cimitero con lo sguardo truce. Li ho visti crescere, li conosco per nome, cognome e soprannome. Mi guardano da lontano. So tutto, so che ormai fanno parte della piccola manovalanza criminale, si sono trasformati in "avião" in messaggeri della droga, l’ultimo anello della catena dello spaccio. Mi scrutano, è una sfida per vedere se mi piego al loro "potere" e se li saluto con rispetto. Non resisto, mi avvicino e comincio a  prenderli a sberle e calci in culo, uno per uno. Nessuno osa reagire. Anzi sotto i ceffoni e le parolacce che mi escono spontanee, dal profondo di me stesso (quasi fossi io il Grande Lombardo), mi chiedono scusa mi abbracciano e mi richiamano dopo tanto tempo "Tio", zio. Lo so, non avrei dovuto, non si fa, non è educativo. Ma non ci ho visto più. Le mie sberle erano per loro ma anche per quel maledetto "fazer o quê" sentito mille volte dalla bocca dei loro genitori, le mie sberle erano per tutti quegli adulti a cui erano affidati, e che invece li hanno rovinati tutti, senza eccezioni. Non è facile per un ragazzino venire molestato da un pedofilo vestito da angelo e poi doverci convivere gomito a gomito per anni, mantenendo il segreto e la vergogna con l’amico che sa benissimo cosa prova, perché lo ha sperimentato, e si vergogna così tanto di se stesso da voler auto distruggersi con la droga e con l’alcool.
Dicevo, Maria, che non mi piace entrare in casa tua, ma ci sono venuto mille volte. Ogni volta che ho messo piede alla favela. Dimostri sempre un grande entusiamo ad ogni iniziativa che il nostro gruppo propone. Non ne partecipi mai a nessuna. Una notte mi telefoni che sono le due. Mio marito sta male, dici. Vuoi che lo venga a prendere e lo porti in ospedale. No, Maria, non vengo, è notte, abito dall’altra parte della città, chiama l’ambulanza, rispondo. Non è crudeltà la mia, dire no è l’unico modo che ho per far sì che nessuno si appoggi su di me, che nessuno mi chieda aiuto. Dobbiamo essere e lavorare alla pari noi due. Così come tu non sei a mia disposizione, non lo posso essere neanch’io. Non porto la cesta basica, non do la seggiola a rotelle, non distribuisco medicine gratis e neanche ti faccio passare avanti nella fila per l’iscrizione nella lista di ausilio-autobus dove si ottiene il trasporto pubblico gratuito per disabili. È facile chiedere, chiedere, chiedere, sempre. È facile. La miseria non scusa il "fazer o quê" che esce dalla tua bocca anche quando cerchi di giustificarti per non esserti fatta viva con la psicologa che si era resa disponibile per seguire te e il tuo figlio di mezzo, dopo che era uscito dalla Febem (il carcere minorile) in libertà assistita. Aveva rubato una macchina e sequestrato l’occupante. Insieme a due balordi, per farsi bello agli occhi dei capoccia del traffico, si  è imbarcato in questa avventura senza futuro e ha assunto pure la responsabilità di nascondere l’arma per cercare di dimunire la pena al suo complice. Fazer o quê, cosa ci vuoi fare, ho molte cose, molti problemi da risolvere, i piatti da lavare, oggi piove, la bolletta da pagare e dalla psicologa non mi sono fatta viva perché è lontana e devo prendere l’autobus, mi presti un po’ di soldi? No, Maria, niente soldi, non sono come quel pedofilo di cui sei amica che ti regala soldi e ceste alimentari per poter smanacciarsi liberamente i tuoi figli. Io non ti do niente. Se vuoi, andiamo insieme dal giudice dei minori, propone Edith, sulla soglia del vicolo con un piede nella merda. Se vuoi, ti propongo, andiamo insieme ad iscrivere tuo marito nei programmi di trattamento domiciliare del comune. Fazer o quê, mi dici all’ospedale quando ti comunico che tuo marito è grave e che stavolta probabilmente non ce la farà. Fazer o quê, continui a dire quando senza volere racconti che ti sei messa a trafficare droga pure tu per avere qualche soldo in più e mantenere i tuoi figli. Per far vivere i figli tuoi ti sei messa ad uccidere i figli degli altri. Fazer o quê. L’altro giorno quando ho saputo che il tuo più grande, quello che giocava con Robinho, è diventato un alcolizzato cronico, mentre mi raccontavano la disgrazia di quello di mezzo, ormai capoccia e pericoloso trafficante, con le lacrime agli occhi mi veniva da dire Fazer o quê. Eppure sembrava che uno spiraglio di speranza fosse apparso quando avevi sostituito le assi di legno della vostra baracca con solidi mattoni, quando avevi alzato il soffitto in modo che non ci sbattevamo più la testa, quando avevi tolto il groviglio dei fili elettrici penzolanti, quando avevi comprato un coperchio per il tombino della merda. Eravamo contenti con te e, forse per quieto vivere, non ci domandavamo dove avevi trovato i soldi. Oggi lo sappiamo. Fazer o quê.
E qui mi fermo. Pensavo che i ricordi accumulati e le sensazioni indelebili mi aiutassero a chiarire dentro di me, le ragioni di una vita animalesca come la tua, Maria. Animalesca sì, avevo avvisato che sarei andato giù duro. Non si può giustificare tutto col metro dell’ignoranza e della miseria. Non voglio più cercare di comprendere la ragion per cui: un eterno psicodramma buono solo a produrre più dubbi che risposte. Maria, non è stata la miseria che ha rovinato i tuoi figli e che ha ucciso tuo marito, sei stata tu. Avevi tutto in mano, hai preferito la strada più facile. Come è andata a finire lo sai.