Intervista a Oded Grajew

Carissimi
ieri é terminato il forum sociale delle americhe e oggi mi concedo un giorno di calma dopo le attivitàintense di questi giorni.
Riporto un’intervista ad uno dei padri del forum che ho tratto dal sito
www.selvas.org
abbraccio mauro.

 

 
28 gennaio 2006
Che evoluzione ha visto nel FSM dal 2001 a oggi?
Nel 2001 il Forum era una completa novità, non sapevamo se avrebbe avuto successo, se sarebbe continuato. Il risultato è stato sorprendente e si è globalizzato il processo, perché il Forum non è un incontro, ma un processo. A partire dal 2001 ci sono stati decine di Forum in tutto il mondo, locali, tematici, regionali, continentali, il processo si è esteso mondialmente. L’idea del Forum è quella di cambiare i paradigmi politici, la cultura politica, e questo non si fa da un giorno all’altro. Il Forum non è un’organizzazione, non ha una struttura piramidale, non c’è un presidente, noi organizziamo solo uno spazio, ma chi fa il Forum sono le organizzazioni che, con una struttura orizzontale e con l’autogestione, compongono una rete.
Non c’è una direzione che dà linea, la carta dei principi valorizza la diversità, la democrazia e i metodi pacifici come mezzo di azione politica. Oggi tutto questo è molto più comprensibile, sempre più gente capisce e pratica lo spirito del processo del Forum.
D’altra parte, dal 2001 ad oggi, è molto cambiata l’idea che il mondo aveva del neoliberismo, era un’idea assoluta, dominante. Si pensava che non c’era la possibilità di un mondo differente e chi sosteneva il contrario era considerato un pazzo, un retrogrado, mentre oggi pochi si azzardano a dire che questo è l’unico modello. Si cominciano a intravedere alternative, i problemi e la cultura politica sono cambiati parecchio. Il panorama mondiale è mutato, soprattutto in America latina, non c’erano Lula, Tabaré, Hugo Chavez, Evo Morales, e gli stessi governi di destra nel mondo hanno cambiato il loro discorso.
La guerra in Iraq raccoglieva l’unanimità nei governi europei, però da allora le cose sono cambiate molto e la società civile e le organizzazioni hanno molto a che vedere con questo. C’è ancora molto da fare ma guardando indietro, a 5-6 anni fa, la situazione è molto differente.

Oggi nel Forum c’è uno scontro tra due posizioni, una che vuole valersi dell’appoggio dei governi amici, e l’altra che considera necessaria l’assoluta indipendenza. Lei da che parte sta?
Io considero che la diversità di opinioni è molto importante, sarebbe problematico se non ci fossero differenze, che sono una ricchezza. Qualunque tentativo per cambiare l’attuale globalizzazione, per modificare la società, ha bisogno della collaborazione dei governi. Penso che la maggioranza dei partecipanti al Forum crede nella democrazia partecipativa. Tutti i presenti qui credono nella necessità di mantenere l’indipendenza della società civile, ma questo non esclude la partecipazione e l’appoggio da parte di alcuni governi. Detto questo, c’è gente che crede che è importante mantenere la distanza tra governi e società per timore di un controllo istituzionale, e altri che pensano il contrario. Questo è un dibattito molto sentito in America latina, dove ci sono molti nuovi governi di sinistra, si dibatte sul margine di critica e di indipendenza della società civile. Un’altra differenza è quella tra chi pensa che il Forum deve trasformarsi in una organizzazione verticale, che dà linea alla gente, che bisogna stabilire delle priorità, come fermare la guerra in Iraq, mentre altri, come me, credono nel rispetto della carta dei principi che afferma che il Forum deve mantenersi uno spazio aperto, che promuove la diversità e rifiuta di stabilire priorità.
Nulla impedisce che ci si unifichi intorno ad alcuni obiettivi, senza però imporli dall’alto, come si faceva nella vecchia cultura politica.

Se si riuscisse effettivamente a costruire una rete, sarebbe la prima volta nella storia che questo avviene…

Non sono d’accordo. In realtà i popoli indigeni, che abbiamo quasi sterminato, agivano proprio in questo modo. Per loro la terra non era un’entità separata, era parte della loro vita. Noi invece vediamo la terra solo come qualcosa da sfruttare, che fornisce risorse. Gli indios avevano una cultura della orizzontalità, il capo della comunità non parlava a nome di tutti. Le parole dei grandi profeti dell’antichità ridiventano molto attuali, oggi starebbero intervenendo nel Forum.

Lei si considera soddisfatto dall’evoluzione del Forum?

