In partenza per la Bolivia e la mosca azul

Carissimi
Dopo un tempo di silenzio riprendo a farmi sentire con la mia voce dal sud. E’ da molto che non scrivo perché sono stato impegnato a preparare l’arrivo in italia di Suor Adma e Roberto previsto per la fine di maggio e adesso finalmente mi prendo del tempo per fare le due cose che mi piacciono, viaggiare e scrivere. Vado in Bolivia.

Però prima mi fermerò a Sao Paulo a salutare Edith e Paolo. E’ da tempo che non li vedo anche se sempre sento il loro cuore battere per ogni situazione di ingiustizia in cui i minori sono vittime e la loro parola alzarsi rabbiosa nel mutismo e ipocrisia generale.

In Bolivia vado a Santa Cruz de La Sierra, da Juan Pablo Sanzetenea, professore universitario, che conosco e anche lui impegnato nel fare dell’università un luogo per servire il suo popolo. Ci vado in autobus, ci vogliono quasi due giorni per fare quasi 2000 km.
Con l’occasione voglio imparare meglio lo spagnolo. Comunque il mio obiettivo è conoscere la situazione della Bolivia che in questo tempo sta bollendo a causa delle emersione di tutte le resistenze, di fronte al cambiamento che il nuovo presidente sta mettendo in atto. Per alcuni aspetti la Bolivia assomiglia a tanti paesi sudmaericani, ma per altri aspetti è originale. Cercherò di capire meglio questa sua originalità che nasce dalla sua storia.

Il mio itinerario prima di tutto prevede di passare qualche giorno sulle "orme di Che Guevara", sui luoghi dove ha combattuto e vissuto il suo ultimo anno di vita prima di essere ammazzato. Poi vorrei conoscere meglio il lavoro di Juan Pablo e delle sue relazioni con l’attività con i bambini di strada e con popolazioni indigene.
La continuazione del mio viaggio prevede di arrivare fino a Santiago del Cile e poi tornare indietro passando per Argentina o Paraguay. Deciderò lungo il cammino a seconda delle piste che troverò.
Il mio ritorno a Rio è previsto per la metà di Giugno quando cominciano ad arrivare viaggiatori italiani.

In questi mesi in Brasile sono successe tante cose.
Prima di tutto è già cominciata la campagna elettorale per le elezioni presidenziali di ottobre. In gioco è la conferma del presidente Lula e del futuro del PT. Lula è ancora in testa ai sondaggi, ma sta crescendo e facendo alleanze il suo principale rivale: Alkmin del partito dell’ex presidente FHC (Fernando Henrique Cardoso).
Neanche un mese fa l’ultimo alfiere di Lula, il ministro dell’economia Palocci si è dovuto dimettere a causa di uno scandalo: ha rotto il sigillo bancario del suo accusatore, il guardiano di una casa dove si incontrava con i suoi amici, che ha rivelato tutti gli intrallazzi del ministro. Lula ha perso per strada i principali artefici della sua vittoria, coloro che avevano tessuto (e comprato) le alleanze necessarie per governare (Dirceu, Gushekin, Palocci).
Molti parlamentari e senatori sono invischiati in quello scandalo che è chiamato "Mensalao", un sistema (organizzato da alcuni del PT e di altri partiti) per prendere il denaro pubblico e darlo a partiti o a persone per far funzionare la macchina politica a favore del governo. Per appurare questo fenomeno è stata costituita una CPI (commissione parlamentare di inchiesta) per
analizzare il coinvolgimento delle persone. Anche la Commissione di Etica del parlamento ha
analizzato il comportamento dei politici. La cosa strana è che i parlamentari di cui si è chiesto l’espulsione, devono passare attraverso la votazione segreta del parlamento e più di metà sono stati assolti, anche se con prove schiacinati.

A mosca Azul (La mosca azzurra)
Assieme alla gente vivo lo smarrimento di tutti coloro che pensavano che con Lula il Brasile potesse cambiare, si forzasse una svolta verso una maggiore giustizia sociale. Frei Betto ha pubblicato da poco un libro: "A Mosca Azul" prendendo spunto da una poesia del poeta Machado de Assis, che parla della illusione del potere. Il libro descrive tutta la sua traiettoria politica e analizza la crisi del PT, della complessa realtà politica brasiliana e internazionale, centrando la riflessione sul problema del potere e come questo, quando ti cattura ti distrugge.
Un libro molto bello, che dentro la crisi terribile che si sta vivendo a livello politico (l’Italia non è da meno) aiuta a camminare con speranza.

