Iniziative, ecc… ecc…

Lo sapevo. Che la Tia Edith avrebbe morso, non ne dubitavo. Ritengo comunque positivo il fatto che continuino ad invitarla, forse lo fanno per scrupolo di coscienza, forse perché in fondo sanno che ha ragione, o forse continuano ad invitarla perché il suo nome, non si sa come, è rimasto nelle loro agende. Fatto sta che la invitano e lei va, punto e basta. Io, invece, ad ascoltare frasi fatte e luoghi comuni, non ce la faccio più e da tempo, nonostante le insistenze della Tia Edith, diserto – vigliacco – riunioni e incombenze varie. Lei no, lei giustamente dice che i bambini nessuno li difende e che alle riunioni è necessario andarci malgrado le brutte facce, le frasi fatte e i luoghi comuni di tutta quella bella gente. Poi però quando non ce la fa più si sfoga. Ecco a seguire le sue testuali, contundenti parole, che traduco e faccio mie.
P.

I gravi disturbi alla convivenza civile, le distruzioni del patrimonio pubblico, gli attacchi indiscriminati alla città, le decine di agenti delle forze di sicurezza assassinati mentre dormivano o in vigliacche imboscate; la reazione della polizia, gli omicidi in massa, il clima di terrore instauratosi, il coprifuoco, i posti di blocco indiscriminati, le accuse, le vendette trasversali, la criminalizzazione di intere popolazioni colpevoli solamente di essere periferiche e povere.
Questi fatti accaduti negli ultimi quattro mesi sono già diventati marginali, sono scomparsi dall’agenda di dibattito pubblico, nessun candidato in campagna elettorale ne parla: o per non ferire la suscettibilità dell’avversario o perché ognuno vuol tenere i sui scheletri ben nascosti in fondo all’armadio, insomma, sono fatti indegni perfino della cronaca nera dei giornali scandalistici: ieri l’altro si è verificata la quarta ondata di attentati, strutture pubbliche attaccate e gente ferita. Il principale telegiornale ha dedicato alla notizia non più di trenta secondi. Non so se è una caratteristica dell’inerzia collettiva che sembra avere dominato tutti noi, ma è un dato di fatto. Nulla viene più analizzato o discusso, ci siamo assuefatti. Tutto fa parte del quotidiano, di un vivere senza senso, un sopravvivere, un tira a campare, anche se ne è coinvolta l’intera collettività.
I numeri ufficiali spaventano. Dei 493 morti ammazzati nella prima settimana degli attacchi, 62 sono stati colpiti da spari venuti da cortissima distanza, spari per uccidere sul posto. Le ferite mortali, le traiettorie dei proiettili indicano che in questi 62 casi la vittima non ha avuto né tempo né accenno di reazione. Si tratta di persone, o per usare il gergo della polizia, di elementi, che nonostante si fossero arresi, o non avessero dimostrato un atteggiamento ostile, sono stati incontrati  stesi a terra in posizione di supplica. In seguito si è constatato che erano totalmente estranei ai fatti, ma che agli occhi dei boia apparivano come potenziale pericolo, delinquenti.  La polizia si è auto investita del diritto di giudicare e di applicare immediatamente la sentenza: la morte.

