Il suo lamento

Il suo lamento

Le ribellioni nei padiglioni della Febem sono provocati da figure esterne che parlano di diritti umani.Ogni volta che queste figure esterne entrano alla Febem con l’idea che sono umani, in verità creano atti disumani (Claudio Lembo, Governatore in esercizio dello Stato di San Paolo, 05 Marzo 2006 vedi articolo)

Alcuni dati:

1228 adolescenti interni

576 partecipanti alla ribellione

18 adolescenti feriti

26 dipendenti presi in ostaggio dai rivoltosi

44 dipendenti feriti

200 uomini della polizia militare intervenuti per l’invasione del complesso carcerario e mettere fine alla sommossa

A sua Eccellenza, il Governatore in esercizio dello Stato di San Paolo, Claudio Lembo

Veniamo con la presente a costituirci come responsabili diretti dell’ennesima ribellione nel complesso Tatuapé della Febem. Ci riteniamo, in quanto “figure esterne”, colpevoli di aver esigito pubblicamente, a parole e attraverso innumervevoli articoli, il rispetto dei diritti umani per i giovani internati e reclusi sotto la sua responsabilità e, secondo la Sua affermazione, di aver sobillato, provocato e organizzato la rivolta. Non riuscendo a garantire personalmente la cessazione delle nostre attività, chiediamo altresí che vengano presi contro di noi i provvedimenti necessari per indurci a non nuocere mai più all’isitutuzione Febem e alla Sua gestione di governo.

Edith Moniz e Paolo D’Aprile

Il Giudizio Finale (Nelson Cavaquinho)

Il sole splenderà ancora una volta
la luce arriverà ai cuori
Del male sarà spezzata la semente
L’amore sarà eterno nuovamente

È il giudizio finale
La storia del bene e del male
Voglio avere occhi per vedere
La malvagità che scompare

Mi ha gridato un sacco di parolacce. Sono un padre di famiglia e questo non lo ammetto.
Così disse per giustificare il suo gesto. Davanti a tutti, davanti all’agglomerazione, al circolo dei curiosi che sempre si forma quando succede qualcosa per la via, l’agente torturava il bambino. Dodici anni e già con la piena consapevolezza dei dispiaceri della vita.
Torturato, il suo viso schiacciato a terra. I presenti, che oltre ad una timida protesta, non hanno fatto assolutamente niente per impedire, per interrompere una simile mostruosità. La stampa che ha documentato l’episodio, si è limitata ad una semplice nota a fondo pagina del giornale di domani.
Il fatto di sentirsi nel diritto di commettere un gesto come quello, il fatto di sentirsi protetto dalla divisa, dai superiori, dalla consuetudine, dalla volontà omicida, il fatto che sono passati anni, decenni e niente cambia, il fatto di stare qui ancora una volta a scrivere su questo fatto…
La dittatura militare, sotto la quale ho vissuto venti anni della mia vita, ha lasciato una eredità maledetta dalla quale la mia gente sembra non essere capace di liberarsene. Nell’auge della repressione le persone cominciarono poco a poco a capire quanto fosse stato grave l’avere appoggiato in massa il colpo di stato e i suoi metodi: quando molti studenti cominciarono a morire, a scomparire o ad essere costretti all’esilio, quando si cominciò ad ascoltare il grido distante dei torturati nei sotterranei dei commissariati, qualcosa nel seno del popolo si svegliò, gli occhi si aprirono, e finalmente, la mia gente si unì alle organizzazioni sociali per chiedere cambiamenti. La Chiesa si mobilizzò con tutta la sua autorità, aprì i suoi portoni affinché il popolo, per non essere catturato, potesse usare i templi come rifugio, potesse, come si faceva nel medio evo, gridare “Santuario”, e lì dentro proteggersi dalla furia dell’oppressore.
Ma erano altri tempi. I gemiti dei sotterranei, gli esiliati, i torturati, erano quasi tutti studenti, figli abbienti dell’elite economica del paese. Finalmente i militari se ne andarono, tornò la democrazia. Finalmente il popolo cominciò a partecipare, ad essere padrone del suo destino.
Utopia! Niente di più falso. Il pensiero repressivo continuò, si modificò per rimanere a cercare altre vittime, cambiò direzione ma non il metodo.
Quei ragazzi torturati, figli abbienti dell’elite, arrivarono al potere. I sotterranei continuano pieni di nemici. Adesso il grido dei torturati viene dalla bocca sdentata dei più miserabili, viene dalle profondità delle favelas, dalla “desesperança” (assenza di speranza) dei meninos de rua, i paria della nazione. Nessuno apre i suoi portoni a loro perché possano gridare “Santuario”, per poter arrivare in salvo. Gli ex-giovani, oggi al potere, non vedono più niente oltre alle beghe di partito, oltre alle lottizzazioni, oltre agli interessi di quel maledetto “mercato” che deve dominare il cammino della nazione. Il loro fioco grido, dal fondo della prigione, commosse il mondo.
Il grido dei miei meninos de rua, torturati in piazza pubblica, è routine che non commuove più nessuno, è De profundis, è abisso, è figlio dell’incubo, è preghiera ignorata, è inferno.
Torturare gente nelle prigioni, nei sotterranei e adesso in piazza pubblica, senza che niente, niente, niente succeda, senza che le istituzioni nazionali e internazionali prendano provvedimenti concreti, è il chiaro segno che dei paria della nazione nessuno si importa: sono la vergogna nazionale, bisogna nasconderli, schiacciarli, annientarli. Sono i nemici del mercato, non servono, possono venire torturati alla luce del sole, in piazza pubblica che niente succederà!
Sono riusciti a trasformare i nostri giorni in un Venerdì Santo permanente, in una passione e morte senza epilogo; schiacciati sotto i loro piedi li ascoltiamo urlarci che non c’è più speranza.
Quel menino di dodici anni non é morto fisicamente, ma sono certa che dentro di lui qualcosa si è spento.
Vorrei essere capace di dirgli che due giorni dopo il venerdì è successo un fatto che cambia tutto, che cambia la Storia, che può trasformare la sua umiliazione in forza, grandezza e dignità. Vorrei dirgli che il suo grido, il suo lamento è il mio, è il Suo. È il gemito di una umanità invisibile che senza di Lui sarebbe già stata annichilata, dimenticata, abbandonata dall’altro lato della croce.
Vorrei dirgli che noi, avremo sì occhi per vedere un giorno la malvagità scomparire ed essere, finalmente, liberi.

