Inutile dire

Per riassumere: scompaiono dalla caserma dell’esercito del contingente di Rio una decina di fucili e qualche pistola. Si dichiara ufficialmente che l’azione è opera, ancora una volta, della criminalità organizzata, del narcotraffico. Burlando la Costituzione, con l’appoggio esplicito del ministro della giustizia e del presidente Lula, i militari occupano in gran forza le principali favelas della città. Mezzi blindati e armi pesanti, mitragliatrici e case matte, postazioni e sacchi di sabbia ai posti di blocco trasformano la città più bella del mondo in zona di guerra. Per due settimane i militari calpestano sistematicamente il diritto di quelle comunità, sfondano porte, entrano nelle case, arrestano passanti in vere e proprie retate di triste memoria, sparano a donne e bambini.
Il narcotraffico coordina le azioni di sabotaggio, impone agli abitanti delle favelas, accerchiati e intimoriti dalla guerra costante, di protestare con la forza, di erigere barricate e tirare sassi. I soldati reagiscono, ci scappa il morto. Su tutti i giornali e in tutte le Tv le immagini non lasciano dubbi su chi sia il responsabile del clima di violenza. Ciò nonostante, gran parte dell’opinione pubblica applaude l’operato dell’esercito, illusa da una fittizia garanzia della tanto agognata sicurezza che gli uomini in divisa dicono di garantire. Davanti alle denunce di abuso e tortura, il ministro della giustizia (che ricopre anche la carica di ministro dell’interno) dice testualmente: non possiamo stare a preoccuparci con infimi particolari, con dettagli, altrimenti non arriveremmo da nessuna parte. Passano i giorni e la scusa di ritrovare i fucili rubati non regge più. I soldati, infatti, stanno svolgendo una funzione destinata alle forze di polizia e per la quale non sono preparati. Cominciano i negoziati segreti con i narcotrafficanti. Naturalmente l’esercito smentisce. A causa della presenza massiccia dei soldati, il traffico di droga comincia a risentirne. I negoziatori militari (le riprese televisive sono trasmesse in rete nazionale) scendono a patti: voi ci ridate i fucili, noi torniamo in caserma. Ok. Mentre i battaglioni si ritirano, tutte le armi rubate vengono trovate “per caso” in un  sentiero nella boscaglia. Si può così finalmente ritornare alla normalità: i compratori di droga in lunghe file per i viottoli delle favelas, i guardiani del traffico, generalmente bambini armati, appostati sui tetti, la polizia ad eseguire le sue incursioni abituali.
Ecco, inutile dire, finisce sempre che divago. Volevo invece dilungarmi a raccontare che l’altro giorno ho rivisto Chico. Era la terza volta che giravo intorno all’isolato alla ricerca di un posto per parcheggiare, il caldo di mezzogiorno, la macchina rovente e io coi nervi a fior di pelle. La solita fretta, la solita storia, le solite mille cose da fare. Finalmente un posto. Parcheggio tra un camion e un furgone. La strada stretta, si blocca il traffico per trenta secondi e dietro di me cominciano a strombazzare. Peggio di un animale, un cannibale, gestacci, parolacce, ammazzerei tutti. So già quello che mi aspetta.
La disoccupazione, la crisi economica secolare lancia ogni anno migliaia di persone tra le braccia del lavoro nero, nel pozzo senza fondo della sopravvivenza a qualunque costo. L’arte di arrangiarsi crea dal niente funzioni e mestieri mal pagati, sotto pagati, quasi invisibili, ma, alla fine, necessari. Ad ogni angolo si vendono chincaglierie, si distribuiscono volantini, uomini sandwich percorrono le strade come cartelloni pubblicitari ambulanti, si vendono fiori, si lustrano scarpe, si legge la mano, si canta, ci si improvvisa acrobati, si tagliano capelli, si fanno tatuaggi, si cavano denti… in piazza pubblica, seduti su un panchetto, davanti alla cattedrale, sotto il palazzo comunale, all’ombra del Teatro Municipale. Così la nostra città. Così Rio, così Salvador, così dal Rio Bravo alla Patagonia. Così in tre quarti del mondo. Così milioni di uomini.
