La guerra continua (bollettino numero 4)

Entro in internet, cerco nei siti di tutti i giornali italiani e non trovo neanche un trafiletto sugli avvenimenti di questi giorni che, ancora una volta, la nostra città sta subendo. Sappiamo che le notizie della guerra in Libano sono più importanti, capiamo benissimo che la finanziaria del nuovo governo possa interessare di più, ma vorremmo che ci si sofermasse per un attimo a pensare.
In precedenti comunicazioni abbiamo descritto la convulsone sociale nella quale siamo immersi e che pare senza fine. Per la terza volta in quattro mesi subiamo di nuovo gli attacchi criminali di gruppi di delinqueti agli ordini della più pericolosa fazione mafiosa del crimine organizzato. Stessa tattica di sempre: bombe e raffiche di mitra contro commissariati, banche, scuole e supermercati pieni di gente; autobus incendiati in pieno gorno; ordigni esplosivi lasciati in bella mostra in piazze e strade della città. Se vi è arrivata voce della prima serie di attentati di maggio e niente di quest’ultima, in fondo a pesarci bene è normale. Anche qui ci siamo abituati: quando vediamo un uomo armato salire sull’autobus sappiamo che dobbiamo scendere in fretta per non morire bruciati; quando vediamo un poliziotto venirci incontro sappiamo che dobbiamo metterci faccia al muro con le mani incrociate sopra la testa. Leggiamo insieme i numeri di oggi, 9 agosto: 11 uffici pubblici attaccati (scuole, basi di polizia ecc); 29 autobus incendiati; 27 banche e stabilimenti commerciali distrutti; 5 attentati di cui non si ha ancora una definizione precisa. Tra ieri e oggi il numero totale di attentati è di 178. Ancora non è stato comunicato il numero di morti, tranne quello dei “sospetti” uccisi, 7. È guerra. E come in tutte le guerre, i veri responsabili si nascondono dientro il manto della loro autorità, per bofonchiarsi a vicenda insulti e promesse di vendetta. Ma con una particolarità: non sappiamo più distinguere tra chi siano le autorità e chi i delinquenti. Il linguagio è identico, le azioni e le reazioni pure. Gli insulti tra il ministro dell’interno e il segretario di pubblica sicurezza sono parte del modus vivendi quotidiano.
Ci siamo assuefatti anche a questo, anche al coprifuoco notturno, anche alla paralisi improvvisa dei mezzi pubblici, ci siamo assuefatti anche alla nostra stessa paura. Non abbiamo più paura di niente, siamo pecore al macello, pronte al calcio del pastore. Per cui se di queste cose non ne sapete niente, non fatevene una colpa. Sono diventate cose normali anche per noi e le cose normali non hanno importanza, sono normali, appunto.

A seguire trascrivo dalla rivista brasilana “Bravo!” un articolo di Luis Eduardo Soares antropologo, di cui ogni tanto ne parla anche Mauro nelle pagine di questo sito. Ci domandiamo sempre come mai, in che modo, quale sia il processo scatenante di tanta violenza, che nasce nel seno di un popolo che ci immaginiamo e che vorremmo finalmente libero. Luis Eduardo Soares cerca di spiegarcelo.

