Giocare differente – un giorno alla Mangueira

Ritorno a scrivere dopo sei mesi di silenzio. Bisogno di una pausa, ritmi di vita frenetici, poca voglia di scrivere, non so bene il motivo.
Sono a Rio de Janeiro e continuo a partecipare alle attività della associazione, ad ascoltare racconti di vita, incontrare amici, leggere, confrontarmi, interrogarmi, tessere fili di nuovi cammini. Dai finestrini degli autobus continuo a godere dello spettacolo che mi offre questa città. Mi è piaciuta una frase di un poeta riportata su un giornale che dice: il meglio di Rio de Janeiro sono i tunnel, per riposare dal paesaggio. E’ vero. Rio è bellissima, ma a spesso il suo paesaggio fa male agli occhi, ferisce il cuore. Io so quanti suoi figli sono sacrificati ogni giorno per le strade di questa città. Gli occhi vorrebbero riposare dal vedere la violenza che si mostra senza vergogna nei poliziotti super armati e nei narcotrafficanti. La violenza ormai diventata sistema di vita ingoia i cittadini di questa città, li condanna a respirare questo clima. Da un lato ci sono le persone che vivono nella paura continua di essere assaltati e dall’altro giovani che fanno della violenza il lato giusto della vita sbagliata.
I bambini delle favelas, ignari, nascono in mezzo a questo stile violento di vivere, dove gli spari sono il terrore e i banditi il modello.

La Mangueira è una delle più conosciute favelas di Rio. Culla del narcotraffico, sede storica del Comando Vermelho. Ci abita Thiago e sabato 2 dicembre, nella zona chiamata Olaria, aveva organizzato una festa dedicata ai bambini. Ci sono andato con Martina.

Thiago mi aveva spiegato che l’obiettivo della festa era coinvolgere i tanti bambini del quartiere con dei giochi diversi da solito gioco di imitare i narcotraffico. Voleva far vivere ai bambini la scoperta e la gioia di giochi mai fatti.

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Il dominio assoluto del narcotraffico in favela conquista involontariamente anche l’universo immaginario dei piccoli.
I bambini vedono ogni giorno le persone coinvolte nel traffico – eufemisticamente chiamano “firma” (impresa)- vendere i pacchettini di droga, girare con le armi in spalla, dialogare con gli abitanti decidendo della loro vita, applicare la loro legge, uccidere i traditori, rispondere con le armi alle invasioni della polizia.
I bambini subiscono passivamente la violenza della vista di persone morte e coperte di sangue. Essi ripetono nel gioco tutto quello che vedono e sentono: una ben più pesante versione del “guardia e ladri”, “indiani e cowboy”. Non serve la televisione, non servono i film, non servono i video giochi: questa dinamica è già presente in tutte le favelas di Rio, tanto che ci sono state iniziative per sostituire le armi giocattolo con altri giocattoli. Inchieste giornalistiche e studiosi facevano notare come i bambini riescano ad imitare alla perfezione tutte le scene, i gesti e il gergo tipico del traffico.

Thiago non accetta questa situazione, lui sa cosa vuol dire passare dal gioco alla triste realtà. Comunicando questo suo disagio a Mary, amica vicina di casa, ha visto che pure lei desiderava fare qualcosa ed insieme hanno organizzato una giornata speciale. Hanno dovuto chiedere il permesso ai trafficanti per poter usare lo spazio di una delle strade di accesso alla comunità che è pure uno spazio dove si vende la droga. I trafficanti oltre a dare il loro assenso volevano anche pagare la festa: sono fatti cosi, vogliono dimostrare di essere buoni con la comunità… Thiago e la sua amica hanno rifiutato. Hanno cercato prima di tutto aiuto nella comunità stessa, chiedendo alla gente di offrire latte e biscotti per la colazione dei bambini e poi hanno chiesto ad altri di contribuire in modo diverso. Offrire da mangiare è sempre la forma per attirare la gente, la porta di entrata per qualsiasi iniziativa. Senza cibo e bibite, non si va da nessuna parte.
Martina ed io arriviamo alle 8 e 30 di mattina mentre si stanno svolgendo i preparativi. La festa si svolge nell’unico spazio aperto e un poco ampio che c’è nel quartiere, è pure la strada di entrata alla favela ma oggi è chiusa alle macchine, oggi è solo per i bambini.

Il grande impianto stereo con casse enormi invita i bambini che ancora sono in casa a venire alla festa perchè la colazione è pronta.
Diamo una mano nei preparativi. Con dei coni di plastica isoliamo la zona di gioco e creiamo un corridoio in modo che la gente che deve passare o lavorare possa continuare la loro attività senza disturbare i bambini.
Tutti in fila per la colazione poi a seconda dell’età i bambini vengono divisi e i giochi si possono cominciare.
Ai più piccoli si danno colori e fogli di carta, i più grandicelli fanno un gioco chiamato “vivo o morto” (quando si dice vivo si deve stare in piedi, quando si dice morto ci si deve accucciare).
I bambini che partecipano ai giochi sono più di 80 e non stanno mai fermi. Vogliono partecipare tutti allo stesso momento, è difficile stabilire dei turni e dare delle regole. Roberta, una ragazza italiana che ha aiutato Thiago ad organizzare, gioca con le bambine e vedendole quasi tutte con una minigonna le invita ad andare a mettersi degli abiti più adatti ai giochi.
Alla fine della stradina stanno i trafficanti, un giovane con un fucile mitragliatore e l’altro con la borsetta piena di dosi di droga. Mary, l’amica di Thiago chiede al terzo uomo, il capo, di mettersi meno in evidenza e non troppo vicino ai bambini. La ascoltano e si fanno un po’ da parte. Il capo camminerà più volte su e giù con la mitraglietta sotto il braccio durante la festa, mentre tutti indifferenti continuano a giocare.
I bambini hanno dei volti bellissimi e osservo il colore della pelle: 99% è nero o mulatto.