Ed io, furioso, sudato e strombazzato, in un mezzogiorno di fuoco qualsiasi, a parcheggiare in centro. Inizio gli automatismi gestuali che mi mandano in bestia, togli gli occhiali da sole, mettili nella scatolina, rimettiti gli occhiali da vista, maledetti siano, che li avevi nella tasca della camicia, asciugali dal sudore, togli la radio, mettila nel porta oggetti, chiudi il finestrino. Ormai ridotto a un automa che risponde a comandi prestabiliti e avvilenti, scendo finalmente da quella scatola di latta rovente in cui si è trasformata la mia macchina, non senza prima rispondere con altrettanta gentilezza, all’ultima simpatica parola di un taxista, convinto che io abbia parcheggiato così lentamente apposta, per far perdere a lui, in coda dietro me, il semaforo verde, che adesso è rosso. Sono ormai una belva umana, so cosa mi aspetta, so che dovrò litigare col posteggiatore abusivo.
Posteggiatore abusivo, un altro dei mestieri che ci si inventa e ci si tramanda di padre in figlio in decenni di miseria. Vicino a casa mia, l’ometto che esercita questa funzione, l’ho visto crescere. Me lo ricordo bambino, 17 anni fa, quando sua madre gli insegnava i trucchi del mestiere. Ogni tanto mi fermavo a parlare con lei, la storia di sempre: malata, e con due figli piccoli, nessuno più la chiamava a servizio in “casa de familia”, come domestica, donna delle pulizie. Nessuno poteva ospitare una donna come lei con due bambini, l’unica alternativa, quindi, era la strada, la piazza, chiedere soldi a chi parcheggiava in quei paraggi. Fino a qualche anno fa, la cosa era ancora, diciamo così, a gestione familiare. Oggi è una vera e propria mafia. Gang di delinquenti, si contendono i posti migliori a suon di smatafloni e minacce. Bambini e donne ormai sono scomparsi, tutte le strade del centro sono dominate da erculei giovanotti che quando scendi dalla macchina ti si fanno incontro con lo sguardo truce. Se non gli dai 10 reais anticipatamente, ti fanno a pezzi la macchina. Inutile dire che ogni denuncia agli organi competenti non solo è inutile, ma anche più umiliante del colloquio col posteggiatore. La stessa polizia di quartiere controlla e coordina questi elementi per spillare da loro qualche soldo in più. Inutile dire, che oltre a proteggere le macchine parcheggiate, gli energumeni in questione si occupano, tanto per gradire, di piccolo spaccio.
Inutile dire in che razza di stato d’animo mi trovo, con tutto quello che ho da fare, adesso mi tocca pure stare a contrattare e discutere con il losco tipo di cui ne intuisco la presenza alle mie spalle. Non ho mai pagato, e non pagherò nemmeno oggi. Normalmente passo qualche minuto a spiegargli il perchè non voglio pagare, cerco di farmelo amico, tanto lo vedrò ancora, è meglio quindi trattarci bene. Oggi no, inutile dire, sudato e imbronciato. Mi giro: Chico. Ci abbracciamo come fratelli. Pacche sulle spalle, ci guardiamo emozionati. Cinque anni in fondo non sono tanti e non siamo poi neanche tanto cambiati. Doutor (mi ha sempre chiamato dottore) con gli occhiali sembri un giornalaio (voleva dire giornalista, ha detto giornalaio). E tu come stai, quanto tempo… Decido su due piedi che le cose che ho da fare possono pure aspettare un po’. Invito Chico a prendere un caffè.  Altre pacche sulle spalle.
