In fretta

 Mezzo nudo anche oggi, con questo freddo. No, non sei tu che sei scomparso, sono io.
– Tia Edith, che fine hai fatto? Come mai non ti sei fatta più vedere? Come hai fatto a sapere che ti cercavo?
– Un giorno te lo dirò, adesso non posso rimanere, lo sai che ho sempre molto da lavorare.

In pochi minuti scambiamo quattro parole, quanto basta per saperlo vivo, il che non è poco.
Trascrissi la sua vita alla lettera, come se me stesse dettando in quel momento. Non sarei stata capace di descriverla, nei limiti del possibile usai le sue stesse espressioni. Non so se in italiano sia facile rendere quel linguaggio a base di frasi fatte, gerghi, parolacce. Spero che la traduzione di Paolo sia rimasta fedele. Ricordo che scrissi tale e quale a quanto ascoltai.
Sopravvissuto e sopravvivente, alto, forte, sfigurato dal fuoco e dai morsi del topo, mi sorride e ride come sempre, mi abbraccia stretto stretto de saudade. Quanto tempo, Tia.
Vorrei tanto dirgli come mi costa il fatto di non potere più svolgere il mio lavoro, giusto e doveroso. Se non fosse per qualche amico fidato che mi blocca sulla porta, io per la strada, a lavorare sul campo ci tornerei seduta stante, riprenderei quello che lasciai in sospeso. Non è stato facile. Coraggio non vuol dire temerarietà. E per questo mi sono allontanata. Ho una età rispettabile, qualche doloretto qui e là, e sono già nonna con un nipotino che voglio vedere crescere. Diciamo che è stata una ritirata strategica in attesa di tempi migliori. La mia condanna a morte fu pronunciata con la solennità di una sentenza da aiatollà: vamos te matar, ti uccideremo. Il commissario fu chiaro: tu, Paolo e tu, tia Edith, siete morti, se vi fate rivedere da queste parti, vi uccidono immediatamente. Ce lo disse per difenderci dalla nostra voglia di risolvere tutto, dalla nostra incapacità di concepire il male. L’eterna storia del lupo e l’agnello, i più deboli – i meninos – fatti a pezzi da orchi travestiti da santi che agivano sotto l’egida ufficiale di istituzioni importanti. La pedofilia, gli abusi, il legame a filo doppio con pericolosi spacciatori e agenti di polizia corrotti. Denunce, processi, diffide del giudice, ed infine le minacce dirette. Tia Edith e Paolo obbligati al silenzio e isolati, gli orchi in trionfo. I meninos de rua maciullati. Noi impauriti a guardarci le spalle ogni volta che mettevamo il naso fuori di casa. Storiaccia. E oggi proprio lì su quel selciato battuto mille volte e conosciuto al millimetro, vedo le nuove generazioni, i figli dei miei menios de rua che, da bravi figli d’arte, continuano la tradizione dei loro genitori-bambini. Cinque, sei, sette anni, piccolissimi fantasmi sorridenti, mi si fanno intorno, non mi conoscono, li bacio uno per uno. Niente lacrime, tia. Paolo diventa una bestia quando piango. Chissenefrega. Piango lo stesso.
Lui no invece, lui ride felice come sempre, continua il suo lavoro di posteggiatore abusivo-regolare. Abusivo sì, perché questa professione non esiste; regolare perché sta in quel luogo da anni e tutti lo conoscono. Questo è il punto , tutti lo conoscono. Spacciatori, negozianti, guardie giurate, polizia. Per la sua bontà innata, per la sua ingenuità, quando succede qualcosa nella zona (furti, rapine, spaccio, omicidi) è sempre il primo a cadere nei controlli o nelle vendette. Conosce tutto e tutti, viene usato da tutti, è vittima di tutto. Oggi sono in strada per dargli una copia della sua carta d’identità. L’originale la tengo io, il suo certificato di nascita, i suoi documenti, li tengo io. E assieme ai suoi quelli di decine di altri meninos de rua. D’altronde, dove potrebbero tenerli? Infilati nelle tasche bucate dei calzoni luridi e stracciati? Se per ottenere un documento a cui si ha diritto è stata una odissea, ottenerne una seconda copia è praticamente impossibile. Per cui nel cassetto del comodino ho l’originale e una copia extra, autenticata e registrata, non si sa mai.
Mi stringe forte, e racconta farfugliando le sue ultime avventure. Gesticola e muove il corpo col balanço, il dondolio caretteristico del malandro, l’uomo di strada che la sa lunga, quello di cui ti puoi fidare che tanto ne sa sempre una più del diavolo e sempre se la cava in qualche modo. I baffetti, a torso nudo, il berciolino di traverso, i pantaloncini bermudas color asfalto-fango-buco-straccio.
– Tia, tia… quando torni con noi?
– Un giorno
– Non sparire ancora.
Paolo, collega e amico caro, mastino napoletano, dall’altra parte della strada mi sgrida con gli occhi. Piango. E poi ci ho messo molto. Arriveremo tardi ad una riunione, enneisma e inutile riunione, che abitualmente comincerà in ritardo.
– Ma cosa piangi?
– Lasciami in pace, rispondo stizzita.
Poi lo perdono, so che piange anche lui, fa finta di niente, ma  di nascosto piange anche lui.

