Il suo lamento, parte 2

Sembra che qualcosa si muova, piano piano, sottovoce e lentamente.
Dieci anni fa, il governatore in carica, Mario Covas, promise il completo smantellamento della Febem, non solo in senso fisico, ma addirittura come concezione, come misura punitiva per giovani in conflitto con la legge. Dieci anni.
Quello che accadde nel frattempo lo abbiamo descritto in altre occasioni, ribellioni, torture, omicidi, violenze di ogni tipo, ragazzi desaparecidos nel nulla, polverizzati nel labirito kafkiano dell’indolente truculenza di un apparato legale genocida.
Questa settimana siamo stati sorpresi da una notizia inedita, così insolita e curiosa da meritarsi poche righe stampate e il consueto silenzio vigliacco di radio e Tv. Il direttore della Febem è stato esonerato – in modo provvisorio – dalla magistratura con l’accusa di aver deliberato, organizzato e partecipato personalmente alle torture sui ragazzi reclusi. Apriti cielo.
Nonostante fosse sotto inchiesta per episodi analoghi avvenuti qualche anno fa, in altre sedi della medesima istituzione, il direttore ricopriva la sua funzione normalmente.
Le vittime, ragazzi dai tredici ai diciotto anni, raccontano l’orrore vissuto e temono rappresaglie future.
Intanto il governatore attuale, Claudio Lembo, insiste nella sua posizione già nota: i tumulti nelle prigioni sono provocati dalle associazioni civili per il rispetto dei diritti umani, dichiara.
Ne prendiamo atto col pungente ricordo di tutte le occasioni in cui abbiamo avuto a che fare con l’istituzione Febem, i suoi dirigenti, la sua burocrazia, le stanzine buie della perquisizione, gli sguardi per traverso, gli ematomi, i denti rotti, i furti, le violenze carnali, le minacce, la paura, il silenzio, gli insulti. È stato detto: … a chi scandalizza anche uno di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa una pietra al collo e gettato negli abissi.
Per adesso, doloranti, rimaniamo in attesa di quello che vorremmo che succedesse.

Frammenti
Rio de Janeiro, zona nord. In una strada tranquilla di un vecchio quartiere viene individuata una automobile sospetta. All’interno, i corpi di due giovani squartati a colpi di machete, sul tetto della macchina una testa mozzata. Le vittime, provenienti da una delle tante favelas del circondario, erano in debito con i trafficanti. La reazione dei passanti e degli stessi abitanti di quella tranquilla strada, riesce ad essere ancora più spaventosa di quel crimine demoniaco: alcuni, vilipendono la testa mozzata a calci e sputi, altri si fanno fotografare vicino ai corpi per inviare l’immagine istantaneamente, via telefonino, a parenti e amici. Alcuni sghignazzano, altri ancora fanno scempio dei cadaveri.

Mai come oggi avevo visto i miei bambini così ben vestiti, così eleganti, così puliti. Non posso certo dire “così calmi”. Sembra che soffrano di esuberanza motoria, che l’energia dell’infanzia debba traboccare dai pori ed invadere tutto e tutti. Sono bellissimi i bambini. Anche nella solennità del momento non manca mai quello che tira le trecce alla compagna o quell’altra che si gira e fa le linguacce. Un vero spasso. È il giorno della prima comunione. L’impegno delle ragazze catechiste è stato sovraumano. Dividevamo l’unica saletta comunitaria e mentre noi terminavamo la riunione di lavoro, cominciata con un puntuale e immancabile ritardo, loro cercavano di tenere a bada i bambinetti impazienti di entrare. Mi hanno invitato, non posso manacare. La piazzetta abbellita da festoni a bandierine, ospita la cerimonia tra il vento e la polvere della favela. L’uomo del bar non ne vuol sapere, oggi lo terrà aperto. Tre ragazzotti ascoltano la radio a tutto volume. Altri giocano a biliardo. Un ubriaco balla. Le madri, emozionate e orgogliose, non ci fanno caso.

Rio de Janeiro, centro. Vince il grande concorso di Carnevale la scuola di samba Villa Isabel, una delle più famose della città. Vince con merito. Il quartiere di Villa Isabel è la culla del samba: sono nati ed hanno vissuto lì, Noel Rosa e Martinho da Vila. Più di quattromila persone in delirio hanno sfilato nel sambodromo (il grande stadio costruito per questi eventi) al suono di un samba dal testo eloquente ed incisivo, parole che esaltavano la nostra radice comune, dal Messico alla Patagonia, la “latinidad”. Carri allegorici imponenti come palazzi per rappresentare i grandi “eroi” dell’America Latina, tra tutti, Che Guevara e Simon Bolivar. È notizia: Hugo Chavez, presidente del Venezuela, ha donato alla scuola di samba Villa Isabel un milione di dollari affinchè non economizzasse sforzi e vincesse il concorso trasmesso dalle televisioni di mezzo mondo. Un milione di dollari, in nome del “pueblo”, di Bolivar e di Che Guevara e, è chiaro, del presidente Chavez.