Radici della violenza

Nell’immaginario collettivo, la figura del brasiliano cordiale riporta a stereotipi idealizzati: pace e solidarietà. Niente di più distante dalla nostra realtà storica. E niente di più contrario alla visione di Sergio Buarque de Holada, pensatore che ha resistito come pochi alla nostra prodigiosa auto indulgenza, mantenendo accesa la verve critica. Nel suo saggio Raizes do Brasil (Radici del Brasile), di cui ricorre il settantesimo anno dalla pubblicazione, l’individuo brasiliano è cordiale in un senso molto diverso e specifico, molto più complesso e intrigante. È cordiale perché refrattario alla formalità, ai riti della sociabilità, ai limiti, alla disciplina delle regole e dei principi astratti. La sua natura lo induce all’espansione dei sentimenti, estendendo i legami privati alla sfera pubblica. Questa ipotesi interpretativa è ancora applicabile al Brasile conteporaneo? In che modo questo dibattito può aiutarci a comprendere la violenza brasiliana, oggi?
Accompagnamo la routine di un bambino brasiliano. A scuola, la maestra insegna che il Brasile è un paese all’avanguardia che valorizza il senso di cittadinanza. Lo studente esce dalla lezione confuso. Alcune cose sembrano fuori posto. Il pomeriggio, accompagna la madre al lavoro. Il portinaio gli indica l’ascensore di servizio. Nell’appartamento, il figlio ha una vera lezione sul significato della parola cittadinanza in Brasile. Sua madre è domestica. Non ha il libretto di lavoro, doveri e resonsabilità pre-definite, neanche l’ora certa per uscire. Il personaggio “domestica” è ancora oggi il più singolarmente brasliano. Un trapianto dal grande teatro coloniale al soldo della classe media: Casa-grande e Senzala (libro fondamentale per comprendere il meccanismo socio culturale su cui si basava lo schiavismo, n.d.t.) prêt-a-porter. La storia è mostruosa: Sisifo vestito da cameriera, esonerato dalla sua funzione mitologica, smette di essere metafora dell’ umanità per lavorare in nero in Copacabana:
Lei non è una semplice domenstica; fa parte della famiglia.
È vero, la signora Arminda, è una buona padrona. Io non mi lamento dello stipendio, perché so che, quando sono senza soldi, lei mi dà sempre un aiuto. Per questo, se mi chiede di venire nei giorni festivi o di stare fino a tardi, io rimango. La signora Arminda, di ferie non ne vuol sentir parlare. Perché non riesce a stare senza aiuto in casa, io lo posso capire. Per lei sarebbe molto complicato se io chiedessi le ferie.
C’è solo una cosa che non ammetto assolutamente: l’ingratitudine. Sono una brava padrona, ma non voglio che la mia domestica abbia a che fare con sindacati e che parli di leggi tutto il tempo.
Come si fa a regolarizzare il lavoro quando la professione è inbottita di vincoli di parentela e gli interesi sono interpretati come linguaggio morale degli affetti personali? La gratitudine scioglie la meccanica del calcolo.
Il salario è sostituito dall’aiuto, la trattativa dalla richiesta; la conquista svanisce rimpiazzata dal favore; scompare la forza di pressione di una intera categoria per dare spazio alla riconoscenza personale; il contratto di lavoro fa posto alla parola; esce la definizione precisa dei diritti e dei doveri per far entrare la gratitudine, il risentimento, il tradimento, la colpa.
Il nostro problema non risiede nella cordialità; la radice della nostra violenza patologica risiede nel dualismo, nell’ambivalenza, nel doppio messaggio, in questo convivio improbabile tra due codici contraddittori e paradossalmente complementari. O meglio: nell’uso perverso di questo stesso dualismo.
Molti autori riferiscono che il doppio messaggio in determinate condizioni ambientali porta alla pazzia. Io aggiungerei che la sua efficacia psicologica e culturale è equivalente a livello sociale. Non dico che la pratica della violenza sia necessariamente un sintomo di patologia mentale, ma può rapresentare un disturbo importante nell’identificazione di riferimenti simbolici e nel riconoscimento di limiti e ruoli. Nel mondo della violenza criminale dove la crudeltà si banalizza, le fantasie e le emozioni primitive transitano liberamente, con o senza l’ingestione di sostanze stupefacenti come combustibile. Non mi riferisco ai crimini utilitariamente vincolati alle strategie economiche nei quali la violenza è puramente strumentale. Parlo dell’universo in cui la violenza si allontana dalle sue finalità economiche e diventa un fine di per sé, un mezzo di affermazione di potere, un apparato scenico per aumetare il prestigio personale del criminale stesso. Una sorta di effetto teatrale di una estetica del male.
Non credo sia possibile analizzare adeguatamente l’estensione e l’intensità dela violenza in Brasile (corruzione politica inclusa) senza penetrare nello spirito dei suoi agenti più frequenti e senza riconoscere l’esistenza di un dualismo iscritto nella matrice della nostra cultura e della nostra organizzazione sociale, dualismo che si istalla in noi e si riproduce sotto forma di doppio messaggio. Le personalità straordinariamente violente e corrotte che hanno popolato il Brasile sono in parte le risposte di adattamento alle ambiguità schizofreniche a cui sono state sottomesse. Non sono risposte coscienti e politiche. Sono cristallizzazioni precarie e instabili di reazioni incoscienti e apolitiche alla raffica ambivalente di comunicazioni dubbie. Ecco la matassa senza bandalo: la cordialità e il suo opposto, abbracciati.