Vivo sentimenti di delusione quando vedo che le cose non cambiano. Dai bambini di strada che non diminuiscono, alle morti per arma da fuoco, alle stragi di contadini nelle regioni rurali del brasile, alla riforma agraria che non viene fatta, e via di questo passo. Mi sento come Josè nella poesia di Carlos Drummond de Andrade, che rappresenta la maggioranza dei brasiliani
senza nome.
Ve la offro con la traduzione.
Però vivo anche sentimenti di speranza. Frei Betto nel suo libro mi ha aiutato a non perdere la fiducia. Sapendo che anche voi vivete questi sentimenti alterni vi faccio un altro regalo. Vi traduco uno dei capitoli del libro .

Oggi è Venerdì Santo e non ho bisogno di andare in chiesa per toccare il Crocefisso. Il mio l’ho incontrato oggi alla fermata dell’autobus, quando è passato uno dei ragazzi di strada con la sua inseparabile bottiglietta di solvente sul naso. Quando l’ho salutato l’ha nascosta e mi ha detto:
"Zio, ci vediamo martedì?" quando l’associazione li porterà in un parco di divertimenti per un giorno di festa. "No Batata (il suo nomignolo), mi dispiace", gli ho detto con il nodo in gola,"martedì sarò lontano, ma tu non devi mancare"."Chiaro" mi ha detto e gli occhi brillavano. Mi ha dato la mano, l’ho baciato e se ne è andato, piedi scalzi e vestiti laceri.
Mauro Furlan

Frei Betto
A Mosca Azul-reflexao sobre o poder
Cap. 13

Tratta delle ragioni che ha portato l’autore  a lasciare
 il governo. Sconfitte e vittorie della sinistra.
 Il socialismo come speranza del futuro.

