La non guerra

di Alberto Camata

La guerra non fa più effetto, passa indifferente tra una partita di pallone e la pubblicità degli omogeneizzati.
Della guerra, ovvero dell’omicidio continuo e premeditato della politica, non se ne cura nessuno.
Diventa occasione per schierarsi. Come una partita di calcio. Se sei dalla parte giusta, ovvero di coloro che hanno dalla loro i potentati economici dell’Occidente, sei una persona per bene, altrimenti sei un mascalzone.
Eppure l’unico schieramento possibile è essere o meno contro la guerra, riconoscerle il diritto di essere una possibilità della politica o essere semplicemente un atto criminale.
Chi arriva alla guerra (a meno che non sia risposta ad un’oppressione e che parta dagli oppressi e non da missionari della democrazia, ma ci si può- e ci si deve- liberare senza ricorrere alle armi), ha sempre un interesse economico da difendere o un bene prezioso da arraffare. Le non guerre a cui stiamo assistendo da parte dell’Occidente dopo la cadute del muro di Berlino rispondono a questo: mantenere un regime coloniale per garantirci il superfluo a buon prezzo.
Le non guerre ci stanno fornendo un nuovo vocabolario, frasi da usare ribattute ossessivamente dalla stampa, organo fondamentale a difesa del moschetto. L’Occidente non partecipa più a guerre, ma ad atti di polizia internazionale, l’Occidente interviene per portare democrazia, l’Occidente tutela contro il terrorismo.

L’ultima balla che la stampa ripete in questi giorni riguarda Israele e la sua invasione in Libano (mi dimostro estremista se parlo di invasione? Forse è meglio che usi le parole del nostro ministro degli Esteri e la chiami sproporzionata reazione?), riporto a mo’ di esempio una frase estrapolata dal Corriere della Sera del 18/07/2006:
"Il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni ribadisce le condizioni per un cessate fuoco. Innanzitutto la liberazione incondizionata dei suoi soldati rapiti."
Soldati rapiti. Ecco una frase ormai di uso comune. Solo che i soldati non si rapiscono, si catturano. Capisco che la parola rapimento evoca un dramma di famiglie angosciate (cosa che per altro accade anche con la cattura) e evoca un atto infame a danno di una persona inerme (ma un soldato in zona di guerra non lo è) e quindi coinvolge maggiormente chi legge o ascolta e lo predispone ad una conclusione di condanna verso chi ha commesso l’ignobile atto e assolve chi vi reagirà.
Ma che "Il vero scopo è cambiare il regime in Libano e installare un governo fantoccio" questo nessun autorevole giornalista o politico lo dice. Per fortuna ce lo ricorda Uri Avnery, giornalista e scrittore israeliano, fondatore del movimento pacifista Gush Shalom. Ricorda Avnery che l’invasione era già studiata da tempo, serviva un pretesto ed è arrivato, "Questa volta, la necessaria provocazione è stata fornita dalla cattura dei due soldati israeliani da parte di Hizbollah. Tutti sanno che non possono essere liberati se non attraverso uno scambio di prigionieri. Ma l’enorme campagna militare, che era pronta a partire da mesi, è stata venduta al pubblico israeliano e internazionale come un’operazione di salvataggio."
E così anche da noi la politica e la stampa si ripetono proponendo gli schieramenti, una brutta antologia già letta, di chi è amico di Israele e chi no.
Un gioco di tifoserie, quella per bene che segue con imparzialità dalla tribuna e quella becera delle curve. Chi è seduto in tribuna e chi in curva ve lo lascio immaginare.
E tutto per nascondere il tema fondamentale: si uccide per garantirci il benessere. L’ingiustizia è alla base del nostro stile di vita.

La guerra o meglio, la non guerra, non verrà mai più mostrata. Hanno imparato dalla guerra degli USA contro il Vietnam che mostrare l’orrore di cui si è capaci è controproducente. Meglio raccontarla con parole vaghe, innocenti, indolori… se qualcosa dovesse scappare (come le torture ad Abu Ghraib) verranno colpiti i singoli, l’atrocità era una loro libera e dissennata azione, non certo voluta dall’alto.
La guerra non va mostrata e la parola guerra non va pronunciata. Solo così diventa meno difficoltoso rinnovare la presenza in Afghanistan dell’Italia. Sono impegni internazionali a cui non possiamo venire meno (pena un decadimento del nostro stile di vita, un allontanamento dalle sedi che contano come il G8 la Banca Mondiale ecc… perché questa frase non la aggiungono mai?). Ma in Afghanistan da decenni si muore a causa delle armi e anche noi siamo presenti con le armi per catturare (o rapire?) i miliziani di Al Qaeda, liberarci dal terrorismo…
Sono parole che non solo ci offendono, ma ormai ci stancano. Perché non dirci le cose come stanno?

Di non guerra si muore (se si è fortunati) o si rimane menomati per sempre. Ma questo ai politici non interessa. Prima di tutto vengono gli impegni assunti, sono gente che non vengono meno alla parola data. Dove andiamo noi arriva la Pace, i popoli occupati ci amano. Ci vuole una gran faccia tosta per affermare questo. Mi ricordano un mio amico d’infanzia che, armato di fionda, colpiva i passeri e, se feriti, li accudiva amabilmente cercando di farli guarire (se non morivano, come in genere accadeva…). Non credo che quei passeri amassero il loro cacciatore-salvatore, si rassegnavano.

La guerra non ci emoziona, non ci stringe lo stomaco, non ci fa piangere, si mimetizza bene tra le veline e lo spot di Mastro Lindo. Forse perché è non detta, non mostrata, non vissuta.
Per questo, dopo averci pensato non poco, abbiamo deciso di mostrarla, di mostrarvi che cos’è.
La guerra esiste, non è finzione, sono uomini e donne che infliggono ad altri uomini e donne, ferite, dolore, distruzione, annientamento, morte.
Vi mostriamo i molti terroristi che sono stati uccisi in queste doverose missioni (molti non arrivano ai dieci anni), vi mostriamo, il pianto, l’impotenza davanti alle carni dilaniate dei figli, vi mostriamo i volti sfigurati dei reduci e le loro menomazioni (perché la guerra lascia uno strascico lunghissimo, infinito di dolore).

Non cadete nel tranello di dare torti e ragioni, dire che i Ceceni hanno ragione e i Russi vanno sterminati. Le vittime sono ovunque. Guardate le immagini, se ve la sentite, non per accusare ma per avere una ragione in più per dire il vostro no alla guerra, a qualsiasi guerra. Per iniziare a costruire la Pace dentro noi stessi, preambolo essenziale per costruirla e farla dilagare. Se non cominciamo a togliere l’odio dentro il nostro cuore, saremo, prima o poi, alleati di coloro che della guerra fanno strumento della loro salvaguardia.
Costruiamo la Pace dentro di noi e cominciamo a concretizzarla con azioni semplici, analizzando il nostro comportamento, il nostro stile di vita, capire quali azioni sono consentite dal furto coloniale, valutare di che cosa possiamo fare a meno e quali strade possiamo intraprendere singolarmente e come collettività per non rapinare a qualcun altro i beni che servono al nostro superfluo sostentamento. Partire da noi stessi è l’azione basilare per cambiare il mondo.
18/07/2006

Il testo di Avnery lo potete trovare qui.