Sono molto contento. Certo, mi piacerebbe che le organizzazioni presenti si articolassero intorno ad azioni comuni, formulassero linee strategiche. E’ un problema per i movimenti sociali agire più strategicamente, rendere più efficaci le loro azioni. Bisognerebbe riscattare la parte buona della cultura imprenditoriale per ottenere maggiori risultati.

Qualche nuova idea?
Voi conoscete molto bene il potere dei mezzi di comunicazione. Un nuovo progetto consiste nel mettere insieme nel FSM i media alternativi, impegnati socialmente, per creare una grande forza di comunicazione a livello planetario. La mia idea sarebbe quella di organizzare una riunione l’anno prossimo in Italia. Un’altra idea sarebbe la creazione di un parlamento latinoamericano eletto dai popoli e di una costituzione continentale, nella prospettiva di creare un parlamento mondiale, in sostituzione dell’Onu, che oggi è dominata da cinque governi. Penso anche che la gente interessata nel FSM dovrebbe partecipare, non limitarsi ad osservare. E’ un processo che merita di essere vissuto.

E’ vero che lei è l’ideatore del FSM?
Tutto cominciò nel 2000. Io originalmente facevo l’industriale e conoscevo il presidente del Forum Economico Mondiale di Davos. Mi sono preoccupato sempre della questione etica, sociale, della responsabilità sociale. Cercavo di introdurre questa dimensione nel forum di Davos. Non ho mai partecipato a quegli incontri perché non ero d’accordo con la loro agenda, che escludeva temi come la povertà, l’ambiente o la giustizia sociale. Questo mi creava un certo disagio. Cercavo di trasformarlo dall’interno.
Nel 2000 mi trovavo a Parigi, proprio mentre si teneva il forum di Davos e tutti i mezzi di informazione parlavano della “fine della storia” e sostenevano che l’attuale modello avrebbe portato la felicità per tutti e che tutti i paesi, specialmente quelli della Organizzazione degli Stati Americani, ai consumatori, e sostenevano che la prosperità economica avrebbe risolto i problemi sociali e ambientali.
Io non ero d’accordo nel giudicare retrogradi quelli che si opponevano a questo modello, nell’ignorare le proposte alternative. Guardando la televisione mi venne l’idea di creare un nuovo spazio, dove mostrare che esistono altri modi di fare le cose, dove i perdenti, che sono molti ma non riescono ad organizzarsi, potessero mettersi insieme per avere la forza di cambiare la realtà con le le loro azioni.
Mi venne l’idea che, per creare un contrappeso a Davos, si doveva fare un Forum sociale mondiale, e farlo in contemporanea, affinché la gente sapesse che c’erano alternative.
Mia moglie Mara accolse entusiasta quell’idea, allora telefonai a Chico Whitaker, esiliato in Francia dall’epoca della dittatura, che era anche lui a Parigi con sua moglie, e gli proposi l’idea. Chico aderì al progetto e insieme andammo a trovare il giornalista Bernard Cassen di Le Monde Diplomatique e di Attac.
Bernard accettò e propose come prima sede Porto Alegre in Brasile, per via dell’esperienza del bilancio partecipativo. Tornato in Brasile, contattai il sindaco di Porto Alegre e il governatore di Rio Grande do Sul, mettendo in chiaro che il Forum sociale non doveva essere un evento istituzionale ma della società civile.
Coinvolgemmo otto organizzazioni sociali, formammo una segreteria e cominciò la ricerca dei finanziamenti, anche a livello internazionale. La Fondazione Ford, che non ha niente a che vedere con l’industria automobilistica, fu tra le prime ad aderire.
Nel giugno del 2000, a Ginevra, annunciammo la costituzione del Forum, la cui prima edizione si tenne nel gennaio del 2001 a Porto Alegre con i fondi ricavati dalle iscrizioni dei partecipanti e l’appoggio logistico ed economico del municipio e del governo locale.