Durante l’anno 2003 e 2004, sono stato invitato e nominato dal presidente Lula ed ho attuato nella mobilizzazione sociale del programma Fame Zero, funzione che ho diviso con Oded Grajew, fondatore dell’Istituto Ethos. Ho sempre resistito agli inviti di entrare nel potere pubblico e anche nell’iniziativa privata. Mi è sufficiente questa arte di cucire parole, di seminare speranza attraverso incontri, conferenze, assistenza a movimenti pastorali e sociali. Ma visto che si trattava di un programma centrato sui più poveri tra i poveri (quelli che muoiono di fame) l’ho considerato in linea con la mia ispirazione sociale e politica che viene dalla mia fede cristiana e ho deciso di accettare.
Sono stati due anni di intenso lavoro, occupando un ufficio nel palazzo del Parlamento, ho ripreso a leggere Shakespeare e Kafka decodificatori della psicologia del potere. Ho viaggiato per tutto il Brasile per far crescere il progetto Fame Zero, ho insistito con governatori e sindaci perché organizzassero consigli di sicurezza alimentare e nutrizionale, ho dato interviste, ho fatto conferenze, elaborato piani, sono andato all’estero alla ricerca di appoggio al programma che aveva la priorità per il Presidente. Ho cercato di mobilizzare nel combattere la fame le varie denominazioni religiose e le università, associazioni e movimenti politici. Mi sono impegnato nella creazione del programma “Scuole Sorelle”, che aveva per obiettivo creare una trama di solidarietà tra alunni in punti differenti del brasile e nella creazione del “Talher”, rete di educazione di cittadinanza, che ispirati sul modello di Paulo Freire coinvolgendo più di 800 educatori popolari in tutto il Brasile dovevano agire assieme ai beneficiati dal programma Fame Zero, per saziarli non solo dalla fame di pane, ma anche della bellezza: fame di cittadinanza e cultura, di partecipazione politica e prottagonismo economico.
Ho lasciato il governo federale nel dicembre 2004, prima dello scandalo del “Mensalao” del quale non avevo neanche il sospetto, scettico sulla strada intrappresa dalla politica economica e mosso dalla compulsiva passione per lo scrivere. La mosca azzurra non mi pungerà. Ha volteggiato, ha ferito l’aria con il suo ronzio, mi ha mostrato le sue ali di oro e color granada, brillava al chiarore del sole, mi ha mostrato la visione fantastica e sottile (del potere-ndt), ma non mi ha inoculato il veleno dell’attaccamento al potere. L’ho catturata curioso di esaminarla, sapere la causa del suo mistero, toglierle l’illusione e tutto l’incanto è morto tra le mie mani.
L’essere alliviato, non mi esime dalla responsabilità storica che mi vincola al governo del PT anche se non ne sono affiliato. La mia angustia non è più profonda, solo perché conosco la traiettoria della sinistra. E’ stato uno shock terribile quando Kruschev ha denunciato i crimini di Stalin, nel 1956 durante il XX Congresso del  Partito Comunista Sovietico. Ci sono stati suicidi di dirigenti, come riporta Jorge Semprun nella sua autobiografia. Non potevano supporre che “la nuova società” fosse stata eretta sul dolore di tante purghe, massacri, prigioni, torture e fucilazioni. Neanche per questo ho perso la fede in un altro mondo possibile, nel quale libertà individuale e giustizia sociale si complementano e la cittadinanza e la democrazia si portano alla loro radicalità – quello che chiamo di socialismo-. La sfida è vincere il dilemma posto da Norberto Bobbio nella sua opera Quale socialismo?: “Negli stati capitalisti il metodo democratico, anche nelle sue migliori applicazioni chiude la strada al socialismo; negli stati socialisti la concentrazione del potere a partire da una direzione unificata dell’economia rende estremamente difficile l’introduzione del metodo democratico.”
Ho sperimentato molte sconfitte: la morte di Che Guevara in Bolivia, il fallimento dei gruppi armati contro la dittatura militare brasiliana, il terrore della rivoluzione culturale cinesa, il fallimento della rivoluzione sandinista resa ancora più grave da scabrosi casi di corruzzione, la fine dell’eurocomunismo….
“ Ho sempre lottato dal lato giusto e ho perso tutte le battaglie”, ha dichiarato Antonio Callado, nella sua ultima intervista. Non mi do il diritto di un tale scetticismo. Vedo conquiste nella rivoluzione cubana, nella sconfitta degli USA nel Vietnam, nella fine delle dittature militari nel sudamerica, nella creazione del PT, nella crescita dei movimenti popolari come l’MST, nelle conquiste delle organizzazioni indigene, femministe, ecologiche e della lotta contro le discriminazioni sessuali e razziali.
La mia fede nel socialismo non ha niente a che vedere con i sentimenti religiosi. Si fonda nella radicata convinzione che il capitalismo è intrinsecamente inadatto a costruire un mondo di giustizia e libertà. Il benessere dei paesi ricchi è il risultato della crudele storia di colonizzazione ed estrosione praticate sulle nazioni dell’Africa e dell’America Latina e oggi proseguita dalla globo-colonizzazione neoliberale.
Il mio socialismo si nutre di più della comunità primitiva dei cristiani, descritta negli “Atti degli Apostoli”, che sulla teoria del valore. Mi sento più vicino a Proudhom che a Marx. Per questo non arrivo ad abbattermi per gli scandali di corruzzione.
La mia speranza non si ancora in teorie politiche, ideologie o promesse elettorali. Ha radici etiche: più che qualsiasi corruzzione, come essere umano, ho vergogna della miseria collettiva. Tutti hanno diritto ad una vita degna. La diseguaglianza sociale mi ripugna. E’ una offesa alla condizione umana.
Mi rifiuto di pensare che “sempre è stato così e non ci sarà cambiamento”. Non è abitudine ascoltare queste parole dalla bocca di chi è stato ingiustamente privato dell’accesso ai beni più elementari, come alimento, salute e educazione. Nessuno sceglie la povertà. E’ prodotta da leggi e strutture ingiuste. Questo è quello che ha bisogno di essere cambiato.
