HUELGA DE HAMBRE

La Bolivia è una realtà completamente nuova per me. Usi, costumi, storia, situazioni, parole: tutto è nuovo. Come in ogni viaggio i miei sensi sono sempre all’erta, tesi a cogliere differenze, suoni, sapori, colori, forme, parole e il loro significato. E’ entrare in un mondo tutto da scoprire e decodificare, partendo dai miei codici per poi entrare dentro visioni diverse dalle mie.
Così pure ogni spiegazione e testimonianza di Juan Pablo, professore universitario licenziato dall’ università lo scorso agosto per aver denunciato il rettore. Nel tempo che rimarrò qui a Santa Cruz, Juan è la mia guida.

Juan Pablo
"Venerdì vado a San Miguel, 400 km da qui", mi dice Juan Pablo, "vado a fare la
valutazione dei maestri perché possano avere un titolo riconosciuto e pagato come quelli della città. Ricordi? Alcuni mesi fa ti avevo scritto che stavo facendo lo sciopero della fame".
Io non me lo ricordavo, comunque lo invito a raccontare.
"Ogni anno Qui a Santa Cruz si svolge la prova di ingresso per entrare all’università e studiare e diventare maestro delle elementari (3 anni) o professore delle scuole superiori (5 anni). I giovani iscritti sono di solito 20mila e ne vengono valutati idonei 2 mila. Pensa, 18mila sono rifiutati! Mi sono accorto che questo non dipende dal fatto che i giovani non accettati non sanno le cose, ma perché le domande sottoposte ai candidati durante l’esame sono adatte a persone della città e non a giovani che vivendo in campagna hanno ricevuto una formazione che parte dalla loro vita. Io conosco il popolo che vive nelle zone rurali e lotto per una scuola diversa, basata sull’apprendere e non sull’imparare, dove l’importante non sia il nozionismo, ma sviluppare competenze. Ecco, per me bocciare 18 mila alunni che vengono dalla campagna è un’ indecenza. Da tempo sto lottando perché cambi il sistema di valutazione tenendo conto delle differenze e non si omologhi tutti al “sapere” dei ragazzi di città".
Juan Pablo, si accende e parla come stesse facendo una lotta.

La lotta per una scuola diversa e contro un sistema curricolare che esclude.
Il suo discorso prosegue.
"Tutto cominciò nel gennaio del 2005, quando mi resi conto che il sistema di ammissione era escludente per i giovani che venivano dalla campagna. Ho denunciato l’ingiustizia. La cosa non vale per le università private dove basta avere soldi, ma i giovani che vengono dalle zone rurali non ci possono andare.
In giugno del 2005 i giovani hanno organizzato delle proteste, fatto delle marce, ma niente è cambiato.
In ottobre, in previsione delle prove di ingresso di novembre, ho scritto un foglio informativo comparso su tutti i giornali dove denunciavo lo Stato per danni alla gioventù boliviana. Il foglietto aveva come titolo -Scuola aperta per tutti-. Su era scritto:

Immagina una scuola che si apre alla realtà intorno,
che interagisce con la comunità del quartiere e la popolazione.
Una scuola dove i professori accompagnano gli alunni nel processo di acquisire saperi permanenti
– che abbiano reale significato per loro
– che li aiuti a vivere meglio nel loro ambiente
– che li aiuti a integrarsi bene nella loro regione
– che contribuisca a valorizzare la ricchezza della loro cultura
– che contribuisca a valorizzare le relazioni tra la propria realtà e quella delle altre culture.
In questa scuola alunni, professori, genitori di famiglia e altri membri della
comunità apprendono insieme a lavorare collettivamente per migliorare e mantenere la qualità del loro ambiente.

Ho proposto di cambiare le domande delle prove perché si avvicinassero ai giovani che vivono nelle zone rurali e spesso sono di origine indigena. Nessuna
risposta. Allora ho deciso di fare uno sciopero della fame".