È chiaro che tutto questo non ha niente a che vedere con l’ultima riunione alla quale ho partecipato, né con le prossime. Sarebbe superficiale e arrogante se solamente insinuassi il contrario, sarebbe come dire che le istituzioni e la bella gente preposta alla funzione di soddisfare le necessità dei miei meninos, in realtà non desiderano altro che liberarsi del problema… Chiedo che mi si perdoni il sarcasmo, ma tutta questa bella gente, è parte integrante del processo di disaggregazione sociale  in cui affonda la mia città e i suoi abitanti più deboli, si, tutta questa bella gente è responsabile se non direttamente, per lo meno in senso morale: avrebbe infatti il potere, la possibilità materiale di cambiare realmente le cose. Ma il potere è usato per acquistare ancora più prestigio, più visibilità, per poi un giorno esercitare ancora più potere in una scalata viziosa senza fine. Approfittandosi letteralmente dell’onda di crimini pazzi, molti dei quali commessi da giovani minorenni, tutta la bella gente grida dal suo piedistallo autorevole, il desiderio, la necessità di cambiare lo “Estatuto da Criança e do Adolescente” (lo Statuto del bambino e dell’adolescente) per ridurre l’età imputabile, come se questo fosse la soluzione di tutti i mali, la panacea universale per risolvere il problema-incubo che li perturba: os meninos. Riassumendo: tutti in galera. Vogliono mandare i ragazzi in prigione, nelle nostre prigioni, come se le misure “socio-educative” previste non fossero sufficienti, li vogliono sbattere in prigione, le prigioni brasiliane: depositi di carne umana, versione contemporanea delle navi negriere, fabbriche di morte.
In un importante congresso, l’oratore – alto funzionario del Comune – comincia il discorso: “per noi che lavoriamo in quest’area è molto conveniente che esistano i meninos de rua, senza di loro saremmo tutti disoccupati.” Sorride tra i denti e poi dice: “sto scherzando”. No, non è uno scherzo, è quello che lui e che tutti loro pensano. Il bambino, fonte di lucro. Il bambino, disturbo alla pubblica sicurezza. Il bambino, inutile fardello. È quello che pensano, senza dirlo apertamente, i presenti alla riunione di oggi. Cambiare lo Statuto, togliere i bambini sempre più precocemente dalla scuola per affondarli nella cayenna. Morte, morte, morte, mille volte morte: è quello che stanno pensando. Prima sparano e dopo dicono: mani in alto. Il caso di Johnny è emblematico. Quando avevamo tutto in mano per poter recuperarlo, per poter dargli una vera possibilità di cambiamento, ci hanno ostacolato fino all’ultimo e hanno vinto, ce l’hanno fatta. Con la semplice indolenza di qualunque funzionario pubblico, bloccarono sia il mio intervento, che il suo riavvicinamento alla famiglia. Si appropriarono della sua vita e fecero di lui un recluso permanente. Io ho perduto Johnny per causa vostra, dico ai magistrati presenti, quante volte sono stata in tribunale per dialogare, quante volte ci siamo riuniti per deliberare, quante volte, vostra eccellenza inviò autorizzazioni e dispacci alla Febem… . Niente di ciò fu realizzato. Fecero di tutto per ucciderlo, nascosero perfino un coltello sotto il sedile del pulmino che avrebbe dovuto portarci alla casa di accoglienza. Ho perduto Johnny, ha vinto la Febem.
Che fare? Continuare a gridare ai quattro venti? Spendere tempo e energie in inutili ciarle? Molti anni fa feci la mia opzione: il lavoro discreto e silenzioso, seduta li vicino, proprio qui, dove non vuole andarci nessuno, dove nessuno vuole rimanerci, dove si fa finta che non ci sia nessuno.