São Paulo, Brasil, Pasqua 2006
Edith e Paolo

O seu gemido

As rebeliões nas unidades da Febem são "provocadas por agentes externos" que falam "em direitos humanos". Toda vez que alguns agentes externos ingressam na febem com uma idéia de que são homanos, na verdade eles estão criando atos desumanos (Claudio Lembo, Governador em exercicio do Estado de São Paulo 05 de março de 2006 articulo)

Alguns dados:

1228 adolescentes no complexo do Tatuapé

576 internos parteciparam da rebelião

18 adolescentes feridos

26 funcionários reféns

44 funcionários feridos

200 homens da PM para por fim à rebelião


A sua Excelência o Governador do Estado de São Paulo, dr Cláudio Lembo

Vimos por meio desta constituir-nos como responsáveis diretos pela enésima rebelião no complexo do Tatuapé da Febem. Enquanto “agentes externos”, consideramo-nos culpados por ter exigido publicamente com palavras e inúmeros artigos, o respeito aos direitos humanos para os jovens internados sob a sua responsabilidade e, portanto, segundo a opinão expressa por sua Excelência, de ter inspirado, provocado e organizado a rebelião. Não conseguindo garantir pessoalmente o término das nossas atividades, pedimos então que sejam tomadas contra nós as providências cabíveis e necessárias para induzir-nos a nunca mais prejudicar a instituição Febem e a Sua gestão de governo.