Un industriale con preoccupazioni sociali è davvero una mosca bianca. Quando cominciò in lei questo interesse e come definirebbe il concetto di responsabilità sociale?
Io ho cominciato con una piccola industria di giocattoli che poi si ingrandì molto e mi sono sempre sentito socialmente responsabile. La responsabilità sociale non sono parole, è qualcosa che riguarda tutti: le azioni di persone, organizzazioni, sindacati, movimenti sociali, industrie hanno ripercussione sulla società. Dipende solo da noi scegliere di agire in modo differente. La responsabilità sociale è una maniera di vivere, di organizzarsi, di funzionare misurando sempre l’impatto delle nostre azioni e decisioni sulla vita delle persone. Dovremmo scegliere solo le azioni che hanno conseguenze positive. Questo vale tanto per i consumatori e i produttori quanto per la relazione prezzo-costo, i processi produttivi, il medio ambiente, i sindacati, le organizzazioni e si misura con indicatori precisi. Allo stesso modo con cui si valuta la situazione economica e finanziaria di un’industria, si può determinare la responsabilità sociale. Quando ero un industriale mi preoccupavo già di questa questione, della società, mi interessava la politica, poi fui presidente dell’associazione brasiliana degli industriali del giocattolo, presidente della federazione latinoamericana del giocattolo. Creai una fondazione, Abrinq, per la difesa dei diritti dei bambini, che patrocina programmi a favore dell’infanzia che beneficiano più di un milione di bambini. Cercando di aiutare i partiti più progressisti, mi avvicinai al PT brasiliano e appoggiai Lula fin dalla sua prima candidatura nell’89, cosa allora totalmente inusitata per un industriale. Ho anche contribuito a creare un’associazione brasiliana di industriali per la cittadinanza che appoggia i partiti progressisti di sinistra del Brasile nelle elezioni politiche.
Nel 1998, ho fondato Ethos, una grande organizzazione che riunisce più di 1100 industrie – piccole, grandi e perfino multinazionali – che rappresentano il 34% del Pil brasiliano. Per appartenere a Ethos bisogna rispettare una carta di principi e pagare un contributo mensile. C’è un comitato di etica che vigila l’osservanza dei principi, se c’è qualche denuncia interviene e può arrivare all’espulsione.
Nessuna industria aderente può utilizzare il marchio di Ethos a fini pubblicitari.

Lei aderisce in concreto a qualche ideologia?
Mi considero di sinistra, nel senso che i principi politici maggiori devono essere la giustizia e i valori umani. Nel Forum economico mondiale i valori umani e sociali erano subordinati ai principi economici, mentre per me l’economia è solo un mezzo per raggiungere gli obiettivi sociali e umani. Questo mi ha creato difficoltà nelle organizzazioni degli industriali, ma oggi c’è una minoranza con questa stessa visione e le cose stanno cambiando.

La sua amicizia con Lula è di vecchia data, però attualmente sembra aver preso le distanze dal suo governo…
Quando Lula fu eletto, mi chiamò a collaborare come consigliere speciale per coinvolgere il settore privato nell’appoggio al suo governo. Per un anno ho collaborato nel progetto Fame Zero e in molte iniziative industriali e sociali come banche di alimenti, costruzione di cisterne nel Nordeste brasiliano, creazione di biblioteche, campagne di alfabetizzazione, lotta alla prostituzione giovanile e al lavoro infantile.
Dopo un anno a Brasilia, sono dovuto ritornare a San Paolo, dove ho la mia famiglia e l’attività, dicendo al presidente che potevo continuare a lavorare in questi programmi senza bisogno di stare nel governo.
In quell’anno ho lavorato fianco a fianco con Frei Betto, che mi diceva sempre: ‘Io mi occupo dei poveri e tu pensi ai ricchi’.

Non pensa che l’esperienza del governo Lula abbia deluso molte aspettative?
Nel periodo in cui ho collaborato, pensavo che si sarebbe potuto fare molto di più nell’area sociale ed ottenere risultati maggiori in campo economico, però Lula mi diceva che nel primo anno di governo doveva essere più conservatore degli altri, visto che l’inflazione era del 40% all’anno, il rischio-paese a 4000 punti e il dollaro a 4 reales. La situazione era pericolosa e c’era il rischio di finire come Fernando de La Rua in Argentina, con un collasso economico. Per questo, malgrado le intenzioni, l’équipe di governo decise che nel primo anno era necessario essere molto conservatori, per cambiare successivamente.
Il punto è che dopo il cambio non c’è stato, e io non ero d’accordo con questo. Nell’ultimo periodo poi sono rimasto molto deluso dalla questione morale, non tanto per Lula, di cui non ho nessun motivo di dubitare, quanto per certi processi interni al PT e per i dirigenti coinvolti in faccende torbide, convinti che il fine giustifica i mezzi. Io credo che non è così, bensì che i mezzi fanno il fine. Alle prossime elezioni voterò ancora per Lula, perché paragonando il suo governo con quelli del passato e con gli altri candidati, gli indicatori economici e sociali sono tutti a favore di Lula. La mia opinione, però, è che si deve fare molto di più.
In un secondo mandato si possono correggere molti errori, ora ci sono le condizioni perché Lula ha più esperienza, la situazione economica oggi è più sicura, si possono fare più cose con meno rischi. C’è tutto per fare un governo migliore.