La parola pace

di Alberto Camata 

I nostri politici parlano in nome della pace quando si riferiscono alla nostra missione in Libano.

Francamente mi stanno nascendo dei dubbi sull’uso della parola pace. E condivido la frase di Confucio “Se fossi imperatore farei per prima cosa un dizionario, per dare ad ogni parola il suo significato”.

Certo un nuovo dizionario è quello che ci serve. Come si può parlare di pace con gli eserciti? Gli eserciti non hanno mai portato la pace, quando si sono presentati nel panorama della storia c’è stata la guerra, la guerriglia, la morte. La pace c’è stata solo quando il loro intervento veniva meno. Ma non hanno mai portato la pace come io la intendo, il rispetto di tutti, l’amore tra i singoli, tra le etnie, tra i popoli. La loro pace era un nuovo equilibrio dove il vincitore dettava le regole, i confini, i dazi, le punizioni.

Francamente riesco a non capire quando il Capo dello Stato o il Primo Ministro affermano che la Costituzione è stata rispettata. Dato per scontato che l’articolo 11 non lo è stato, in quanto detta che l’Italia ripudia la guerra e che è disposta ad una limitazione della propria sovranità se questo dettato non riesce a rispettare, vorrei sapere a quale articolo della Costituzione fanno riferimento. Oltrettutto ci siamo presentati in Libano sotto la bandiera dell’ONU non con criteri di equità e di equidistanza, ma già ci siamo messi dalle parte di uno dei contendenti, Israele e siamo contro qualcun altro, Hezbollah (d’altronde un organismo dove cinque nazioni hanno diritto di veto, ha ben poco da condividere con la democrazia, con l’equidistanza).

Mi pare più onesta, e la dice lunga, la posizione di Bush, sebbene menzognera, almeno non parla di pace ma di sicurezza nazionale. Per Bush la sicurezza nazionale può passare attraverso la guerra. Che le basi su cui Bush fonda il suo ragionamento e la sua azione siano menzognere, lo sappiamo. Ci è arrivata anche la stampa embedded americana; quella italiana ancora no.

E giù a propinarci articoli e servizi dal Libano dove gli Italiani sono “brava gente”.

Gli eserciti non sono sinonimo di pace, della pace che vive in stretto contatto con la giustizia. I soldati servono a distruggere, collaudare nuova tecnologia bellica che più avanti si trasformerà in tecnologia civile. Le pagine che state leggendo non sarebbero nate se l’esercito degli Stati Uniti non avesse pensato a qualcosa di rudimentale tipo collegare a maglia dei calcolatori sparsi per il mondo che è stato alla base dell’idea che si è sviluppata per diventare internet. Ma così è stato per i radar e altro ancora. Insomma gli eserciti sono distruzione e investimento, sono affari non pace. Indipendentemente dal colore del caschetto.

La pace di cui parlano i nostri politici è la pace dell’ONU, quella che rabbonisce una zona e salvaguarda gli interessi delle nazioni con diritto di veto e qualche loro affiliato (tipo noi).

Che il Medio Oriente abbia bisogno di un aiuto, di un intervento per uscire dal pantano in cui si trova, è fuori dubbio. Per primo per aiutare Israele ad esistere in terra araba, solo superando l’ostilità degli arabi Israele e Palestina possono esistere, si può costruire un clima di reciproco rispetto. E il rispetto, il riconoscimento non lo si ottiene con l’esercito (non sono sufficienti tutti questi anni di guerra per capirlo?), ma con la nonviolenza, con un progetto di amore, di accettazione dell’altro, di mutuo riconoscimento.

Che la nonviolenza sia la vera soluzione ce lo dice, ad esempio, Martin Luther King (che potete leggere in questa sezione), dove ha dimostrato che la guerra di secessione, tanto osannata e ricostruita in migliaia di film, non ha portato alla liberazione dalla schiavitù, ma ha posto le basi affinché gli Stati del Sud si inventassero la segregazione. I neri statunitensi hanno vissuto altri cento anni di umiliazioni e di segregazione e la cosa sarebbe ancora viva se King e i suoi collaboratori e seguaci non vi fossero prodigati in azioni nonviolente. Solo grazie alla nonviolenza i neri hanno visto riconosciuti i loro diritti.
Mi si risponderà che oggi vivono ai margini della società. È vero, come è vero che i neri che sono riusciti ad emergere sono solo coloro, come Condoleeza Rice, che hanno accettato di riconoscersi nei modi e nei pensieri dell’oppressore (vi rimando a Paulo Freire per approfondire il concetto). Ma se sono in queste condizioni è perché hanno abbandonato la lotta nonviolenta per quella più sbrigativa (apparentemente) della violenza. Ma non porta libertà e felicità. Inutile girarci intorno: solo la nonviolenza porta ad un rinnovamento della società.