La mia tristezza è vedere bambini con la pancia gonfia dai vermi senza il diritto ad una infanzia felice, la bambina condannata ad una prostituzione precose, la mamma che vede il figlio che abbandona la scuola per entrare nel narcotraffico, il padre disoccupato che non può sostenere la sua famiglia.
Dio ci ha creati per vivere in un giardino, l’Eden. La libertà umana ha inventato l’ingiustizia, che ha generato la segregazione e l’esclusione. Non credo nel dio che ammette che i suoi figli siano divisi tra miserabili e saziati. Condivido la fede di Gesù che identifica Dio con la faccia dell’oppresso (Matteo 25, 31-44), So che non sono tra quelli che parteciperanno del raccolto. Ma faccio questione di stare a fianco di quelli che spargono, anche se in terra arida, la semente di un futuro migliore.
A volte ho il desiderio di mandare tutto a quel paese. Pensate che non mi invada il sentimento di frustrazione, l’amarezza sorda, l’acidita sulla bocca dell’anima? Si, c’è un momento in cui sono stanco di trasportare pesi in salita, questa pietra pesante di una speranza piena di buchi. Ci sono momenti in cui mi sento Prometeo, incatenato, ma senza ribellione, ringraziando per avere le mani legate. E l’unica cosa che mi passa per la testa è ubbriacarmi di alienazione, rimanere sulla veranda, contemplando la città la in basso, migliaia di cristalli rilucenti impersonali, anonimi, indifferenti al mio stupore.
E’ molto frustrante seminare speranza. Sono grani piccolissimi, delicati, quasi invisibili, a volte piantati nel cammino accidentato, a volte in un cuore angustiato, sempre nel terreno arido della povertà insolente. E dopo viene l’arduo lavoro di irrigare tutti i giorni, veder emergere il primo germoglio, un ciuffo di verde spuntando dalla terra nera e la gente presa da quel sentimento femminile di aver cura e si comincia allora a credere che la primavera esiste.
La speranza è un passero in volo permanentemente. Segue davanti e in cima ai nostri occhi, fluttua nel cielo azzurro, non gli si oppone nessuna barriera. E’ così in tutto quello che si nutre di speranza: l’amore, l’educazione di un figlio, il sogno di un mondo migliore.
La politica sempre è stata l’obiettivo prediletto della speranza fin dai tempi biblici. Nell’antico testamento appare nel passato (giardino dell’Eden), nel futuro (la terra promesa) e nel presente (la fiducia nelle promesse di Dio). I profeti sapevano essere giardinieri della speranza.
La speranza è una fenix. Sempre a rinascere dalle sue ceneri. E’ stato così nella rivoluzione francese, nella unione sovietica. E’ stato così anche con Tancredo Neves, visto anche lui come un nuovo Mosè, che non ha messo piede nella terra promessa. Inciampi e errori politici fanno in modo che il passero blocchi il volo in aria. Lui non si posa. Rimane la in cima impigliato nei nostri miraggi utopici, mentre un dolore ci lacera dentro.
Allora la mia memoria riscatta l’orrore. Prima di tutto le grida. La pelle si accappona. Se io fossi sordo, vedrei soltanto il volto che si disfa in una maschera di terrore. Ma le mie orecchi si intasano di grida stridenti. Il corpo si arriccia. Non sono io, ne la mia ragione che comanda. E’ l’istinto animale, primario,che viene dal basso della scala zoologica e adesso si manifeta nelle reazione animale per una minaccia prossima. Non c’è via di scampo. Dalla sala  di tortura si esce morti o spaccati. C’è una altra alternativa ed è ancora più terribile. Quella di uscire definitivamente distrutti nella prorpia identità quando si da una informazione in cambio di una vita indegna.
Lui abbassa il tono della voce e tenta convincermi con una voce accomodante. Dice con tono posato che non ho altra scappatoia. Io devo affidarmi alla sua comprensione. Ma la sua pazienza ha un limite… ha un limite… fino a quando il mio silenzio fa scoppiare la bomba. In lui l’animale razionale irrompe e con gesti calcolati, comincia la tortura.
Ma questa non è l’unica forma di tortura. Ci sono altre, forse più terribili, perché intaccano l’anima, feriscono in profondità lo spirito, strappano dal cuore quello che è custodito e lo lasciano irrimediabilmente vuoto. E’ il dolore di vedere un progetto adulterato per l’ambizione senza misura, la sete di potere, il pragmatismo senza scupoli, questa furbizia così pusillanime che finisce per ingoiare l’esperto, come il serpente ingoia la propria coda.
Un sogno si tesse di mille fili delicati, fino al giorno in cui l’immagine passa dalla mente alla realtà. Anche se a volte non si sa esattamente dove si arriverà. E’ come nell’amore, i sentimenti creano vincoli e non si può sapere o indovinare quello che accadrà. Comunque si sa per dove non andare. Come nella poesia di Josè Regio, “non so per dove vado, non so per dove andrò, so che non vado per di là!”. Non vado per la strada che conduce ai passi del nemico. Non percorrerò i cammini oscuri, tortuosi, della corruzzione, della frode, dell’imbroglio e della pratica di negoziare.
Un corrotto è un risultato di piccole infedeltà. Non si costruisce se non attraverso dettagli che si accumulano nell’anima: avere dei vantaggi in un affare, appropriarsi di un bene apparentemente di poco valore, tradire la fiducia degli altri. Non è il denaro che distrugge la sua morale. E’ l’ambizione ad avere di più, l’arroganza , la convinzione che è più furbo degli altri.
Non c’è etica senza umiltà, essere della misura che si è, ne minore ne maggiore di qualsiasi altro. Sostenere la speranza nella certezza che solo ci sarà raccolto se fin da ora ci si prende cura, in modo delicato e anonimo, della semina. “Mentre qualcuno esce per catturare farfalle, preferisco aver cura del mio giardino perché esse possano venire” dichiara Mario Quintana. (fine)