Edith Moniz

Iniciativas, etc… etc…
Os graves distúrbios da ordem, da convivência cívica, as destruições de bens públicos, os ataques indiscriminados à cidade, as dezenas de homens das forças de segurança assassinados em quanto dormiam ou em emboscadas covardes; a reação da polícia, os homicídios em massa, o clima de terror instaurado, o toque de recolher os bloqueios indiscriminados, as acusações, as vinganças transversais, a criminalização de inteiras comunidades culpadas somente por ser periféricas e pobres.  Esses fatos acontecidos nos últimos quatro meses já se tornaram marginais, desapareceram da agenda de discussão pública, nenhum candidato em campanha eleitoral toca no assunto, ou para não ferir a sensibilidade do adversário, ou porque cada um quer ficar com os seus podres bem escondidos no fundo do armário, em suma, são fatos indignos até das crônicas policiais dos jornais noir: anteontem houve a quarta onda de atentados, prédios atacados e gente ferida. O principal telejornal não dedicou à notícia mais que trinta segundos. Não sei se é uma característica da inércia coletiva que parece ter tomado conta de todos nós, mas é um dado de fato. Nada mais é questionado por ninguém. Tudo faz parte do cotidiano, de um viver sem sentido, um sobreviver, um empurrar com a barriga, mesmo que todos sejamos atingidos.
Os números oficiais assustam, ou melhor, apavoram. Dos 493 mortos a tiros na primeira semana dos ataques, 62 foram atingidos por disparos feitos as curtíssimas distâncias, disparos para matar na hora. Os ferimentos mortais, as trajetórias das balas indicam que nesses 62 casos a vítima não teve nem tempo nem esboço de reação, muito pelo contrário. Trata-se de pessoas, ou para usar o jargão policial, trata-se de elementos, que apesar de terem se rendido, ou de não ter demonstrado uma atitude hostil, foram encontrados no chão em posiçao de súplica. Posteriormente constatou-se que eram totalmente estranhos aos acontecimentos, mas que aos olhos dos carrascos, representavam um potencial perigo, delinquentes. A polícia se auto investiu do direito de julgar e aplicar imediatamente a sentença: a morte.  
É claro que tudo isso nada tem a ver com a última reunião a qual participei, nem com as próximas.
Seria leviano, inconseqüente, arrogante se somente insinuasse o contrário, seria como dizer que as instituições e a boa gente ai colocada para atender às necessidades dos meus meninos, na realidade não desejam outras coisa que se livrar do problema… Peço que me se perdoe o sarcasmo, mas toda esta gente boa, é parte integrante do processo de desagregação social pelo qual passa a minha cidade e os seus habitantes mais fracos, sim, toda essa gente boa tem responsabilidade, se não direta, pelo menos moral: teria de fato o poder, a possibilidade material de realmente mudar as coisas. Mas o poder é usado para adquirir mais prestígio, mais visibilidade, para um dia exercer ainda mais poder numa escalada sem fim. Aproveitando-se literalmente da onda de crimes loucos, muitos dos quais praticados por jovens menores de idade, toda a gente boa brada do alto da sua autoridade a necessidade de mudar o Estatuto da Criança e do Adolescente no sentido de abaixar a idade penal, como se isso fosse a solução de todos os males, a panacéia universal para resolver o problema-pesadelo que os perturba: as crianças. Resumindo: tutti in galera. Como se as medidas “sócio-educativas” previstas não fossem suficientes, querem colocar os garotos na prisão, nas nossas prisões, as prisões brasileiras: depósito de carne humana, versão contemporânea dos navios negreiros, fábrica de morte.
Num importante congresso, a oradora – alta funcionária da prefeitura – começa o discurso: “para nós profissionais da área é muito bom que existam os meninos de rua, sem eles estaríamos todos desempregados”. Sorri entre os dentes e diz “é brincadeirinha”. Não, não é brincadeira, é o que ela, o que eles todos pensam. A criança, fonte de lucro. A criança, transtorno da segurança pública. A criança, inútil estorvo. É o que pensam – mas não dizem abertamente – os presentes na reunião de hoje. Mudar o Estatuto, tirar as crianças ainda mais cedo da escola para afundá-las nas masmorras. Morte, morte, morte, mil vezes morte: é o que estão pensando. Primeiro atiram e depois falam: mãos ao alto. O caso do Johnny é emblemático. Quando tínhamos tudo nas mãos para poder recuperá-lo, para poder dar-lhe uma chance verdadeira, nos obstruíram até o fim e venceram, conseguiram. Com a simples má vontade de qualquer funcionário público, travaram seja a minha intervenção, que a sua re-aproximação com a família. Apossaram-se da sua vida e fizeram dele um interno permanente. Eu perdi Johnny por causa de vocês, digo aos juízes presentes, quantas vezes fui ao fórum para conversar, quantas vezes sentamos para deliberar, quantas vezes o senhor mandou autorizações e ofícios para a Febem…  Nada daquilo foi cumprido. Fizeram de tudo para matá-lo, colocaram até uma faca escondida debaixo do banco da Kombi que deveria nos levar para a casa de acolhida. Perdi Johnny para a Febem.
O que fazer? Continuar gritando aos quatro ventos? Gastar tempo e energias em inúteis falatórios? Muitos anos atrás fiz a minha opção: o trabalho discreto e silencioso, sentada ali, bem ali, onde ninguém quer ir, onde ninguém quer ficar, onde se faz de conta que não há ninguém.  

Edith Moniz