Il puzzle distrutto

di Alberto Camata

C’è un grande spaventoso silenzio. In lontananza ci sono gli echi di spari, di voli di aerei assassini, di crolli di edifici, di fuoco che divora ogni segno di vita.
Ma qui c’è il silenzio. Non quello che tiene il fiato sospeso, quello nato dal terrore di attendere il prossimo colpo di cannone che potrà scagliare contro di te la sua rabbia, ma quello di coloro che hanno alzato la voce e le bandiere in nome della Pace.

Sono poche pochissime le voci di chi si ostina a credere che della guerra non c’è bisogno, che c’è una via alla convivenza e al rispetto non dettato dagli interessi economici, dall’attaccamento ossessivo al superfluo, ma dettato dal riconoscere l’altro come soggetto doveroso di amore, di rispetto e di libertà.

Se i nostri parlamentari sono specchio del Paese, allora è chiaro che il dispiegamento di forze desiderose di Pace, che si son viste nelle piazze e nei balconi con le bandiere multicolori, in realtà erano solo lo specchio di un putrido gioco politico, di parte, di antagonismo. Non era il segnale d’amore, di solidarietà verso chi stava subendo le bombe, non era il segnale di una volenterosa speranza di costruire un mondo diverso, rispondeva al gioco squallidamente partitico dove l’avversario politico ha comunque torto e va comunque contrastato.
Che pena ascoltare i distinguo di persone che si son sempre schierate dalla parte della Pace e ora, elette in Parlamento, tra le file dei vincitori, propongono le stesse ricette di coloro che avversavano con dei sofismi ripugnanti per giustificare la pallottola che ucciderà sparata per volontà loro.

Il lavoro di costruzione, paziente, durato anni, delle tessere di un puzzle di cui si cominciava a capirne l’immagine è stato buttato all’aria.
Per fortuna, dico ora. Era un’immagine falsa, era una falsa coscientizzazione. Non avrebbe superato nessun impatto, come è accaduto.
Dobbiamo cominciare da capo. Partendo da un dato di fatto, dimostrato dagli eventi di questo periodo: siamo vittime di un’oppressione, siamo gli oppressi del benessere e dobbiamo innescare una pedagogia per la nostra liberazione.

E’ una sfida ben più difficile di quella intrapresa da Paulo Freire. Gli oppressi a cui faceva riferimento erano analfabeti, e noi non lo siamo, erano miserabili, sottomessi da un oppressore identificabile, riconoscibile, evidente, un latifondista. Noi abbiamo le braghe bianche come il padrone. Ce le ha concesse. Ha capito che così si sarebbe accentuato il processo di identificazione con lui, avremmo pensato come lui, ci saremmo vergognati del nostro status, ci saremmo indebitati pur di scimmiottarlo. E il padrone non è più tale è una holding, una multinazionale, un logo che rincorriamo per indossarlo, per berlo, per avviare la nostra SUV comprata a debito.
Il padrone ha la televisione per insegnarci un nuovo linguaggio, per imbrigliarci in nuovi bisogni, ha leggerezza, colori, sorrisi per indicarci la via verso la sua felicità.

Ma una cosa rimane in comune all’attività di Freire: le persone, gli esseri umani.
La spersonalizzazione creata dal modello di vita del padrone, comunque crea disagi, ansie, che il padrone ti suggerisce di colmare con "cose". Ma le cose non hanno una spiritualità. E questa manca ed è la sofferenza da cui dobbiamo ripartire. Rialfabettizzare partendo dallo Spirito. Ricondurre all’uomo. Liberarci insieme.

12/08/2006