Edith Moniz

Dovere di Cornaca
Vogliamo comunicare a tutti gli amici che ci seguono gli avvenimenti delle ultime ventiquattro ore. In una operazione di alto rischio, centinaia di detenuti di altissima pericolosità (mafiosi e killer) sono stati trasferiti dal carcere di San Paolo ad una prigione di massima sicurezza. Uno spiegamento di forze colossale e la solita corruzione hanno impedito che il trasferimento, eseguito nelle ore notturne, rimanesse nel più assoluto riserbo. Le televisioni hanno trasmesso le immagini in diretta. Dopo poche ore, la  potentissima organizzazione criminale PCC (Primo Comando della Capitale) ha sferrato un attacco diretto agli uomini della forza pubblica. Caserme, commissariati, postazioni e perfino semplici guardie comunali, sono stati oggetto di una furia assassina senza precedenti che, con una coordinazione capillare, ha colpito in tutto il territorio della città. Lo spaventoso bilancio parla di 25 soldati morti e 5 banditi uccisi nelle sparatorie.  In questo momento si sono scatenate ribellioni in massa in ventidue carceri in tutto lo stato sotto il controllo dei gruppi criminali, si parla di più di cento ostaggi.
Assistiamo impotenti all’ennesimo segno di convulsione sociale. Preoccupatissimi, sappiamo che non tarderanno le misure repressive che, da che mondo è mondo, cominciano sempre dal colpire i più deboli. Alcune favelas, come è successo a Rio, sono già occupate dall’esercito, altre lo saranno in breve. Il segretario di pubblica sicurezza ha dato ufficialmente il via alla caccia all’uomo: “sangue si paga col sangue”, le sue parole.  
Vorremmo tanto essere capaci di sperare

Edith e Paolo
São Paulo, Brasil, 13 maggio 2006

De Pressa
Assim sem camisa, hoje, com este frio. Não, não foi você que desapareceu, fui eu.
Tia Edith? Porque nunca mais deu as caras? Como é que você sobe que estava te procurando?
Um dia a gente se fala, agora não posso ficar, sabe, tenho sempre muito trabalho.