Chitarra fisarmonica e percussioni accompagnano le musiche della funzione, i bambini a squarciagola cantano la loro felicità che vederli è un piacere. Un piedistallo e due assi, l’altare. Una mamma allatta tranquilla il figlioletto che tra una poppata e l’altra, sonnecchia beato. Non lo sveglia nemmeno il rumore a pieni decibel degli aerei a bassa quota che poseranno all’aeroporto, qualche chilometro più in là. Conosco questi amici, queste donne, ci frequentiamo e lavoriamo insieme da anni, so quanto ci tengano che tutto vada per il meglio, so gli sforzi che hanno fatto. Guadagnano poco, la maggioranza è a servizio in qualche “casa de família”, lavoro duro, spesso sottopagato, lavoro nero, dieci ore a sgobbare in cambio di vitto, alloggio e qualche spicciolo da cui viene scontato il prezzo del vitto e dell’alloggio, appunto. Hanno organizzato tutto, la cerimonia e il rinfresco comunitario. Il vento squote la tovaglia dell’altare, tenuta a mala pena da due bimbi, che non ne potevano più di starsene fermi. Preghiera dei fedeli: ognuno esprime quello che ha pensato, eleaborato e scritto nelle riunioni del catechismo. Una madre legge a stento ciò che ha scritto a quattro mani con suo figlio: Signore, benedici e proteggi i nostri padroni, perché ci danno da lavorare.

São Paulo, zona sud. Per comunicare a tutti che sia chiaro chi comanda adesso, i capi del traffico di droga sequestrano tre avversari. Dopo una lunga ed efficace sessione di tortura, ancora vivi, vengono gettati ai cani pitt-bull, che portano a termine la missione. I corpi dilaniati vengono lasciati all’ingresso della favela per tre giorni, in modo che tutti vedano: memento mori, guarda cosa succede se non si riga dritto. Nessuno muove un dito, vige la “lei do silêncio”, la legge del silenzio. Ci si passa davanti, si fa finta di niente. Per tre giorni. Arriva finalmente la polizia, che, caso strano, per tre giorni non si è vista. Carica i corpi su una carriola da muratore e li trasporta per i viottoli fino al furgone in cui vegono gettati, presi per le gambe e le braccia: oh, issa, oh, issa.

La chiesa illuminata, l’incenso, il coro. È la cappella privata dell’istituto, grande come una cattedrale. Entra il vescovo. Cerimonia solenne, oggi. Prima comunione di tutti i bambini di una delle scuole più tradizionali della città. Nessuno frequenta il catechismo in parrocchia. Significherebbe mischiarsi a gente diversa, gente che magari abita nei cortiços, le abitazioni collettive, le favelas verticali dei quartieri poveri del centro, qui vicino, gente di cui non si conoscono i genitori, gente che non si sa mai. E poi non c’è da parcheggiare. E allora per cento dollari al mese in più, la tradizionale scuola organizza il catechismo, si rivolge direttamente alla sede della diocesi (è a due passi) che non misura sforzi e sfarzi in modo che questo sia un giorno indimenticabile. Così i bambini possono rimanere protetti tra le mura della scuola, tra di loro, senza pericolo di conoscere gente diversa, senza nessun pericolo di dover mischiarsi con estranei.

São Paolo, su tutti i giornali. È notizia, i dati ufficiali indicano che la crescita del prodotto nazionale nel 2005 è stata del 2%. In tutta l’America Latina, peggio di noi, solo Haiti. Gli stessi dati confermano che il lucro liquido delle grandi banche private e straniere nel 2005 è aumentato del… (non ricordo i numeri esatti, poco importa, si parla di centinaia di miliardi di dollari, il più grande guadagno liquido di tutti i tempi). La CNBB, la Conferenza Nazionale dei Vescovi, dichiara che il governo di Lula ha trasformato il Paese in un “paraiso financeiro”, un paradiso finanziario per il capitale speculativo.

Non c’è che dire, cantano proprio bene. È il coro della scuola, sono gli stessi bambini della prima comunione, le loro tuniche immacolate, la ieratica solennità, che intonano a tre voci i cantici accompagnati da un magnifico organo a canne. Tra i mosaici dorati dell’abside e le colonne in stile bizantino della tre navate, passano in processione. Qualche lacrima asciugata in fretta per non apparire con la pelle lucida nelle fotografie o nel video che solerti aiutanti si affrettano a girare. Si deve ripetere l’entrata della processione: non c’era luce sufficiente per una buona ripresa. Addesso sì, i riflettori funzionano, ecco i bambini, che belli. Preghiera dei fedeli: ognuno esprime quello che ha elaborato pensato e scritto nelle riunione del catechismo. Dagli altoparlanti una voce infantile legge senza esitare il foglietto – consegnato, con anticipo e a domicilio, a tutti gli invitati -, col quale possiamo seguire lo svolgersi della cermonia: Signore, benedici mamma e papà, e perdonaci se qualche volta abbiamo trattato male i nostri servitori.

Dati ufficiali dell’IBGE, L’Istituto Geografico Brasiliano, che studia le popolazioni e le loro necessità riferisce che 45 milioni di cittadini non hanno accesso a “risorse idriche compatibili col mantenimento della vita”: non hanno accesso ad acqua potabile e servizi igenico-sanitari.

Possiamo divulgare una splendida notizia: la diminuzione dell’indice di denutrizione infantile. Nel nord-est, dal 1996 ad oggi, si è passati dal 17,9 al 6,6%. È il triplo di ciò che l’Unicef considera accettabile.
C’è ancora molto da lavorare.

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