Lo sciopero della fame
"Il 13 novembre 2005 inizio e mi installo alla scuola dove insegno, la Normale, che è l’università per formare maestri. Alle 4 del pomeriggio 50 studenti della scuola si aggiungono a me nello sciopero. Alle 6 del pomeriggio gli studenti bloccano le strade della città e alla notte si aggiungono 10 professori. Il giorno dopo l’università decide di sospendere gli esami di ammissione. Io faccio due proposte.
La prima: ripensare la valutazione, ripensare il criterio, creare processi distinti di formazione degli alunni.
Seconda: analizzare la capacità di formazione dei maestri delle scuole elementari delle arere rurali e quindi lavorare sulla loro qualificazione.
Le prove di ingresso vengono fatte alcuni giorni dopo e risultano ammessi 5mila
alunni rispetto ai 2mila degli anni precedenti".

La sfida
"Ma i professori della città non avevano ancora capito dove stava il problema.
Allora per aiutare a capire ho proposto ai professori che avevano fatto la valutazione di entrata all’università statale, di fare una sorta di duello tra
due studenti per vedere chi meritava di più l’accesso all’università.
Ho detto di scegliere il migliore alunno che aveva passato la valutazione e un
alunno rifiutato scelto a caso dalla lista. Davanti al collegio dei professori
riuniti come in un tribunale, si presentano due alunni. Il migliore, che veniva
dalle scuole dei Lasalliani, scuole dei religiosi e un giovane di nome Giustiniano, di un paesetto sperduto del nord della provincia. Chi stava per essere giudicato non erano i due giovani, ma io che dovevo dimostrare che il loro
metodo di valutazione era sbagliato. Dico ai professori che farò ai giovani due
semplici domande.
La prima: ‘Sapete perché il pesce chiamato Pakù, non si riproduce in cattività?’
Il giovane della scuola Lasallina, dice di non sapere nulla mentre Giustiniano comincia a parlare del Pakù, pesce che sostiene la vita di tutte le popolazioni che vivono nella regione amazzonica. Parla del lavoro per eliminare lungo i fiumi le zone di risacca affinché la corrente d’acqua non ristagni e il pesce possa circolare e riprodursi. Racconta che il pesce maschio tende a concentrarsi nelle zone di acqua ferma e quindi a rallentare e impedire la riproduzione. Parla della relazione tra il pesce e la radice di certi alberi lungo il fiume. Parla del tempo per pescare, del rispetto dei tempi della riproduzione, della relazione con la vita del fiume e della relazione con la vita delle popolazioni. I professori rimangono a bocca aperta, non sapevano nulla di tutto quello che il giovane aveva detto. Il professore di biologia rimane allibito di fronte alla capacità di spiegare la relazione che esiste tra il pesce e la vita umane e il suo ecosistema.
Seconda domanda: "Quali sono gli elementi organizzativi della vita in città?".
Il giovane dei Lasalliani comincia a spiegare il problema dell’urbanizzazione, le strade, i semafori, i marciapiedi, la regolazione della velocità…
Giustiniano invece dice che non sa nulla della città. Nel suo villaggio non ci
sono semafori, non arriva l’elettricità, le strade sono di terra, le macchine non sono l’elemento principale".

"Vedi -mi dice Juan Pablo- una delle domande che stanno scritte nel questionario
per poter essere ammessi all’università è: come ci si comporta quando il semaforo è rosso? Oltre che essere equivoca -visto che quando è rosso le macchine si fermano e i pedoni passano- la domanda non ha nessun valore per la maggioranza dei giovani che viene dalla campagna dove i semafori non esistono.
I professori non riuscivano a capire come un giovane non potesse sapere come comportarsi davanti un semaforo. Un giovane non può essere ammesso all’università solo perché sa fare i logaritmi o ha immagazzinato una quantità
di nozioni. I giovani che vivono in campagna hanno delle competenze che i giovani della città neanche si sognano. Tu quindi capisci che bisogna cambiare sistema valutativo, altrimenti si esclude la maggioranza dei giovani e si continua ad avere una visione della scuola secondo il metodo della città. I giovani che vivono in campagna hanno alti livelli di conoscenza, ma diversi da
quelli della città. Ciò non viene considerato. La scuola cittadina privilegia la memoria, quella della campagna la competenza. I giovani della campagna conoscono le cose e sanno come si usano e come interagiscono con l’ambiente, hanno imparato vivendo e questo genera competenze.
Alle mie proteste i professori avevano reagito male, pensavano che io lottassi per i miei interessi: più giovani erano ammessi e più ci sarebbe stato lavoro.
Comunque tutto questo ha portato a creare un progetto rivolto ai maestri delle eelementari senza titolo che vivono nelle aree rurali".