Em poucos minutos trocamos duas palavras, quanto basta para saber que está vivo, o que não é pouco. Transcrevi a sua vida literalmente como se estivesse ditando naquele momento. Nunca teria sido capaz de descrevê-la e, no limite do possível, usei as suas mesmas expressões. Não sei se em italiano é fácil traduzir aquele linguajar baseado em frases feitas, gírias, palavrões. Espero que a tradução do Paolo tenha feito jús. Lembro que escrevi igualzinho a quanto ouvi.
Sobrevivido e sobrevivente, alto, forte, desfigurado pelo fogo e pelas mordidas do rato, sorri e ri para mim e, como sempre, me abraça apertado, de saudade. Quanto tempo, Tia.
Queria tanto lhe dizer como me custa o fato de não poder mais desenvolver o meu trabalho, o meu dever, justo e sagrado. Se não fosse por algum amigo que me segura na porta, na rua voltarei agora, retomarei aquilo que tive que deixar em suspenso. Não foi nada fácil. Coragem não significa abusar da sorte. É por isto que me afastei. Tenho uma idade respeitável, alguma dorzinha aqui e ali, já sou vovó e com um netinho que quero ver crescer. Digamos que foi um recuo estratégico na espera de tempos melhores. A minha condenação foi pronunciada com a solenidade de uma sentença de aiatolá: vamos te matar! O delegado foi claro: você Paolo e você tia Edith, estão mortos, se puserem os pés aqui de novo, vão matar vocês na hora. Disse isso para nos defender da nossa vontade de resolver tudo, da nossa incapacidade de conceber o mal. A eterna história do lobo e do carneiro, os mais fracos – os meninos – feitos em pedaços por ogros disfarçados de santos que agiam com o aval oficial de importantes instituições. A pedofilia, os abusos, a ligação espúria com perigosos traficantes e policiais corruptos. Denuncias, processos, intimações do juiz e, por fim, as ameaças diretas. Tia Edith e Paolo obrigados ao silêncio e isolados, os ogros em triunfo. Os meninos de rua esmagados. Nós amedrontados a olhar para trás cada vez que púnhamos o nariz fora de casa. Storiaccia. E hoje, bem ali, no chão batido mil vezes e conhecido ao milímetro, vejo as novas gerações, os filhos dos meus meninos de rua que, como verdadeiros e bons filhos de genitores ilustres, continuam a tradição dos seus pais-meninos. Cinco, seis, sete anos, pequeninos fantasmas risonhos, me rodeiam, não me conhecem, beijo-os um por um. Nada de lágrimas, tia. Paolo não pode me ver chorar que vira bicho. Chissenefrega. Choro assim mesmo.
Ele não, ele ri feliz como sempre fez, continua o seu trabalho de guardador de carro abusivo- regular. Abusivo sim, porque esta profissão não existe; regular porque está neste ponto há anos e é conhecido por todo mundo.
Traficantes, lojistas, guardas de rua, polícia. Pela sua bondade natural, pela sua ingenuidade, quando acontece algo na área (assaltos, tráfico, homicídios) é sempre o primeiro a cair nos controles ou nas vinganças. Conhece tudo e todos, é usado por todos, vitima de tudo. Hoje estou na rua para entregar-lhe uma cópia da sua carteira de identidade. A original fica comigo, a sua certidão de nascimento, os seus documentos, ficam comigo. E junto com os dele, aqueles de dezenas de outros meninos de rua. Onde poderiam guardá-los? Enfiados nos bolsos furados de bermudas imundas e maltrapilhas? Se para obter um documento ao qual se tem direito, foi uma verdadeira odisséia, obter uma segunda via é praticamente impossível. Então, na gaveta da cômoda, fica o original e uma copia extra, autenticada e autorizada, nunca se sabe.
O seu abraço me aperta forte, conta confuso as suas últimas aventuras. Gesticula e move o corpo com o balanço típico do malandro, o homem que sabe das coisas, aquele em que se pode confiar porque comeu o pão do diabo e, de alguma forma, sabe sempre se safar. Bigodinho, sem camisa, o boné para trás, bermudas da cor do asfalto-lama-buracos-trapo.
– Tia, tia quando volta com a gente?
– Um dia.
– Vê se não desaparece de novo.

Paolo, colega e amigo querido, feroz cão de guarda, do outro lado da rua me censura com os olhos. Estou chorando. E demorei demais. Chegaremos atrasados para mais uma e inútil reunião que como de costume começará atrasada.
– Mas porque está chorando?
– Deixe-me em paz, respondo irritada.
– Depois lhe perdôo, sei que ele chora também, faz de conta de nada, mas escondido também chora.