Lo incontrai la prima volta che rantolava, si trascinava fino al portone senza più forze. Da due mesi soffriva di dolori atroci che gli bloccavano le gambe e il corpo, respirava a fatica, le mani tremavano e gli spasmi gli ritorcevano il collo. Non era una malattia, no. Erano gli effetti della tortura.
Il presidente Collor fu eletto nel dicembre del 1989. Il suo avversario era, incredibile, Lula. Le prime elezioni presidenziali libere dopo trent’anni. Anche se la dittatura militare formalmente terminava qualche anno prima, l’antecessore di Collor assunse la presidenza della repubblica grazie alla morte prematura del titolare, anch’egli non eletto dal voto popolare, ma nominato dal parlamento dopo interminabili accordi con la giunta militare uscente. Collor era dunque il legittimo rappresentante della volontà della nazione. Erano giorni di grande fervore. L’economia del paese allo sbando, l’inflazione superava il surreale e drammatico indice del 90% al mese. Ci si aspettava un nuovo intervento militare a qualunque momento. Il primo atto di Collor fu quello di affrontare di petto il problema e decretare la fine dell’inflazione. Sì, come un gioco di prestigio, dichiarò che da lì in avanti, l’inflazione non esisteva più. Congelò i conti bancari, sequestrò i risparmi della popolazione. Nessuno poteva prelevare dal proprio conto una somma di denaro superiore a tot, equivalente, in valori di oggi a 200 euro. Il paese intero fallì. I più sensibili si suicidarono. Centinaia di fabbriche chiusero le porte. Milioni di disoccupati. Un disastro senza precedenti. Inutile dire che i soliti amici degli amici riuscirono ad arricchirsi in poco tempo utilizzando informazioni privilegiate per speculare in borsa. Con lo scopo di stimolare la concorrenza e l’industria nazionale a migliorare la fabbricazione delle sue merci, si aprirono i mercati per agevolare le importazioni di ogni tipo di prodotto. Per non riuscire a competere con i prodotti venuti dall’estero, le fabbriche, le imprese grandi, medie e piccole subirono un tracollo totale. Inutile dire quello che successe dopo. È ancora qui, davanti agli occhi del mondo. Le grandi forze economiche internazionali invasero e dominarono il paese comprando tutto quello che il governo cominciò a privatizzare. Inutile dire che il presidente Collor fece la fine di ogni caudillo populista latino americano: dopo aver montato uno schema capillare di uso privato di denaro pubblico, venne denunciato dal fratello, si dimise tra l’esecrazione di quella stessa gente osannante che due ani prima lo portò alla gloria della presidenza del paese, e che molti anni dopo, eleggerà Lula.
Chico, amico mio, racconta, come stai.
Era veramente a pezzi quel giorno. Doutor, mi fa così male che non riesco a respirare. Un lungo e penoso trattamento di fisioterapia lo rimise in piedi. Mesi e mesi sotto le mie mani, muscoli, tendini, nervi, cicatrici. Le ferite della tortura… quelle no, non si rimarginano più.
Sai, doutor, mi rimane la paura. Ogni volta che passa una macchina della polizia, me la faccio addosso.
Quel giorno era preda facile. Girovagava per il centro in cerca di lavoro, la fabbrichetta dove lavorava aveva chiuso grazie al presidente Collor. Da quel momento imparò a vivere di espedienti. Passarono anni. Si era adesso in pieno boom economico neo liberale. L’illusione della moneta stabile, la globalizzazione alla portata delle masse, il computer, l’internet e il telefonino per tutti. Non per Chico. Disoccupato, perse tutto, perfino la stima di se stesso. Camicia sbottonata, barba lunga, ciabatte, chiese al controllore della metropolitana se poteva passare senza pagare. Chiamarono la squadra mobile. Lo riempirono di botte. Non ti ammazziamo perchè devi rimanere vivo per raccontare la storia ai tuoi amici, gli dissero quando lo buttarono fuori dalla vettura in movimento. Chico è giovane, forte e robusto, non muore, non resta paralitico. Lo rimettemmo in piedi e quello che importa è che oggi sta bene.
