Il vero scontro

di Noor Di Giordania (Lisa Halaby)

Negare che vi siano aspetti culturali nelle differenze esistenti fra il Medio Oriente e l’America sarebbe, ovviamente, del tutto sbagliato. Ridurre lo scontro a formulazioni semplicistiche, però, significa perdere un’importante occasione per quel tipo di comprensione approfondita che invita a fare il primo passo in una relazione. Proprio perché sono una persona che ha radici sia nell’oriente che nell’occidente, e che ha speso la maggior parte della propria vita da adulta tentando di costruire ponti fra la cultura araba e quella americana, devo riformulare la questione in modo differente. Non si tratta di uno scontro fra l’islam ed il cristianesimo, o fra oriente e occidente, ma fra le forze dell’intolleranza e quelle della comprensione. Lavorando all’Onu e con i gruppi che difendono i diritti umani, ho visto ripetutamente che ad impedire il progresso negli individui, nei gruppi politici e persino nelle nazioni, è l’insistere a dipingere il mondo in bianco e nero, credendo che vi sia una sola via possibile. Non c’è cultura che abbia il monopolio della virtù o dell’intolleranza: tali qualificazioni non sono dislocate geograficamente, o determinate dalla religione. Difensori della compassione e della pace si trovano in ogni luogo e in ogni culto. La grande differenza è tra coloro che sinceramente sono disposti ad ascoltare e a provare empatia con gli altri, e coloro che non lo sono. I più grandi oppressori sono quelli che si sentono investiti del dovere di imporre con la forza la loro idea di ciò che è giusto. Le più grandi ingiustizie della storia umana avvengono quando le persone credono così fortemente nella loro propria ideologia da essere disposte a far del male agli altri in suo nome. L’ideologia può essere di autoconservazione e brama di potere, come è per i dittatori. Può essere paternalistica, e descrivere l’oppressione di donne, migranti e altri soggetti privati di diritti come esercitata "per il loro stesso bene". O può essere quella che viene chiamata politica difensiva, che etichetta qualunque dissidente come una minaccia che deve essere preventivamente eliminata, prima che si realizzi. Tutti questi argomenti sono stati usati, in un modo o nell’altro, per giustificare ingiustizia e guerra.

Poiché la fede rimane una delle sorgenti più forti nel muovere l’azione umana, la giustificazione per il caos ed il nichilismo è spesso avvolta dal linguaggio religioso. Noi abbiamo visto come le azioni perverse di una frangia violenta abbiano strumentalizzato la grande fede del profeta Maometto per i propri fini. Pure, l’islam non ha il monopolio del fondamentalismo radicale. Il cristianesimo ha innalzato il vessillo della "guerra santa" non solo durante le crociate, ma in anni recenti, nella sanguinosa esecuzione della "pulizia etnica" nei Balcani. Tragicamente, vi sono pure ebrei estremisti, pronti ad usare la violenza per far avanzare la loro visione di un’utopia religiosa: uno di essi uccise Itzhak Rabin, perché aver osato promuovere la pace. Le minacce del terrorismo in America vengono più frequentemente dai fanatici dei "diritti ariani" che propagandano mistificazioni dei dogmi cristiani, piuttosto che dagli arabi o dai musulmani. Stigmatizzare una religione perché viene usata da taluni a copertura del male è esattamente quel tipo di pensiero "in bianco e nero" che scioglie la briglia all’abuso. È certo che le tre religioni abramitiche, ed anche altre, subiscono minacce reali. L’antisemitismo sta di nuovo crescendo in Europa; i cristiani sono soggetti a persecuzioni in paesi in cui sono in minoranza, come la Cina, la Corea del Nord, il Sudan ed il Pakistan; e i musulmani sentono che la loro cultura e loro fede sono sotto attacco in numerosi luoghi, specialmente nell’attuale clima di paura e fraintendimento dell’islam, seguito all’11 settembre. Per molti potenti è conveniente descrivere la situazione come "scontro di civiltà", e diffondere una visione per cui nulla può essere cambiato, le differenze culturali sono scritte nella pietra, e nessun dialogo potrà mutare la dinamica del conflitto, e quindi sostenere che una geopolitica di potenza, gonfiata dalla minaccia dell’uso della forza, sia il solo modo di gestiare la crisi.