(libera traduzione, Mauro Furlan)

JOSÉ
Carlos Drummond de Andrade
 E agora, José?
A festa acabou,
a luz apagou,
o povo sumiu,
a noite esfriou,
e agora, José ?
e agora, você ?
você que é sem nome,
que zomba dos outros,
você que faz versos,
que ama protesta?
e agora, José ?

Está sem mulher,
está sem discurso,
está sem carinho,
já não pode beber,
já não pode fumar,
cuspir já não pode,
a noite esfriou,
o dia não veio,
o bonde não veio,
o riso não veio,
não veio a utopia
e tudo acabou
e tudo fugiu
e tudo mofou,
e agora, José ?

E agora, José ?
Sua doce palavra,
seu instante de febre,
sua gula e jejum,
sua biblioteca,
sua lavra de ouro,
seu terno de vidro,
sua incoerência,
seu ódio – e agora ?
 
Com a chave na mão
quer abrir a porta,
não existe porta;
quer morrer no mar,
mas o mar secou;
quer ir para Minas,
Minas não há mais.
José, e agora ?

Se você gritasse,
se você gemesse,
se você tocasse
a valsa vienense,
se você dormisse,
se você cansasse,
se você morresse…
Mas você não morre,
você é duro, José !

Sozinho no escuro
qual bicho-do-mato,
sem teogonia,
sem parede nua
para se encostar,
sem cavalo preto
que fuja a galope,
você marcha, José !
José, pra onde ?

José
Carlos Drummond de Andrade

E ora, José?

La festa è finita,
la luce si è spenta,
la gente è scomparsa,
la notte è ghiacciata,
e ora, José?
e adesso, che ne è di te?
di te che non hai nome,
che prendi in giro gli altri,
di te che fai versi,
che ami, protesti?
e ora, José?

Sei senza una donna,
sei senza discorso,
senza tenerezza,
ora non puoi più bere,
non puoi più fumare,
non puoi neppure sputare,
la notte è ghiacciata,
non è arrivato il giorno,
non è arrivato il tram,
non è arrivato il riso,
nemmeno l’utopia
e tutto è finito
e tutto è fuggito
e tutto si è ammuffito,
e ora, José?
E ora, José?
La tua dolce parola,
il tuo istante di febbre,
la gola, il digiuno,
la tua biblioteca,
il tuo giacimento d’oro,
il tuo vestito di vetro,
la tua incoerenza,
il tuo odio: e ora?

Con la chiave nella mano,
vuoi aprire la porta,
non esiste porta;
vuoi morire nel mare,
ma il mare si è seccato:
vuoi ritornare a Minas,
Minas non c’è più.
José, e ora?

Magari tu gridassi,
magari tu piangessi,
magari tu suonassi
il valzer viennese,
magari tu dormissi,
magari ti stancassi,
magari tu morissi…
Ma tu non muori,
tu sei duro, José!

Solo nell’oscurità,
come un animale selvatico,
senza teogonia,
senza parete nuda
alla quale appoggiarti,
senza cavallo nero,
che scappi al galoppo
tu avanzi, José!
Verso dove, José?