mangueira2La musica è a tutto volume e spesso diventa il motivo del gioco invitando i bambini a ballare.
Qui mi viene da fare una associazione.
Spesso ho sentito parlare di “resistenza” dei popoli sfruttati. Come hanno resistito i neri in Brasile per non cedere completamente al dominio del bianco? con che forme di sopravvivenza culturale? La musica.
Per quelli che vivono in favela è la loro forma di resistenza. La Mangueira è poi una delle culle del Samba. E’ una delle più famose scuole di Samba e qui sono nati compositori famosi, qui si porta avanti una tradizione. Il Samba è il volto della resistenza di questo popolo allo sfruttamento patito rispetto al resto della società. La musica diventa il luogo dove si elabora la difficoltà del vivere, ne esce un canto dove la vita è trasfigurata. Il Samba è il respiro di un popolo liberato dalla soffocante pressione del dolore quotidiano. Ballare diventa lo spazio della libertà, della festa, della vita che si celebra, dove la quotidianità con tutta la sua dose di sofferenza sparisce. Nel Samba la vita si trasforma.
Mentre faccio questi pensieri, lo sguardo è attratto dalle striscioline di carta verde rosa, colori della scuola di samba della Mangueira, contro l’azzurro del cielo. L’effetto è bellissimo. Più in alto, un sole accecante.

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Entrare in una favela significa aprire la porta di un universo culturale a sè. Un formicaio di persone che vivono in relazione stretta tra di loro, costretti a conoscersi, l’intimità ha spazi molto ridotti, la vita non si può sottrarre. Quando eravamo arrivati al mattino Thiago era venuto a prenderci all’entrata della favela e poi era salito su per la stradina con noi dietro e mentre salutava tutti, ci presentava. Solo se accompagnati si può entrare senza problemi.
In favela non valgono le leggi di fuori, il potere pubblico si fa presente solo per le elezioni. La vita viene regolata da altri codici, il narcotraffico è la legge. Uno straniero che entra in favela vede le case una appiccicata all’altra, vede vicoli e scale e fili elettrici, può vedere anche i narcotrafficanti, ma ha bisogno di tempo per sapere come sono le relazioni e quali sono le regole.
Quando la polizia entra in favela non ha davanti dei cittadini ma pensa che siano tutti banditi, entra nelle case senza un permesso, spesso uccide innocenti e non viene fatta nessuna inchiesta. La favela è il territorio controllato dal nemico, in questo Brasile in guerra. Vivere in favela dipende dalle relazioni e dagli scambi di favori, nel senso che -in favela- puoi vivere perché qualcuno garantisce per te, familiari e amici sono la tua garanzia. Loro ti difenderanno di fronte alla legge e al narcotraffico. Thiago è il nostro salvacondotto.
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La festa continua e arriva presto l’una del pomeriggio. Più tardi le mamme potranno incontrare una psicologa che parlerà loro di salute e prevenzione. Intanto è pronto il “cachorro quente” (hot dog) e le bibite. Tutti i ragazzini mangiano.
Poi i giochi riprendono con la corsa nei sacchi che molti bambini non conoscono. Tutti vogliono partecipare, qualcuno cade male sull’asfalto, ma niente di grave. E poi la musica di “Xuxa” l’idolo dei bambini.

Arrivano presto le tre del pomeriggio e la festa si chiude. Accompagnati da Mary, andiamo a salutare Roberta che in un altro luogo della favela sta facendo l’incontro con le mamme. Le donne sono quelle che più facilmente e con maggior sensibilità accettano di incontrarsi. Organizzare e formare le donne è il fuoco di tante associazioni che scommettono nel genere femminile la possibilità di un cambiamento.
mangueira5 Passiamo veloci per i vicoli. C’è gente che sta comprando droga o sniffando, e giovani armati controllano il tutto. Camminiamo stando appiccicati alla persona che ci accompagna e guardiamo sempre dritto davanti noi. Abbracci e arrivederci. Le persone ci ringraziano per la nostra presenza e noi ci complimentiamo per l’iniziativa.
Usciamo dalla favela e camminiamo più distesi per la strada fino all’arrivo di un taxi.
Thiago e la sua amica con questa iniziativa hanno voluto porre un segno dal duplice significato. I bambini possono giocare in modo diverso, possono semplicemente giocare. Gli adulti possono organizzarsi anche senza dipendere dai trafficanti. Si! Ma un segno è solo un inizio, una possibilità aperta, la possibilità di un cammino. Ma la strada attende di essere percorsa.

Mauro