Il mio approccio è totalmente diverso. Le persone sensate di tutte le fedi devono abbracciare i loro universali e condivisi valori, e sfidare coloro che ammantano l’odio nella retorica religiosa. Non dobbiamo lasciare che l’idea dello "scontro di civiltà" diventi una profezia autorealizzata e contribuisca ad aumentare le paure di coloro che pensano in bianco e nero. Enfatizzare acriticamente la violenza nutre il desiderio umano di averne una spiegazione semplice ed incoraggia perniciose teorie di cospirazioni, e la ricerca di capri espiatori. Vediamo di non confondere i fondamenti con il fondamentalismo. Il modo di distinguerli arriva quando i principi di qualcuno vengono a conflitto con i diritti ed i bisogni di altri. Gli estremisti non hanno mai nulla da perdere. Una cosa è essere disposti a morire per ciò in cui si crede, ben altra cosa è l’essere disposti ad uccidere. L’estremismo cresce anche nella frustrazione, nella rabbia e nella disperazione. Chi sente di non aver nulla da perdere può volgersi ad atti disperati. Quel che mi dice una lunga esperienza è che la maggioranza delle persone nella nostra regione anela ad avere libertà e controllo sulle proprie vite. Oltre due secoli orsono, un gruppo di persone si disse disposto a lottare per "la vita, la libertà ed il perseguimento della felicità": i popoli del Medio Oriente non vogliono e non meritano nulla di meno. Per loro, come per ogni persona ovunque nel mondo, la vera sicurezza deriva da un senso di libertà, speranza ed opportunità. Si tratta di quella sicurezza che è la fonte primaria della pace. Tale sicurezza può essere raggiunta, io credo, attraverso tre soluzioni interrelate: istruzione, dialogo ed azione. L’educazione alla pace e la pace stessa sono impossibili da ottenere senza un dialogo rispettoso dell’altro, basato su un ascolto sincero. Il dialogo, non il dibattito in cui qualcuno deve vincere, o l’inflessibile scambio di colpi da posizioni trincerate, permette alle voci della tolleranza di essere udite al di sopra della retorica dello "scontro".

Noi non abbiamo di fronte un nuovo conflitto fra civiltà. Quello a cui stiamo assistendo è la lotta della civiltà, oggi come lungo tutta la sua storia, contro la disumanità. I fanatici hanno sempre reso diabolico ciò che è umano, ma questo non può indurci ad abbandonare l’umanità. Nè possiamo avvolgerci in un confortevole lenzuolo fatto di dogmi per impedirci di affrontare questioni difficili. Attraverso l’educazione, la comunicazione e l’azione, coloro che credono nella compassione, nella tolleranza e nei diritti dell’altro, possono unire le forze per dar modo alla comunità globale di condividere benefici, responsabilità e valori. Un gioco di parole dice che al mondo vi sono solo due tipi di persone: quelli che dividono la gente in due tipi, e quelli che non lo fanno. L’aforisma ha in sè più di un granello di verità. È molto più facile dividere il mondo in "noi contro di loro" che lodare la ricchezza della diversità. Ma è nel riconoscimento e nella valorizzazione della diversità che il vero dialogo fra civiltà storicamente si è sempre forgiato.

Pubblicato dalla newsletter “la nonviolenza è in cammino” del Centro di Ricerca per la Pace.

Traduzione dell’articolo apparso su “The Globalist” il 14 agosto 2006 a cura di Maria G. Di Rienzo.

La regina Noor di Giordania, al secolo Lisa Halaby, è nata nel 1951 negli Stati Uniti, da madre svedese e padre, Nay Halaby, avvocato e pilota d’aviazione, figlio di un siriano greco-ortodosso emigrato in America.