Edith Moniz e Paolo D’Aprile

Juízo Final
O sol há de brilhar mais uma vez
A luz há de chegar aos corações
Do mal será quebrada a semente
O amor será eterno novamente

É o juízo final
A história do bem e do mal
Quero ter olhos pra ver
A maldade desaparecer (Nelson Cavaquinho)

Xingou-me de tudo quanto é nome. Sou pai de família e isto não admito.
Assim disse para justificar o seu ato. Na frente de todos, na frente da aglomeração, da rodinha de transeuntes que sempre se forma na rua cada vez que acontece algo, o agente torturava o menino. Doze anos e já com o pleno conhecimento das mágoas da vida. Torturado, o seu rosto esmagado ao chão. O povo presente, que, além de um tímido protesto, não fez absolutamente nada para evitar, para interromper tamanha monstruosidade. A imprensa que documentou o episódio limitou-se a uma nota singela no fundo da página do jornal de amanhã.
O fato de sentir-se no direito de cometer um ato come esse, o fato de se sentir amparado pela farda, pelos superiores, pelo hábito, pelo costume, pela vontade homicida, o fato que se passam anos, décadas e nada muda, o fato de eu estar aqui mais uma vez escrevendo sobre isso…
A ditadura militar, sob a qual vivi vinte anos da minha vida, deixou uma herança maldita da qual o meu povo parece não ser capaz de se desvencilhar. No auge da repressão as pessoas começar aos poucos a entender qual fora a gravidade de ter apoiado em massa a golpe de estado e seus métodos: quando muitos estudantes começaram a morrer, a desaparecer o a ser exilados em massas, quando se começou a ouvir o grito distante dos torturados nas masmorras dos distritos policias, alguma coisa despertou-se no seio do povo, abriam-se os olhos, e afinal, o povo uniu-se as organizações sociais para pedir mudanças. A Igreja levantou-se e com toda a sua autoridade, abriu os seus portões para que o povo, para não ser preso, pudesse usar os templos como refúgio, pudesse, como se fazia na idade média, gritar “Santuário”, e ali dentro amparar-se da fúria do opressor.
Mas eram outros tempos. Os gemidos das masmorras, os exilados, os torturados, eram quase todos estudantes, filhos abastados da elite econômica do país. Finalmente os militares foram embora, a democracia voltou. Finalmente o povo começou a participar, a ser dono do seu destino.
Utopia! Nada de mais falso. O pensamento repressivo continuou, ficou procurando outras vítimas, mudou o foco de intervenção. Aqueles garotos torturados, filhos abastados das elites, chegaram ao poder. As masmorras continuam cheias de inimigos. Agora o grito dos torturados vem da boca desdentada do mais miserável, das profundezas das favelas, da desesperança dos meninos de rua, os párias da nação. Ninguém abre os seus portões para eles poder gritar “Santuário”, para poder estar a salvo.
Os ex-jovens, agora no poder, não enxergam mais nada além das picuinhas de partido, além das negociatas, além do interesse daquele maldito “mercado” que deve dominar os rumo da nação.
O débil grito deles, lá do fundo da prisão, comoveu o mundo.
O grito dos meus meninos de rua, torturados em praça pública, é rotina que não comove mais ninguém, é De Profundis, é abismo, é filho do pesadelo, é oração ignorada, é inferno.
Torturar pessoas nas prisões, nas masmorras e agora em praça pública, sem que nada, nada, nada aconteça, sem que as instituições nacionais e internacionais tomem providências concretas, é o claro sinal de que dos párias da nação ninguém se importa. Eles são a vergonha nacional, precisa escondê-los, esmagá-los, aniquilá-los. Eles são os inimigos do mercado, eles não servem, eles podem ser torturados a luz do sol, em praça pública, que nada acontecerá!
Conseguiram transformar os nosso dias numa Sexta Feira Santa permanente, numa paixão e morte sem epilogo, esmagados debaixo dos seus pés os ouvimos gritar que não há mais esperança.
Aquele menino de doze anos não morreu fisicamente, mas tenho certeza que dentro dele alguma coisa se apagou. Gostaria de ser capaz de dizer a ele que dois dias depois da Sexta-feira santa, aconteceu um fato que muda tudo, que muda a História, que pode transformar a sua humilhação em força, grandeza e dignidade. Gostaria de dizer a ele que o seu grito, o seu gemido é o meu, é o Seu, d’Ele. É o gemido de uma humanidade invisível que sem Ele já teria sido aniquilada, esquecida, abandonada do outro lado da cruz.
Gostaria de dizer a ele que nós, teremos sim olhos para ver, um dia, a maldade desaparecer e ser, finalmente, livres.

São Paulo, Brasil, Páscoa de 2006
Edith e Paolo