Dare un titolo di studio universitario ai maestri delle elementari delle aree rurali.
"Nelle aree rurali la maggioranza dei maestri si sono formati sul posto.
Erano i migliori alunni che poi sono diventati maestri. Fanno le stesse cose di un maestro di città, ma non sono riconosciuti, sono mal pagati e non possono fare
carriera. Spesso sono persone della città che per vari motivi hanno preferito
vivere in un’area agricola, hanno titoli universitari, ma non quello di maestro. Di fronte a questa situazione allora ho fatto un progetto.
Riconoscere questi maestri con il titolo universitario. All’inizio del 2006 sono
riuscito a far approvare -con la forza del MAS (Movimento al Socialismo, partito
che ha vinto le elezioni presidenziali nel dicembre 2005) di cui io sono il
coordinatore per l’area di Santa Cruz- un progetto sperimentale per 2500 maestri dove valutiamo il loro grado di sapere e integriamo ciò che a loro manca basandoci sul curriculum previsto per lo studente che diventa maestro facendo il corso universitario. L’obiettivo maggiore è formare 12mila maestri rurali e dare loro il titolo universitario. La formazione non è fatta in città, ma nelle aree rurali. E’ adatta a loro dove loro: sono i protagonisti e noi solo dei supervisori. L’esame lo facciamo sul posto. Questa è una grande sfida e una lotta per la pari dignità".

Una scuola diversa

La scuola che Juan Pablo ha in mente è diversa da quella della città, quella del
mondo occidentale. "La differenza -mi dice- la possiamo cogliere analizzando due
parole. Insegnare e apprendere. L’insegnare si basa sulle nozioni, si lavora sui problemi, si parte dalla malattia per scoprire la cura. Apprendere invece è sinonimo di libertà, si guarda al processo educativo, si stimola la crescita di
competenze, si lavora sulla prevenzione del male, si lavora sui desideri, sui sogni della persona, ha come base la sintonia con la natura e mira all’equilibrio.
Paulo Freire insegnava la libertà a partire dalla sofferenza, noi vogliamo insegnare la libertà a partire dalla bellezza della vita, dai sogni e dall’equilibrio con la natura. L’apprendere ha come base la relazione tra le persone che sono coinvolte nel processo educativo e non le cose da imparare.
Dove c’è la relazione con l’altro esiste lo spazio educativo e non un libro.
Nella prossima settimana devo andare a difendere a Cochabamba la mia tesi che ha
come obiettivo quello di ripensare la dimensione ambientale -intesa come insieme della realtà sociale, politico, economica, culturale- nel curriculum e nella prassi scolastica. Il mio sogno è una scuola rispettosa delle culture e dei processi differenti di apprendimento, una scuola che libera e non che
omologa secondo gli schemi della scuola occidentale".
Juan Pablo spezza la serietà del discorso offrendomi un caffè, così i nostri
discorsi se ne vanno su altri sentieri, meno impegnati.

Sogni non omologati
Esco dalla sua casa, alzo gli occhi, il cielo è azzurro, attraversato da nuvole bianchissime. In ogni parte del mondo c’è lo stesso cielo… ma è così diverso!
Cammino e respiro questo cielo e i sogni di Juan Pablo. Mi viene da pensare a Don Lorenzo Milani e alla sua lotta per un’educazione diversa. Penso all`MST (movimento dei lavoratori senza terra) brasiliano e al loro progetto di scuola molto in sintonia con quella di JP. Penso ai vari movimenti per un’educazione
diversa da quella formale. Penso alla vita e ai suoi processi di apprendimento.
Penso a me e a questo mio modo di apprendere viaggiando per il mondo.
Percepisco che la mia mente è rigida. Solo convivendo con realtà differenti posso entrare nella terra della libertà.
Mauro Furlan, Santa Cruz de la Sierra, BOLIVIA, domenica 23 aprile 2006