Lavoro continua a non essercene, doutor, e allora sono qui, sorveglio le macchine parcheggiate.
La valle do Jequitinhonha, è chiamata fino ad oggi la valle della morte. Perduta tra le montagne di Minas Gerais è forse la zona più povera del paese, villaggi sperduti, senza servizi igenico sanitari, scuole, ospedali. Fame e abbandono. Viene da lì il mio amico Chico. Arrivò da solo a San Paolo, a piedi. Abituato a girare per i campi, raccontava che dopo tanti anni ancora si stupiva davanti alle meraviglie della città. Doutor, ogni tanto mi fermo a guardare… un scala mobile: come avranno fatto a costruirla, che meraviglia chi l’ha pensata, uno è qui e poi piano piano arriva fino al piano di sopra senza far fatica. E rideva di se stesso e della sua ingenuità. Sono proprio un contadino, doutor, mi diceva.
Dopo il caffè ci viene fame, chiedo un paio di porzioni di pão de queijo, il piatto tipico della sua terra. Continuiamo a parlare, inutile dire che le mie mille cose da fare ormai le lascio al domani.
Mi racconta che ancora non ha risolto il problema dei documenti. Infatti quel maledetto giorno della tortura, glieli stracciarono sotto il naso. Da allora non è più riuscito a provare legalmente la sua esistenza, senza carta di identità, senza certificato di nascita non sei nessuno.
Il certificato di nascita… non esiste un’anagrafe. Il bambino che nasce, sia a San Paolo che nella Valle do Jequitinhonha, deve essere registrato nel “cartório” della regione in cui abita, una specie di ufficio notarile, privato, che fornisce l’unico, il solo, l’insostituibile certificato di nascita. In caso di smarrimento è necessario rivolgersi allo stesso “cartório” che l’ha rilasciato. Lui e lui solo può rilasciarne una seconda copia, per il semplice fatto che è l’unico “cartório” in cui esiste il registro originale. Chico non è piú tornato al suo paese e, secondo le sue parole, mai più ritornerà. Niente documenti quindi.
Niente documenti, niente lavoro.
Fino a qualche anno fa, registrare un bambino appena nato costava trenta reais. Molte famiglie decidevano di aspettare qualche settimana, niente è fatto automaticamente alla nascita, l’iniziativa di registrare il bambino viene lasciata a discrezione dei genitori. In qualche settimana forse si possono mettere insieme i soldi necessari, passano mesi, anni. Il bambino rimane senza registro, e senza registro non può andare a scuola e non può neanche contrarre le vaccinazioni obbligatorie. Tia Edith nel lavoro con i meninos de rua e alla favela, di bambini senza registro ne ha conosciuti molti. Nei nostri scritti ogni tanto ne raccontiamo la storia di qualcuno (prendiamo come esempio, tanto per farcene una idea, l’articolo intitolato “Maria”, nella sezione “Proprio qui”, presente nelle pagine del sito). I dati Unicef parlano chiaro. Il 16% dei bambini da zero ai due anni, non possiedono registro alcuno.
Chico, benedetto amico mio, ma non puoi rimanere senza documenti, fai almeno una dichiarazione in “cartório”, davanti a testimoni, che comprovino la veridicità dei tuoi dati, gli dico preoccupato. Chico ride e mi abbraccia. Vedi perchè ti voglio bene, doutor, perchè ti preoccupi di me.
Sono passate quasi due ore e adesso devo proprio andare. Ci stringiamo forte lasciando ancora una volta al caso la possibilità di incontrarci di nuovo. Ciao Chico, stammi bene mi raccomando.
Stai tranquillo e se torni da queste parti, il parcheggio te lo trovo io.  
Addio Chico, inutile dire fatti vivo, vero?
Vai com Deus, doutor.